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AUGURIO DI NATALE 2011

Ma io voglio vivere in un mondo multietnico. La mia patria è l’incontro delle diversità, è il loro scoprirsi l’una il senso, la bellezza, la ricchezza, l’innamoramento dell’altra.

Voglio che i miei nipoti, pronipoti, propropropronipoti siano meticci, mulatti, neri, bianchi, gialli, rossi, tutti belli, bellissimi, ciascuno unico e stupendo come i figli degli incontri sanno esserlo. Voglio che la loro cultura esca dalla foresta generosa e feconda degli incontri tra le culture più diverse, dallo scrigno delle loro meravigliose e infinite ricchezze.

Voglio che il mondo sia una unica grande patria, dove nessuno è rifiutato o respinto o schedato o rinchiuso o bruciato o buttato a mare. Voglio che il mondo sia l’incontro, l’innamoramento, lo stupore, la curiosità attenta. Voglio che la vera grande risorsa sia la diversità. La diversità è come la verità, è come l’onestà morale e intellettuale: rende liberi. Senza diversità non c’è speranza, verità, amore, vita.

Voglio che tutto quanto ho detto sia il Grande Diritto di tutti e di ciascuno, voglio che sia un diritto come sono diritto l’aria, la vita, la bellezza, l’amore, il pane, la felicità, la gioia.

Ciao, Rosi,

bella più di ogni bella,

gravida di Creazione,

donna unica e mia.

 

Tu fai di ogni giorno

la rugiada del tempo,

dai senso alle storie,

bagni le epoche

d’eterno parto.

 

Ogni anno compi i tuoi vent’anni.

Tu non muti mai.

Con te ringiovanisce il tempo,

e di te curiosi si fanno i giorni.

 

 

viva la vita, Rosi,

amore mio,

 

ci incontreremo ancora e sempre,

anche al mio funerale

 

ci metteremo in fondo al corteo

dove nessuno ci vede

dove nessuno sente le dolci nostre parole

e sono solo nostri

i nostri infiniti baci

 

e lì al mio funerale

faremo come sempre l’amore

 

mai l’abbiamo fatto

al mio funerale

 

al mio funerale, vedrai,

non mancherò l’appuntamento

 

 

 Domani, 21 luglio 2011, si sposano Chiara (mia figlia) e Davide.

All’essere umano non basta essere felice. Occorre che la felicità sia comunicata. Quando è detta e comunicata, la felicità diventa gioia.

Davide e Chiara, voi siete già felici in questo vostro amore caro e bello. Venendo qui a comunicare la vostra felicità, voi dite la gioia, voi siete la gioia.

Comunicando la vostra gioia a Dio, alla Trinità, voi rendete gioioso anche Dio, anche la Trinità. Grazie a voi, la gioia umana si incarna nel divino e rende bello Dio.

Comunicando la vostra gioia, alla Chiesa, voi date speranza e vita alla Chiesa; della Chiesa madre voi siete oggi i genitori; delle chiesa maestra voi siete oggi i maestri; della chiesa annunciante voi siete oggi l’annuncio; della chiesa sacramento voi siete oggi il sacramento; della chiesa martire voi siete oggi i testimoni; della chiesa redentrice voi siete oggi i redentori; della chiesa che parla voi siete oggi i confessori.

Comunicando la vostra gioia a noi che siamo qui presenti, voi ci chiamate alla responsabilità della felicità e della gioia, alla fiducia nell’amore, all’amore nella fiiducia; ci chiamate all’ottimismo che dà vita e alla vita che dà ottimismo; voi, che siete l’amore tra le due diversità uimane, ci chiamate all’ascolto tra le diversità, alla vita nasccente dalle diversità che si incontrano e si amano. Comunicando la vostra gioia a noi qui presenti davanti a Dio, ci fate simbolo e testimoni di Dio e responsabili della Sua Creazione; ci fate simbolo e testimoni di Gesù e responsabili della Sua incarnazione e risurrezione, di ogni umanità creata e di ogni destino di gioia; ci fate simbolo e testimoni dello Spirito e responsabili della Sua Pentecoste e delle Sua Consolazione. Comunicando la vostra gioia a noi qui presenti come Chiesa, ci fate simbolo e testimoni della Chiesa e responsabili della sua unità, della sua santità, della sua comunione di santità, della sua apostolicità, della sua natura di sacramento.

Comunicando la vostra gioia ai vostri genitori, voi ci dite che il nostro essere padre e madre ha senso nella vostra gioia, ha continuità nella vostra gioia, è sacerdozio di gioia e sacramento di gioia.

Comunicando la vostra gioia all’intera Creazione, voi la riempite di gioia, la benedite di gioia, le inorgoglite di continuità, la rendete sempre di più evento di incarnazione, evento di collaborazione tra Dio e l’umanità.

Ciao, Chiara e Davide, siete bellissimi e stupendi, perché uscite da Dio e perché, comunicandogli la vostra gioia riportate il Dio della gioia in mezzo a noi.

Grazie, Chiara e Davide, di questo vostro sacramento di gioia.

La notizia è di due giorni fa: Domenico, un bimbo di Mileto (Vibo Valentia) è stato picchiato dalle maestre:

Mileto- Quattro insegnanti dell’asilo di Mileto sono state arrestate dai Carabinieri della Compagnia di Vibo Valentia con l’accusa di maltrattamenti aggravati ai danni di un disabile di cinque anni di nome Domenico. Secondo quanto è emerso dalle indagini, il bambino è stato ripetutamente picchiato anche più volte al giorno e sottoposto ad altre forme di vessazione. Le indagini si sono basate su videoriprese in cui sono documentati i maltrattamenti subiti dal bambino;  erano state avviate ad aprile sulla base di informazioni confidenziali giunte ai Carabinieri. In forma anonima, è stato anche recapitato un dvd con le immagini di alcune donne che rimproveravano un bambino che piangeva ininterrottamente. I Carabinieri hanno scoperto successivamente che i maltrattamenti avvenivano all’interno dell’asilo ai danni di Domenico, dopo avere installato nell’istituto alcune telecamere. I maltrattamenti nei confronti del bambino si sono interrotti dopo l’avvio delle indagini da parte dei Carabinieri e dopo la prima convocazione delle maestre. “Il bambino, fino a quel momento vessato ogni giorno – scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare – a quel punto viene fatto oggetto di particolari premure e accortezze”.”

