Gravidanza e madre: due possibili situazioni

Sono due capitoletti presi dal mio ultimo ibro La tenerezza dell’Eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore.

 

1.2.1.3. – Respiro e gestazione. La prima mamma

 

La mamma dorme supina, è soddisfatta, quieta, felice di attendere il bambino dall’uomo che ama e dal quale si sente amata e protetta e con il quale ha messo su quella casa dove ora dorme. Il letto del loro amore e del loro riposo ha forti radici, e su queste è stato costruito, attingendo dalle profondità più remote e così magicamente convergenti delle loro autonomie e delle loro storie, dei loro ricordi e delle loro identificazioni, delle loro fantasie e dei loro sogni o progetti, delle loro attese e del loro impegno d’amore e vita. Il respiro della mamma è pieno e armonicamente ritmato, e-mosso dal diaframma con movimento denso, fluido, regolare, che pare metterlo in risonanza con i respiri stessi della natura e delle epoche, con i battiti delle generazioni e delle tradizioni e, al tempo stesso, con quella sapienza dei sogni e dei desideri che soltanto un futuro affrontato con fiducia e dolcezza può promettere e garantire. Come se spazio e tempo, lontananze e presenze magicamente convergessero nella straordinaria pregnanza di quell’e-muoversi.

Dentro la pancia della sua mamma il bambino è cullato dall’onda ampia e regolare di una marea amniotica avvolgente e totale, calma e potente, perfetta, rotonda come la rotonda sfera dell’essere1.

Questa marea è forse il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato del proprio Sé, un Sé bello come quella marea che gli dà questo suo arcaico e radicale imprinting. Di questa marea il Sé del bambino tratterrà la profondità, la regolarità, l’armonia, la forza. Di certo nella sua vita non soffrirà di ansie radicali o di respiri troppo superficiali o frammentati, né il suo diaframma potrà facilmente rompersi o cedere a prolungate paralisi o a inerzie di insignificanza.

 

 

1.2.1.4. – Il clandestino dell’esistere e della speranza. L’altra mamma

 

Un’altra mamma sta dormendo. Non è felice. Nel suo cuore e nella sua anima, confusione, forse rabbia o delusione o tristezza o, perfino, indifferenza sono mischiate tra loro, poco o nulla lasciando all’amore per quell’uomo di cui attende il bambino. O forse è un amore difficile, combattuto, non voluto da qualcuno, ostacolato, preteso, imposto, solo tollerato, subito o persino negato. Forse più che da convergenze è un amore caratterizzato da interferenze, da dubbi, da affermazioni più gridate che vissute, da sordità più che da silenzi, perfino da violenze.

Il sonno è sopravvenuto alla stanchezza, è solo una sosta, una pausa dentro una fuga, un rintanarsi, una anestesia, una estraniazione, un crollo. Il letto è lì, è solo uno spazio in uno spazio, poggiato in una stanza senza casa, in una casa troppo poco propria, troppo abbozzata, troppo altra rispetto alla storia di quella mamma, di quel concepimento, di quell’amore, troppo estranea e straniera. Per una mamma gestante, che è casa al proprio bambino, essere in una casa così non fa bene di certo. Le fantasie, i ricordi, i sogni, i progetti, le identificazioni sono impedite o anche soltanto compromesse da urgenze senza rinvii, da bisogni immediati e prepotenti, da scadenze che tolgono al sonno il gusto dell’abbandono e del riposo.

Il respiro della mamma solo in qualche sbadiglio di stanchezza riesce ad attingere – e soltanto per un attimo – al diaframma, altrimenti si fa frequente e rapido come un’ansia, o pesante e inerte come una sconfitta, una necessità afasica, una abdicazione catatonica.

Dentro la pancia della mamma il bambino è trascinato, sbattuto dalla tempesta o lasciato lì in una risacca frammentata, in una bonaccia immobile senza direzione e senza nome.

È questo mare così incerto, forse, il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato di quel primo Sé così intimidito e incerto, clandestino dell’esistere e della speranza, separato, escluso da rive così lontane da parere irraggiungibili e disperanti. Di questo mare il Sé del bambino tratterrà la precarietà, l’indefinitezza tumultuosa, l’anonimato, l’inerzia.

