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Questo post rientra nella rubrica Da Google a qui  .

incesto madre figlia e padre

Molto più numerose del prevedibile sono le richieste riguardanti l’incesto, che tramite i motori di ricerca (Google in particolare) portano i lettori al mio sito. Né, in base alle espressioni e ai termini usati, mi pare che a ricercare siano colleghi o addetti ai lavori. Purtroppo e probabilmente il problema dell’incesto interroga e concerne il quotidiano e i vissuti della gente comune, molto più di quanto si pensi o si voglia pensare.

Per questo è fondamentale, a mio avviso, una premessa. L’incesto – che io sappia – è l’unico tabù presente in tutte le culture umane, passate e attuali. Il che significa che esso riguarda un rischio che l’umanità ha – sempre e dovunque – dovuto prevedere e arginare nel modo più forte possibile, come il primo decisivo anello di ogni costruzione umana e di ogni cultura. Come stupirsi dunque che pure oggi, soprattutto oggi, in un’epoca di enormi epocali cambiamenti, l’incesto riaffiori in tanta urgenza? Quando a interrogare è un tabù, significa che il fatto in gioco è di tale rilevanza che non basta ricorrere a una semplice legge o a una norma sia pure morale ed etica. Il tabù è legge prima e più di qualsiasi altra legge o norma; incide a livelli ancora più profondi e radicali di quanto possa fare una legge (che come tale riguarda la convenzione e la convivenza sociali, il patto e l’organizzazione politici, le autorità socio-istituzionali) o di quanto possa fare la norma morale o quella etica (che, come tali, riguardano il senso e la pratica del dovere fare o del dovere essere, comunque l’interiorità pur sempre cosciente dell’individuo e del suo Super Ego, il riferimento pur sempre consapevole ai suoi valori soggettivi, ai suoi ideali, al suo credo ideologico, filosofico o religioso). Il tabù riguarda le profondità più arcaiche, quelle precoscienziali, dove – a livello di pensiero magico e mitico – si fondono in modo abissale l’inconscio individuale, quello familiare e, prima ancora, quello culturale-antropologico. Se interviene il tabù e se questo tabù è l’unico condiviso da tutte le culture umane, significa allora che l’evento che, attraverso il tabù, si vuole prevenire e arginare tocca e interroga il margine stesso dell’umano, al di qua del quale ogni possibile sopravvivenza è negata, al di qua del quale sono impossibili la civiltà, la storia, la stessa esistenza dell’uomo.

Passiamo ora al problema.

La letteratura scientifica e l’esperienza clinica concordano: di solito l’ultima a sapere dell’incesto tra padre e figlia è la madre. Non solo: anche quando ne viene informata, la madre tende o a negare radicalmente i fatti, spesso contro la più palese delle evidenze. Da ultimo, quando proprio non può più impedirsi di vedere i fatti, cerca quasi sempre di difendere il più possibile il marito o il compagno, quantomeno di sminuirne la responsabilità.

È come se, sotto sotto, alla madre facesse gioco l’incesto; come se, sotto sotto, fosse così scontato da non essere neppure sospettato o visto.

A quanto mi è dato notare nella mia esperienza clinica, in gioco ci sono madri con nodi dissociativi forti (anche se non necessariamente così profondi da superare l’identità individuale e intaccare l’identità di genere). È come se proiettassero sulla figlia una parte del proprio Sé femminile (il Sé di genere), delegandole inconsciamente la gestione sessuale del marito o del compagno. Di solito questa dinamica è sostenuta per un verso da una visione molto negativa del maschio e del maschile, colti come deboli, malati, irrecuperabili; per altro verso da una visione del tutto strumentale della sessualità, quasi si trattasse di una pratica che purtroppo bisogna sbrigare, di una incombenza a cui non ci si può sottrarre e alla quale, in quanto donne, si deve provvedere, come se si trattasse di lavare dalla cacca un bambino piccolo o di pulire il naso a un moccioso poco più grande. Per questo, inconsciamente, scatta in modo meccanico una specie di identificazione nel genere (cioè nell’essere entrambe femmine all’interno di una comune casa) tra la madre e la figlia, come se questa fosse la naturale sostituta e continuatrice delle mansioni dell’altra. Che faccia lei, quello che mi scoccia fare e che magari io ho già dovuto fare con mio padre o con mio fratello o mio zio!

Da un punto di vista clinico, molto più di frequente dell’incesto fisico vero e proprio (per altro molto meno raro di quanto si ritenga abitualmente) capitano dinamiche di incesto relazionale, dove, pure non essendoci rapporto sessuale tra padre e figlia (tanto in queste famiglie di rado il sesso è evento e luogo di intimità comunicata e condivisa), la vera coppia relazionale è quella non tra moglie e marito (o compagno), ma quella tra figlia e padre (o compagno della madre). Alle fiere, al mercato, al lavoro, in ufficio, nella carriera professionale, finanziaria, politica è la figlia che sempre più frequentemente e intensamente segue e prosegue il padre; è lei che lo accudisce, che gli programma le cose e la giornata, perfino gli sceglie i vestiti o gli decide gli incontri. Spesso si tratta di uomini che di fatto passano dalla loro vecchia mamma alla figlia, transitando quasi casualmente dalla moglie o dalle mogli. Del resto che importanza c’è che le mogli siano una o tante? Comunque non sono mai la vera interlocutrice del loro mondo. Per quello prima c’è la mamma o poi c’è la figlia. Da un incesto psicologico all’altro. Da parte loro queste figlie o non si sposano affatto (tanto sono già “sposate” con il padre) o sposano uomini deboli, inconsistenti, di facciata, spesso a loro volta “sposati” con la loro mamma. Le mogli poi, ripeto, lasciano fare, prese come sono dalla maternità e del tutto disinteressate a una vera intimità affettiva, emotiva e sessuale con il loro uomo.

Un’ultima notazione: per quanto paradossale possa sembrare, per un clinico, sotto molti aspetti, è più facile lavorare su un incesto fisicamente consumato che non su una dinamica relazionalmente incestuosa. Nel primo caso la forza di fatti evidenti e rilevanti anche legalmente aiuta ad affrontare il problema incesto; nel secondo caso il tabù rafforza le difese e impedisce ai pazienti di vedere e di leggere i fatti per quello che sono. Purtroppo solo la presenza di patologie gravi, quali per esempio le anoressie o altre psicosi, permette al clinico di fare emergere in piena evidenze la dinamiche incestuose che di solito caratterizzano le famiglie nelle quali insorgono anoressie e psicosi.

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