A proposito di questa notizia mi scrive il mio solito vecchio amico spastico. Mi prega di pubblicare qui questa sua lettera dedicata al piccolo Domenico:

Caro piccolo amico di Mileto,

le tue maestre ti hanno picchiato con schiaffi violenti. Non volergliene: ti stanno educando. I loro sono solo i primi schiaffi di una lunga interminata serie. In fondo lo fanno solo per abituarti, per identficarti nella tua funzione. Tu servi agli altri, sei utile, quasi necessario, perché sei diverso e, come dicono loro, dis-abile. Sai, “dis-abile” letteralmente significa che “non hai la possibilità di avere”: non potrai avere nulla, solo gli schiaffi di chi ha bisogno di te e della tua dis-abilità.

Sai ogni piccolo grande fascismo e nazismo ha bisogno di te. Sempre: perché i muri del fascismo e del nazismo non cadono mai. Tu servi: se non ci fossi tu, su chi potrebbero proiettare le loro paure, il loro profondo e urlante terrore di essere anche loro deboli, anche loro dis-abili. Non sei tu a dovere diventare “come loro”. Sono loro che hanno terrore e coscienza di essere come tu appari a loro: impotente, debole, dis-abile appunto.

Tu non sapevi di essere dis-abile: te lo dicono loro ogni giorno, ogni volta che, incontrandoti o, come dovrebbero, accogliendoti, devono fare i conti con le loro paure, con il loro grande terrore di essere “come te”.

Schiaffo significa “annientamento”, “soluzione finale”; significa che per loro tu non dovresti esserci lì davanti a loro, davanti alla coscienza che temono di avere e, ancora di più, di essere, davanti alla consapevolezza profonda e per loro insopportabile di essere “come te”. Se poi tu sorridi, sei felice, ami crescere, ami vivere, ami amare, allora diventi ancora di più insopportabile, assurdo. Come fai proprio tu a sorridere, ad amare, a vivere, a crescere, quando loro non ce la fanno? Che diritto hai tu di farcela, se loro non ce la fanno? Che diritto hai tu di volere innamorarti della scrittura, della lettura, della cultura, se loro non sanno nulla di ciò che insegnano? Sai, è proprio per questo che le insegnano? Se le conoscessero e le amassero, come potrebbero insegnarle? Dovrebbero scrivere di sé stessi, leggere di sé stessi, essere consapevolmente la cultura delle loro paure, del loro terrore. Ogni fascismo e ogni nazismo – piccolo o grande poco importa: il fascismo è sempre fascismo, il nazismo è sempre nazismo – hanno bisogno di prendere a schiaffi quelli come te, di annientarli, di metterli nella discarica degli schiaffi.

Lo schiaffo è ontologia: spazza via l’essere che tu sei, lo assimila al non essere che loro sono. In fondo quei loro schiaffi sono atti di giustizia: assimilano.

Sai quale è la tua colpa più grave? Forse non te ne sei ancora accorto, ma la tua colpa più grande è quando sorridi, quando vai volentieri alla loro scuola, quando apri volentieri i loro libri, quando vuoi anche tu scrivere, dire, annunciare. Vedrai quanto è pesante, ogni giorno più pesante questo “anche tu”. Te lo diranno continuamente, dimenticando che nel dirtelo ti emarginano, ti mettono dietro, ti etichettano, ti obbligano a risalire continuamente le correnti. “Anche tu”. In realtà non vogliono “anche te”. E come potrebbero, se non amano neanche sé stessi? Ogni volta che sono costretti a dire “anche tu”nelle loro piccole cantine d’anime risuona subito quel “neanche io” e quel “neanche noi” che fa loro terrore, che li identifica e li coalizza come soltanto il terorre più profondo sa fare.

Ne prenderai tanti di schiaffi. Questi sono solo i primi. Ricordo il mio primo schiaffo. Non venne dato con la mano, ma con la voce, quando la maestra del mio primo giorno di scuola disse a mia madre: “Ginetta, qui tuo figlio non può restare: qui ci sono quelli che continuano”.

Abituati, caro piccolo amico di Mileto: gli schiaffi peggiori non sono quelli dati con la mano. Il bruciore di una sberla può trovare il piccolo sollievo della superficie fresca di un banco di scuola, su cui tu puoi appoggiare la guancia. Per gli altri schiaffi non ci sono superfici tanto dolci e materne. Dovrai diventare tu superficie dolce e materna: per te stesso e, ancora di più, per loro.

Sai, nessuno schiaffo è mai il primo, nessuno schiaffo è mai un inizio. Chi dà uno schiaffo, significa che ne ha già dato almeno un altro a sé stesso, alla propria piccola cantina d’anima. Di solito chi dà schiaffi, ha in sé storie di violenza subita e mai affrontata. Magari le tue maestre, dietro i loro schiaffi hanno storie di abusi, di fallimenti, di impotenze. Prendendo il loro schiaffo, diventi per un attimo la superficie fresca che lenisce per un attmo gli schiaffi della loro anima. Solo se tu sei il disabile daschiaffeggiare, loro si possono illudere di essere abili e potenti. 

Caro amico, cerca di non essere troppo felice, di non avere mai lo sguardo arguto e intelligente, di non parlare mai di vita, di dignità, di bellezza. Tu non ne hai il diritto. Ogni volta che lo farai schiaffeggerai la loro meschinità, il loro diritto fascista e nazista di non guardarsi dentro, di non amarsi, di non crescere, di non essere mai belli, di non potere mai avere sé stessi. Come osi tu andare a scuola? “Scuola” deriva da scholé, una parola greca che significa tre cose per loro terribili e insopportabili: “libertà”, “ozio”, “avere sé stessi a tale punto da essere sé stessi”. Deriva infatti dalla stessa radice che in greco significa “avere”, quell’avere radicale, che sfocia nell’essere liberamente e gioiosamente sé stessi.

Come puoi “anche tu” essere te stesso fino in fondo, essere libero, stare in quell’ozio sapiente che è l’identità e la libertà? Non ti pare di avere esagerato? Non è che in fondo hanno fatto bene a prenderti a schiaffi?