Di certo questo bambino nella sua vita soffrirà di respiri difficili, di vuoti che temeranno di non essere mai colmati, di vicende dalle continuità difficili o forse impossibili, di profondità solo temute e mai davvero esplorate. A tratti parrà venirgli meno il fiato della vita e forse vorrà morire o, più radicalmente ancora, vorrà non essere mai esistito.

 

Per esemplificare, ho voluto ipotizzare due situazioni estreme. Non so quanto esse possano realizzarsi davvero nella loro estrema positività o negatività. Una cosa però mi pare certa: uno dei primissimi eventi che identificano e strutturano il Sé del bambino è come quel bambino è stato nel liquido amniotico della sua mamma, se in essa egli ha goduto il gusto di una marea e il respiro di un oceano o in essa ha subito la fragilità di un piccolo mare senza storie né destini né respiri. Giù, in fondo a noi stessi, tutti noi siamo la nostra gravidanza2.

 

 

1 L’immagine, inutile dirlo, è di Parmenide, che la usa per dire che cosa è e come è l’essere (frammento 8, verso 43). Uso qui quest’immagine per sottolineare il peso dell’evento in gioco, forte come l’essere.

2 Lo siamo così tanto che ogni notte nel sonno e sotto le coperte dobbiamo in certo senso rientrare in essa. Non a caso spesso si dorme in posizione fetale.

4 Commenti

  1. Una precisazione importante:
    ho usato un verbo: stanare – che non si addice per nulla al nostro impareggiabile “sherpa” come lui stesso si definisce, che anzi è sempre coraggiosamente in prima linea ; ho forse involontariamente spostato su di lui il disappunto ( ma è un eufemismo gentile) che invece si prova verso alcuni suoi colleghi che di fronte a certe complesse dinamiche psicologiche di complessa e faticosa gestione, tergiversano non arrivando a capo di nulla e prolungando all’infinito le sofferenze dei loro pazienti . Ti fanno intuire l’Everest tra la nebbia ma ti lasciano solo con le tue infradito!

  2. Oh, là! Le provocazioni stanano lo sherpa!
    Verissimo che senza il suo aiuto arrivare in vetta è più difficile se non impossibile, ma chi si rivolge a lui non è mai nè fatalista e da tempo non si da piu’ alibi e non si autocommisera! Penso quindi che stare compiaciuti nella propria cacca sia una patologia non un diritto! E poi ha ragione lei dott., chi non è stato all’inizio baciato dalla vita ha spesso più forza e risorse per raggiungere traguardi che i figli di prima mamma nemmeno si sognano di progettare!
    Grazie infinite per gli ottimi scarponi!

  3. Ma allora – al di là delle immagini e sensazioni così efficacemente descritte nell’articolo, al di là degli oceani e delle maree o delle afasie e delle apnee – la vita , la qualità della vita, la sua essenza quindi, è solo una questione di c.?
    Ma se nascere dalla “prima mamma” o dall’”altra mamma” renderà la vita degna o no di essere vissuta il nostro destino è già segnato in partenza e la felicità o l’infelicità ci sono date come i numeri di una roulette?
    Forse Amleto caro, se si è soli e figli di quell”altra madre” meglio dormire che si sprecano meno inutili energie contro i dardi dell’oltraggiosa Fortuna…ma prender armi contro un mare di guai e por fine ad essi se abbiamo la responsabilità della felicità dei “nostri” figli.

    • Il fatalismo può essere un alibi fin troppo comodo. Ho visto persone nate da madri più vicine alla seconda mamma scalare l’Everest e giungere a orizzonti stupendi. Ho visto persone nate da madri più vicine alla prima mamma arenarsi in spiaggia e non decollare mai. Il punto di partenza è fondamentale, ma decisivo è – ancora di più – il punto cui tendere. La nostra vera terra madre è quella verso la quale andiamo, non quella da cui partiamo. E nessuno è clandestino rispetto a sè stesso e alla propria voglia di vivere. Vero, non si può scalare l’Everest a piedi nudi. Ma, a chi abbia davvero voglia di scalarlo, la psicoterapia può fornire ottimi scarponi da montagna e un volenteroso terapeuta sherpa. Per scalare l’Everest, non basta stare fermi al campo base, a cantare la canzone della sfiga e dell’autocompatimento, magari usando il terapeuta come un Apicella che accompagni i propri canti da vecchio impotente. Stare compiaciuti nella propria cacca può essere un diritto, ma non può essere un alibi. Anche compiacersi della propria sfiga è narcisismo.


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