A Messa, qualche anno fa, all’Offertorio venivano portati spesso all’altare spighe di grano e grappoli d’uva. Invece – pensai – la consacrazione prevedeva non le spighe di grano, ma il pane; non i grappoli d’uva, ma il vino. C’era qualcosa che forse alle suggestioni georgico-ecologiche sfuggiva.

Tra la spiga di grano e il pane o tra il grappolo d’uva e il vino ci sta il lavoro umano, quel “tra” prodigioso che lega/divide tra loro gli uomini: a) l’azione del contadino, quella del mugnaio e del vignaiolo, quella del fornaio e dell’oste; b) l’organizzazione culturale, sociale, sindacale, politica del lavoro; c) la fatica degli uomini, la costituzione e le contraddizioni dell’organizzazione del lavoro; d) la giustizia o l’ingiustizia nella distribuzione sociale e politica del pane e del vino; e) la vita e la morte, la tranquillità e l’angoscia, il benessere o il malessere, la gioia o la tristezza legati al pane e al vino e alla loro presenza o assenza; f) la convivialità o la solitudine, la gioia vivificante della festa (il vino) e della ferialità (il pane) o la disperazione mortificante che caratterizzano il pane mangiato e il vino bevuto; g) i luoghi in cui il pane viene mangiato e il vino bevuto: la casa, l’osteria, la mensa, l’albergo, la trincea, la piazza, il rifugio ecc.; h) i modi e le dimensioni in cui il pane viene mangiato e il vino viene bevuto: lo sbocconcellare scanzonato, l’avidità disperata od ossessiva, l’angoscia della restrizione anoressica, il disgusto e il vomito del masochismo bulimico, l’allegria spensierata del brindisi, l’ubriacatura sbadata, l’ebbrezza divertita o irresponsabile, la dipendenza alcoolista.

Ebbene, scegliendo non la spiga e il grappolo, ma il pane e il vino, Gesù ci ha detto che continuava la propria incarnazione eucaristica non nei frutti della natura, ma nell’evento umano del lavoro, di cui il pane e il vino sono la prima presenza, il prodotto più emblematico e quotidiano, l’e-vento e la parola più conviviali e familiari. Nei frutti della natura Gesù c’è già come Verbo Creatore; nel pane e nel vino chiede di entrarci, di incarnarsi ogni volta che la comunità cristiana prende, consacra, mangia e beve facendo memoria di Gesù. Gesù vuole entrare e incarnarsi in tutti gli a), b), c), d), e), f), g), h) del pane e del vino umani.

Chiedendo di potersi di nuovo incarnare ogni volta che la comunità cristiana, facendo memoria di Lui, prende, consacra, mangia il pane e beve il vino, Gesù viene di nuovo accolto e concepito dal “fiat” dell’Annunciazione, viene di nuovo atteso dalla gravidanza esultante e meditante di Maria e in quella dubbiosa/credente di Giuseppe, viene di nuovo partorito dal Natale di Betlemme, viene di nuovo minacciato da Erode, viene di nuovo protetto dalla fuga in Egitto (allora, per sfuggire alla morte, non occorrevano i barconi o i gommoni, bastavano gli asini), viene di nuovo lasciato in pace per 30 anni, viene di nuovo ascoltato da individui e folle, viene di nuovo messo a morte nel modo più orrendo, viene di nuovo annunciato come Risorto. Ecco perché il pane e il vino di ogni Messa sono angelo annunciante, Maria theotokos, padre dubbioso e pregante, parto notturno, fuga clandestina, silenzioso lavoro trentennale, parola, persona e folla, passione, morte, risurrezione.

Ogni messa è tutto questo nel pane e nel vino. Ogni eucarestia è tutto questo nel pane e nel vino. Anche nel silenzio del Sabato Santo il pane e il vino della eucarestia rendono presente e vivente Gesù: anche mentre discende agli Inferi e libera le storie passate e abissali, Gesù è qui come pane e vino della eucarestia.

Le spighe di grano appartenevano a Demetra e Cerere, i grappoli d’uva appartenevano a Pan e Dioniso. Gesù vuole essere pane e vino, chiede di potere continuare a incarnarsi nel pane e nel vino, cioè in quei due “tra” prodigiosi che ogni giorno sono il cuore della relazione inter-umana.

Padre, dacci oggi il nostro pane e il nostro vino quotidiani. Padre, dacci la forza di renderli luogo ed evento di incarnazione e resurrezione. Padre, rendici capaci di accogliere la quotidiana, annunciazione e nascita di Gesù.

Poi, Padre, se un giorno ti va, convinci la gerarchia e il papa ad amare così tanto l’eucarestia da condividerla a pieno con i laici anchhe nella consacrazione. Perché, Padre, un papà e una mamma non possono insieme consacrare il pane e il vino confermando anche in questo il proprio essere chiesa, sacramento, luogo ed evento di annuncio, incarnazione, resurrezione e salvezza? Tu che sei il Padre, fa’ che non si abbia paura dei papà e delle mamme, della loro casa, della loro tavola, del loro pane e del loro vino, della loro messa e della loro eucarestia quotidiane.

L’Ave Maria è preghiera di incontro e di presenza. È il piacere di dire “ciao” a Maria, nella gioia dell’incontro con Lei, con la Sua presenza. Come per le persone di cui ci fa piacere la presenza, viene voglia di ripetere il “ciao” per cinquanta e cinquanta e cinquanta volte. Il Rosario non è la penosa, doverosa, ossessiva nenia annoiata o nevrotica quale ce lo fanno sembrare certe recite strascicate, più simile al cerimoniale nevrotico che cerca nel rituale l’assopimento dipendente o la compensazione ansiolitica. È invece il godimento gioioso di una presenza, la gioia di ripetere il saluto e il nome, proprio come fanno un papà e una mamma quando chiamano per nome il loro bambino o come fanno gli innamorati quando si ripetono infinite volte il saluto e il nome; proprio come fecero l’Angelo all’Annunciazione, Bernadette a Lourdes e Lucia a Fatima. “Ciao, Maria, piena di Creazione”, “Ciao, Maria che hai sempre il Signore con Te”, “Ciao, Maria, benedetta fra tutte le donne”, “Ciao, Maria, benedetta dal frutto benedetto del tuo concepimento”.

Proprio perché è incontro e presenza, l’Ave Maria è tutta all’indicativo presente. Con il Padre Nostro il verbo non è più l’indicativo, ma il congiuntivo esortativo, il congiuntivo della speranza e della tensione dalla creatura a Dio. Con Maria invece non c’è tensione: c’è la gioia della presenza di fronte all’umano immacolato che è già e da sempre con il divino, al punto da concepire con lui, al punto da esserne la madre e la benedetta benedizione. “Ciao, Maria, il Signore è talmente con Te che, grazie a Te, è anche con noi”, “Ciao, Maria, mamma di Dio”, “Ciao, Maria, santa di divina maternità”, “Ciao, Maria, tu che anche con Dio puoi e sai usare l’indicativo della presenza, parlaGli tu per noi”. Noi possiamo parlare con lui solo al congiuntivo della inquietitudine sperante; Tu Gli puoi parlare nella visione della presenza senza i congiuntivi delle distanze. “Ciao, Maria, parlaGli per noi in ogni attimo di tempo, Tu che sei la pienezza della Creazione, parlaGli per noi in ogni adesso della nostra vita e nell’attimo di Pasqua della nostra morte, di ogni nostra morte”. “Ciao, Maria, bellissima tra le creature e più bella di ogni altra creazione”, “Ciao, Maria, è bello continuare a dire il Tuo nome godendo della Tua presenza”.

Difficilmente si è vittima per caso.

Spesso essere vittima è un bisogno per lo più inconscio dell’individuo, oppure è il risultato di una disfunzione del sistema relazionale di appartenenza.

Solo chi è psicoterapeuta può esercitare la psiccoanalisi. L’ha ribadito la Cassazione, dando ragione all’Ordine degli Psicologi, che aveva intentato causa a una persona che, sotto l’etichetta di psicanalista, praticava abusivamente la professione di psicoterapeuta. Vedi in proposito la sentenza, cliccando qui

–>la sentenza della Cassazione che riconduce la Psicoanalisi alla Psicoterapia .

In particolare viene sancita e riconosciuta l’elevata specializzazione propria dello psicoterapeuta: “ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 348 c.p., l’esercizio dell’attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed all’inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti). Ciò posto, la psicanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente, è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali. Ne consegue che non è condivisibile la tesi difensiva della ricorrente, posto che l’attività dello psicanalista non è annoverabile fra quelle libere previste dall’art. 2231 c.c. ma necessita di particolare abilitazione statale”.

L’invidia è l’alibi

di un’impotenza.

Mi scrive un amico:

Gigi, perché non fai un post su questa bambina, Elena, “dimenticata” dal padre in macchina? Non ho visto alcuna analisi in questi giorni dal punto di vista psicologico. Parlano solo di blackout.

Ma esiste? È possibile? Quando avviene? Come avviene? È davvero un vuoto momentaneo o nasconde, al nostro sguardo, profili relazionali non sani? Si puó leggere in ottica famiglia tutto questo? E la moglie che freddamente lo scagiona e difende, può essere parte di un disagio?”.

Ho visto e ascoltato il video della mamma di Elena (qui il video di SkyTg24).

Manca il lutto, soprattutto le prime due fasi: 1) la ribellione nei confronti dell’evento, quasi a volerlo negare, a dire che non è accaduto, non può essere accaduto. A non esistere non è la morte della bambina, ma la bambina: dopo essere stata in vita dimenticata e non vista dal padre, ora in morte è non pianta dalla madre; 2) la rabbia contro chi o quanto possa essere stato causa. A parlare non è una madre che piange la figlia. A parlare è una bambina che teme a propria volta l’abbandono; non parla né grida, ma legge il compitino che diligentemente ha scritto; se fosse messo in versi, lo leggerebbe in piedi a una sedia commossa per la festa del papà, il suo papà e non quello di Elena.

Questa donna è non una mamma che piange, ma una bambina che teme. Non ricorda la propria bambina; ricorda la vicinanza materna del marito durante la gravidanza. In questo video la vera unica “madre” è lui, non lei.

Se mi capitasse in terapia un caso di questo tipo, la prima domanda che mi farei sarebbe questa: che cosa unisce davvero questa coppia? Sotto l’apparenza di una coppia innamorata, non ci sta forse un marito “mammo”, che accudisce una moglie bambina?

A quanto mi dice l’esperienza clinica, sono in aumento coppie di questo tipo (lui “mammo”, lei bambina), per cui il matrimonio di fatto si riduce a un maternagedi lui nei confronti di lei, dove i figli o non ci sono o sono – appunto – non visti, dimenticati, lasciati morire. In questo modo, di solito, si soddisfano tre bisogni oggi sempre più crescenti.

Primo bisogno: quello del maschio narcisista sadico.

Da un lato il maschio narcisista controlla e domina la donna fissandola e imbalsamandola nella sua parte bambina; in questo modo rende del tutto inutile la femminilità adulta e la maternità della donna, cioè la “uccide”; non a caso questo tipo di uomini tende a sostituire al massimo la donna nella sua funzione materna: se potesse concepirebbe e partorirebbe lui al posto di lei; dove e quando non può sostituirla, la controlla, la supporta al massimo fino a renderla di fatto inutile: cambia lui i pannolini al bambino, si alza lui di notte per cullarlo, gli dà lui il biberon, gli fa lui il bagnetto, lo porta lui all’asilo, è “papà” il primo nome pronunciato dalla bimba (cfr. il video della madre). Sostituendola la svaluta, la rende inutile. È questo il suo vero sadico obiettivo, il suo vero unico bisogno, sia pure inconscio: diventare lui mamma, per dichiarare inutile la maternità della donna. Per questo dimentica e non vede la bambina: la dimentica e non la vede proprio perché ha risposto non ai bisogni di quella povera creaturina, ma sempre e unicamente al proprio bisogno di essere “mammo” eliminandoo la mamma. Di solito si tratta di maschi prevaricati da piccoli da madri poco empatiche e molto esigenti, che tendono a proiettare sul figlio richieste di successo scolastico e/o sociale; una delle modalità difensive tipiche di questi uomini è proprio quella di “vestirsi” loro da madre, di fare loro la madre, per potere – invertendo i ruoli e mettendosi loro nei panni e nelle funzioni materne – controllare quella madre che li ha tanto feriti.

Secondo bisogno: quello della donna bambina.

Dall’altro lato c’è una femmina con grandi carenze affettive, che, a propria volta, usa la maternità per ricevere lei – attraverso il figlio o la figlia – quelle attenzioni e cure che non ha mai davvero ricevute; anche lei non vede la figlia, ma la usa, per potere attraverso di lei ricevere. Il marito viene da lei vissuto non tanto come maschio, quanto come necessario sostituto materno. A livello strutturale si tratta di donne con forti nodi depressivi e, talora, anche schizoidi; sono fortemente carenziate, hanno ricevuto dalla madre un accudimento non adeguato e/o problematico. Spesso a loro è stato preferito un fratello maschio; talora la mancanza di attenzione materna le ha rese facile preda di abusi. Non a caso finiscono spesso con lo sposare uomini con disturbo narcisistico di personalità, che continuano ad abusare di loro, con le modalità manipolatorie e sadiche proprie dei narcisisti.

Terzo bisogno: quello di una coppia “mammo”-bambina di eternare sé stessa.

Ora lui continuerà indisturbato ad occuparsi della propria carriera universitaria e ad allattare d’affetto la propria moglie bambina; se Elena, la loro bimba, fosse cresciuta, lui avrebbe dovuto cominciare a fare il padre, contraddicendo al bisogno di essere madre. Lei, senza avere più la bambina come rivale, potrà eternamente farsi allattare da lui, evitando per sempre di essere donna adulta e madre. Più che il dolore per la morte della figlia, in lei è prevalsa la paura di perdere questo marito-madre. Perciò non ha potuto non difenderlo fino all’estremo paradosso di un dolore senza lutto. Difendendo lui, questa donna difende anche sé stessa e l’omeostasi della coppia.

 Di solito gli uomini si innamorano

di quello che vedono,

le donne di quello che immaginano.

Di solito gli uomini si separano

per quello che non immaginavano,

le donne per quello che non vedevano.

Ricevo dal Veneto questa mail di C.:

Caro Gigi,

sono C., vorrei tanto sottoporti lo strano caso, o meglio, la strano comportamento di una mia “prof”. Questa strana signora dall’inizio dell’anno in modo del tutto gratuito ci fa sentire umiliati. Ti faccio qualche piccolo esempio.

Per esempio oggi, sosteneva che nessuna di noi si lava; la nostra scarsa igiene, a detta, sua, la disturba alquanto; così si premunisce di coprire il cancellino della lavagna (usato anche da noi) con il fazzoletto e, quando prende, metti caso, i nostri quaderni, li sfoglia con aria molto schifata, apre la finestra coprendo la maniglia con uno straccio che si porta da casa, non possiamo neppure tossire, cosa che in questo periodo è molto difficile evitare, visto che siamo tutti raffreddati. Questo è solo un piccolo assaggio del suo comportamento.

Passa le sue ore con noi a farci sentire umiliati, paragonandoci ad animali, per lo più animali da circo, sostiene che non avremo mai un futuro, e via dicendo; a quanto pare, di questa sua considerazione non godiamo solo noi studenti, ma anche i cosiddetti suoi colleghi, che – anch’essi – a pazienza paiono essere agli sgoccioli.

Ormai mi sono resa conto che l’insegnante “strano” annuale non mancherà mai; arriveremo a fine anno, se arriveremo, tutte col debito nella sua materia, trascinandoci questa palla al piede, che, almeno questa!, è in grado di farci sentire “grandi” in quanto a pazienza e sopportazione.

Caro Gigi una tizia del genere perché ha scelto di insegnare?

E soprattutto perché non possiamo liberarci di lei? Perché lei è tutelata e noi no? Ti mando un grande abbraccio, C.”.

Ecco quanto ho risposto a C.:

Cara C.,

leggendo quello che scrivi, viene da pensare che la tua insegnante forse avrebbe bisogno di un po’ di terapia. A grandi linee, sempre stando a quanto mi dici di lei, mi rammenta il protagonista di un film molto bello, che ti consiglio di vedere: Qualcosa è cambiato, con Jack Nicholson e Helen Hunt. Guardalo.

Quanto alla tua domanda (“una tizia del genere perché ha scelto di insegnare?”) e soprattutto sul perché si comporta come tu dici, posso solo fare ipotesi. Chi non sa chiedere aiuto e farsi sostenere e cambiare grazie a una terapia, spesso finisce con l’usare la vita come luogo per sfogare la parte incontenibile e disturbata di sè, proprio quella che invece potrebbe – con profitto di tutti – essere aiutata dalla terapia. Così quella persona finisce con il peggiorare sè stessa e con il danneggiare gli altri. Perché proprio nella scuola? Probabilmente perché questa persona non sa affrontare altri mondi; probabilmente perché sotto sotto è ancora una bambina che soltanto tiranneggiando gli altri può illudersi di non essere più una allieva (ecco perché ci tiene così tanto a creare una barriera fobica tra sé e voi allievi) e in tale modo illudersi di essere una persona adulta; probabilmente è una persona molto sola e impaurita dal mondo, dal lavoro e dalla propria inadeguatezza ad affrontarli, così si nasconde dietro la paranoia delle proprie mille fobie, proiettando su di voi quel senso di insoddisfazione e di schifo che molto probabilmente abita dentro di lei (le serve proiettare su di voi quanto non accetta in sé stessa); probabilmente sa toccare maniglie e fogli e mondo soltanto attraverso lo straccio delle proprie paure , straccio“materno e familiare” (che, come un protettivo cuscino di Linus, si porta dietro da casa). Poveretta! Ogni tanto, se ti riesce, lasciati sfuggire un sorriso per lei. E, se per caso le capita di fare una buona lezione, diglielo con sincerità. Forse nessuno è mai stato sincero con lei, neppure le autorità scolastiche che dovrebbero garantire società, cittadini, allievi e – perché no? – insegnanti.

Gigi”.

Per completezza di discorso, vorrei aggiungere alcune considerazioni.

A quanto vedo sia nella mia esperienza clinica sia in quella riportatami dai colleghi che mi si rivolgono in supervisione, sono frequenti i casi di insegnanti disturbati e/o problematici che fanno sentire umiliati gli allievi o addirittura li tiranneggiano con comportamenti quanto meno discutibili. Proprio oggi i giornali portano notizia della condanna di una insegnante di Palermo che fece scrivere per cento volte a un alunno la frase «Sono un deficiente» sul suo quaderno. Per quanto doveroso fosse il suo intervento (pare che il ragazzo avesse comportamenti di bullismo e omofobia), la risposta educativa data dall’insegnate non era certo quella di convincerlo di “essere un deficiente”.

Non è facile essere buoni o, anche soltanto, adeguati insegnanti. Ma, proprio per questo, sarebbe opportuno che ci fossero buoni o, anche soltanto, adeguati monitoraggi e sostegni circa la corretta salute mentale degli insegnanti.

Riporto qui quanto ho già scritto in A proposito di scuola, post di questo blog, pubblicato parechcio tempo fa:

Ci sono insegnanti e dirigenti scolastici con gravi problemi psichici, con difficoltà relazionali, talora con disturbi di personalità, specie di tipo narcisistico (DNP). Non si sa come possano interagire con colleghi e allievi, né come possano insegnare o dirigere. Chi soffre di DNP, per esempio, è cieco nella empatia ed è manipolante nelle relazioni. Eppure – cosa molto preoccupante – molti di essi godono fama di essere “bravi e seri” nel loro lavoro. Viene il dubbio che gli artefici di tale fama abbiano problemi ancora più grossi o, cosa non rara, un atroce brama di masochismo genitoriale e pedagogico. Come è possibile che nessuno se ne accorga e dica quanto la scuola può essere patologica e patogena? Perché si tace? Se, per esempio, come spesso accade, si dà il massimo dei voti a una allieva anoressica, di fatto si collude con la sua patologia, con il suo bisogno psicotico di difendersi e dimenticarsi nel rituale mnemonico dello studio, di evitare gli altri, il mondo, la realtà; e si collude con il bisogno della sua famiglia di non vedere il problema. Eppure, con le logiche attuali, non si può fare altrimenti. E che dire – caso non raro – di insegnanti, che, abusati da bambini, non hanno mai potuto o voluto elaborare terapeuticamente il loro abuso? Che cosa in-segneranno, cioè che cosa segneranno dentro i propri allievi, se ancora non hanno scavato e risolto ciò che ha cosi gravemente segnato la loro anima e la loro esistenza?”.

A quanto già ho detto nel passo appena citato, mi pare utile aggiungere quanto – almeno nelle conseguenze e nei disagi prodotti – il DNP sia assimilabile per esempio al Disturbo Ossessivo Compulsivo. Del resto anche quadri comportamentali più tipicamente nevrotici, quali quelli fobici, non paiono garantire quel minimo di serenità e di empatia che ogni insegnante dovrebbe potere avere e garantire.

Nella mia risposta a C. le ho consigliato di dare un sorriso all’insegnante e di dirle qualche volta “Brava”. So perfettamente di avere di fatto consigliato a C di fare lei con l’insegnante quanto l’insegnante dovrebbe fare con gli allievi: conosco molto bene sia C., sia la sua maturità, sia la grande presenza formativa e la capacità elaborativa dei suo due genitori, per cui il consiglio mi pare utile a C. e alla sua crescita. Volevo che fosse chiaro a C. che il problema non è lei, ma l’insegnante, così che fosse evitata a C. ogni possibile deriva di frustrazione e di caduta di stima in sé stessa in particolare e nella scuola in generale. Se non si chiarisce ai ragazzi che molte volte il problema non sono loro ma l’insegnante, si finisce con il fare un grosso danno ai ragazzi: quello di non testimoniare che la scuola non è – genericamente – negativa, ma che negativi sono soltanto “alcuni” comportamenti e “alcuni” insegnanti; quello di distogliere ogni passione e ogni entusiasmo dei ragazzi dalla scuola e dallo studio; quello alla fine di demotivarli a tale punto da privarli dello studio e della scuola in quanto tali.

Da Gerri ricevo questo commmento:

Caro dott. Gigi, in occasione delle feste natalizie ho partecipato ad un viaggio organizzato in pullman in una bellissima regione italiana. I partecipanti erano donne e uomini soli, coppie mature e coppie di mezza età ….con figli già adulti. In particolare hanno attirato la mia attenzione due giovani: una ragazzo ed una ragazza di età compresa tra i 20 e i 30 anni, sempre vicini ai propri genitori (a tavola erano seduti in mezzo a papà e mamma!!!), che hanno socializzato pochissimo e a me parevano molto tristi e depressi. Se fossero stati con i loro coetanei non sarebbero stati più felici? Gradirei un suo parere in merito. Grazie”.

Quanto scrive Gerri merita un commento molto, molto sottolineato. Ringrazio Gerri che me ne offre la possibilità.

Questo blog ha un’intera rubrica dedicata al tema dell’incesto (vedi Incesto e dinamiche incestuose e, come premessa, leggi Incesto e dinamiche incestuose. Perché è utile una rubrica ad hoc ), più volte ha denunciato sia la taciutissima diffusione dell’incesto vero e proprio, sia la presenza patogena di dinamiche incestuose alla base delle psicosi e delle anoressie e bulimie in particolare. Ho parlato più volte di “neandertalizzazione” della società (vedi Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza. ) come del gravissimo fenomeno che sta alla base della attuale crisi non solo culturale ed etica dell’occidente e della società italiana in particolare. Prima della pure deplorevole e vergognosa corruzione di molti politici e della micidiale diffusione delle mafie e della delinquenza grande e piccola, la vergogna a mio avviso più grave della nostra società è il permanere ad oltranza dei figli, anche oltre ai 30 e 40 anni, nella famiglia d’origine.

Come durante il parto la vagina della madre spinge fuori il figlio, così la coppia genitoriale dovrebbe spingere fuori di casa il figlio o la figlia già grandi. Se non li si spinge fuori, difficilmente se ne vanno, difficilmente cercano e trovano lavoro, casa, autonomia. Ci sono figli che, adulti, dormono ancora con la madre (vedi i miei due post Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico e Per lui è “normale” dormire con la mamma. Secondo caso: quando il figlio è disturbato a livello psicotico o narcisistico ). La difficoltà a trovare casa e lavoro sono denunciate come cause del problema, mentre ne sono la conseguenza e l’alibi.

Quando un figlio non sa divenire autonomo all’età giusta significa che i genitori non hanno svolto la loro funzione genitoriale, cioè non hanno “dato al mondo” il figlio. Altro che bravi genitori!

Noi siamo la gioia che comuniciamo

e – ancora di più -

 noi comunichiamo la gioia che siamo

Di solito, quando si parla di stalking, si pensa alla persecuzione d’amore operata per lo più da un innamorato nei confronti di una ragazza che lo abbia o rifiutato o abbandonato. Nessuno parla mai di altri tipi di stalking, per esempio di quello che chiamerei stalking terapeutico (ST). Difatti anche i terapeuti possono essere vittime di stalking da parte a) di pazienti che vedano finire la terapia, b) di partners di pazienti che confermati e resi più assertivi dalla terapia lascino il loro compagno o la loro compagna. Non rari gli esiti anche mortali dello ST, come testimoniano i casi di colleghi uccisi o aggrediti gravemente, anche se abitualmente lo ST si limita ad attuarsi attraverso un indebito continuo e ossessivo tentativo di comunicare con il terapeuta o di incontrarlo, oppure attraverso il tentativo altrettanto ossessivo di svalutarlo o diffamarlo. Si tratta di azioni ripetute, ossessive appunto, sempre giocate nella ambivalenza del “mi nascondo, ma voglio che tu mi scopra”, “ti colpisco, così resto in contatto con te e non ti perdo del tutto”, proprio come fa uno stalker innamorato deluso e impotente nei confronti della persona amata e vissuta come irraggiungibile. Per i vissuti di personalità infantili e/o profondamente disturbate nel Sé, distruggere e svalutare o – come dicono e vivono loro – “smerdare” l’oggetto del loro stalking impotente tende a coincidere con il possesso d’amore, come se la distruttività del loro Sé di “merda” venisse proiettata sulla persona perseguitata, così che in tale modo resti loro legata e da loro sia posseduta. Non a caso in personalità dal Sé o dsturbato o carente o non adeguatamente strutturato la dinamica del transfert terapeutico può richiamare il transfert presente in molte dinamiche d’amore: l’aggressore trasferisce sulla vittima (nel caso dello ST il terapeuta) quell’odio-amore e quella rabbia persecutoria che non ha mai potuto esprimere nei confronti della propria madre. Per un Sé carente o problematico importa relativamente che la vittima sia una donna o un terapeuta: siccome il transfert in gioco rinvia al rapporto figlio/a-madre, l’oggetto del transfert può avere o il genere della madre (come nel caso della donna inseguita dallo stalker abitualmente inteso) o una funzione di conferma e di tipo materni (è in tale ottica che viene vissuto il terapeuta da parte di taluni pazienti con problematiche di area psicotica, non importa di che genere sia il terapeuta).

L’attore dello stalking e dello ST è comunque una personalità pre-edipica, con una sessualità bloccata o non definita, comunque problematica, mai affrontata nella sua problematicità e/o mai efficacemente elaborata e integrata. Quasi sempre è un individuo isolato o con tratti paranoidi, che non ha mai vissuto un adeguato rapporto affettivo e che quasi sempre è incapace di una autentica e adulta affermazione sociale e/o professionale di sé. Spesso purtroppo tali persone finiscono con ritiri sempre più massicci, soli, vuoti, incapaci di costruirsi una esistenza significativa, talora a rischio di cadute dissociative anche gravi; anche per questo hanno bisogno di avere una vittima da perseguitare e da colpire. “Perseguito e/o distruggo, quindi sono”, questo sembra essere l’unico motto che li possa tenere in vita. Poveretti!

Spesso l’attore dello stalking e dello ST soffre di un Disturbo di Personalità, in particolare di un Disturbo Borderline di Personalità (DBP o BPD) o di un Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP o NPD), disturbi caratterizzati proprio da carenti o non adeguate attivazioni e/o costituzioni della struttura psichica dell’attaccamento e/o del distacco. In particolare, propria del DBP è l’incapacità a distinguere tra loro l’espressione della affettività e quella sessualità (non ha caso il curriculum affettivo-sessuale di queste persone è molto movimentato, spesso caratterizzato da promiscuità, rotture, abbandoni fatti e subiti), per cui da parte di queste personalità disturbate l’attaccamento al terapeuta può venire vissuto come innamoramento, così che il distacco dalla terapia e dal terapeuta può essere visusto come tradimento d’amore. Propria dell’individuo che soffra di DNP è invece l’incapacità a distinguere tra il proprio Sé e il Sé del terapeuta, per cui la distanza o il distacco dal terapeuta possono essere vissuti come angosciante perdita della integrità del Sé; per questo risulta loro molto difficile o addirittura impossibile accettare la fine della terapia.

Purtroppo sia lo stalking abitualmente inteso, sia lo ST tenderanno ad aumentare, visto che la nostra società è sempre più la società del Sé e del Sé disturbato. A pagare il prezzo più elevato dello ST saranno soprattutto i terapueti miglliori, quelli che più degli altri sanno arrivare al Sé del loro paziente.

La mail che segue è bellissima. Me la scrive E., una mia ex paziente, che da piccola è stata abusata. Commmenta un articolo di 2 giorni fa de “La Repubblica” (vedi http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/01/11/news/pedofilia_una_14enne_filma_gli_abusi_e_fa_condannare_l_amico_dei_genitori-11101105/index.html?ref=search). Fa considerazioni precise e lucidissime, del tutto condivibili. Ringrazio E. anche a nome dei lettori del blog.

Caro Gigi,
oggi ho sentito una frase che è caduta come un fulmine in quei cieli che apparentemente sembrano azzurri, e che ti sorprendono quando pensavi di ritrovarti al sole e non in un temporale improvviso.
Stavo facendo colazione in compagnia di due persone, che conosco. Sul tavolino del bar c’era La Repubblica odierna, e abbiamo visto l’articolo che riportava la vicenda dell’adolescente che ha denunciato gli abusi, subiti da anni da un “amico” di famiglia, filmando gli abusi stessi. Non so se ha letto l’articolo (ma penso di sì). Solo dal titolo ho provato subito una grande tristezza per quella bambina e il calvario che ha attraversato da sola e che attraverserà ancora, e un sentimento che non so descrivere ma credo di empatia per il coraggio, la forza e il dolore che ha avuto. Deve essere stato terribile per lei. Tutto.
La frase che mi ha colpito, e non in positivo (sebbene capisco he il suo autore la diceva in positivo, tra l’altro dispiaciuto pure lui per la vicenda), frase detta come reazione davanti al titolo dell’articolo e alle prime righe lette velocemente, è stata: “volere è potere”.
ma come?! Non è un pò troppo semplice? Forse chi l’ha detta voleva sottolineare la forza di questa ragazzina. E sicuramente è stata forte. Ma non è allo stesso tempo semplificare un pò tutto? non è forse come dire: se non denunci è perchè non vuoi? Quindi non puoi? Non è ribadire il fatto che in quella poltiglia dell’abuso sei da solo e da solo devi uscirne? Allora condanniamo tutti quelli che questa forza non ce l’hanno. E allo stesso modo è come dire a questa ragazzina: “brava! ti sei mossa da sola, continua a stare da sola che ce la fai”.
Ma per quanto tempo ancora deve essere condannata a stare da sola?!
Alla frase-fulmine è stata aggiunta una cosa che non ho ben colto, ma che considerava il fatto che chi questo “volere-potere” non l’ha, è perchè si trova in una situazione per cui non può averlo.
Anche questa mi sembra una condanna.Forse non bisognerebbe “creare” queste situazioni? O aiutare le persone a crearle insomma. possibile che tutto “è” o “non è” e non ci si può far niente?
Questa sera ho letto l’articolo de La Repubblica per intero, e ho ricercato sul suo sito i suoi interventi sulla pedofilia.
Questa ragazzina non ha parlato inizialmente coi genitori, ma a scuola con amiche ed insegnanti, senza parlare di sè ma di una “sua amica”. Il giornalista scrive, rispetto alla scuola,: “avevano capito che parlava di se stessa”. Ma..?! Nonostante questo, l’azione è partita dalla vittima. Da sola. Ancora da sola. Possibile che tutti avessero le mani a tappare le orecchie? E se è vero che a convincerla è stata un servizio televisivo, non è un’ulteriore testimonianza di quanto questa ragazzina sia stata lasciata sola? Se è la tv che ti parla e in qualche modo sembra essere la sola ad ascoltare quello che tu dici, in più quello che tu hai già detto a persone in carne ed ossa, ma evidentemente più sorde di una tv, non è terribilmente triste? Nell’articolo si parla del filmato come arma che “inchioda” il pedofilo. Ma cosa deve essere costato a quella ragazzina schiacciare il tasto rec ed essere consapevole che in quel filmato veniva immortalata anche lei? Deve essere stata una
decisione enormemente coraggiosa e difficilissima e sofferta. Eppure ho l’impressione che non emerga questa cosa, che il lettore dell’articolo non ci pensi.
Non so se il mio pensiero riesce a farsi chiaro, forse sono troppo arrabbiata perchè ciò avvenga.
Quello che penso è che non sempre volere è potere, o meglio è una scorciatoia che si prende per trovare un lieto fine. Penso che in questa storia il “volere” urlava già a squarciagola quando la vittima parlava a scuola. Perchè allora il “potere” non è scattato di conseguenza? Forse perchè chi era testimone dell’urlo non ha voluto ascoltare? Il potere per ascoltare c’era però. Ma non è stato usato.
A questa ragazzina va tutta la mia ammirazione per la sua forza, tutta la tristezza per tutto quello che ha vissuto, e tutta la speranza che possa incontrare chi è capace di tenerla per mano con vero amore, chi è capace di considerarla e ascoltarla come persona degna di vivere la vita. E vivere la vita deve essere un diritto, ancora prima del volere e del potere.
Non so come chiudere questo sfogo.
E’ tardi, vorrei che questa sera ogni bambino ricevesse l’abbraccio della BUONA notte, così che il suo giorno possa essere migliore.
E.
 
 
 

 

 “Sei la migliore donna che poteva uscire dalla mia pancia”, questa è la frase che Ambra Angiolini trovò scritta su un post-it giallo attaccato dalla madre alla porta del bagno dove Ambra di solito andava a vomitare. Secondo l’attrice questa frase fu decisiva nel suo superamento della bulimia. Lo confessa in una intervista a “La Repubblica” (vedi http://tv.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/ambra-confessa-cosi-ho-vinto-la-bulimia/59817?video).

Non so che terapia abbiano seguito la madre di Ambra ed Ambra stessa, né so in seguito a quale cambiamento la madre abbia deciso di pensare e di scrivere quella frase, ma di certo le sue parole sono decisamente agli antipodi del solito atteggiamento delle madri delle ragazze bulimiche, madri che abitualmente sono molto controllanti e colpevolizzanti riguardo al sintomo bulimico (vomito compulsivo e il più delle volte autoprovocato). Al controllo e alla colpevolizzazione di solito si accompagna l’ansia e l’autocompatimento materni. Niente di tutto questo: stando alle parole che scrive, la madre di Ambra si mostra vicina alla figlia, ma in modo del tutto confermante e valorizzante.

Non insignificante poi il termine da lei usato nel riferirsi alla figlia: “sei la migliore donna”. Anche questo va contro l’abituale atteggiamento infantilizzante delle madri delle bulimiche, che, non a caso, di solito chiamano perennemente “bambina” la loro figlia, così svalutandola e mantenendola di fatto infantile. In ciò queste madri non fanno altro che continuare a subire e continuare a confermare il gioco psicotico, che produce la psicosi bulimica: il padre ributta sulla madre la figlia, svalutando la madre e lasciando bambina la figlia; la madre, subendo questa dinamica paterna, ne diventa complice ed esecutrice.

La terapia sistemica interviene subito lì, cercando di confermare prima di tutto la madre, così che questa non si faccia caricare di ansia materna, di dubbi, di sensi di colpa da parte del padre della ragazza. Finché la madre subisce questo gioco, la spirale della bulimia continua a risucchiare in sé la ragazza, aumentando il conflitto tra madre e figlia e facendo della bulimia il campo di battaglia di questo conflitto (è come se con il proprio comportamento la figlia dicesse alla madre: “tanto tu mi controlli e tanto io ti frego continuando a vomitare il cibo e nel cibo a vomitare te fuori di me”; in tale modo, sotto la copertura e l’alibi del conflitto, la figlia mantiene la proria dipendenza infantile dalla madre). L’aggressività paterna nei confronti della madre dunque, oltre ad aumentare il controllo ansioso e svalutante della madre, rompe la relazione tra madre e figlia.

La frase della madre di Ambre ricostituisce la relazione tra lei e la figlia, definisce la figlia ocme la “la migliore donna”. Se tutto ciò si fonda, come parrebbe, su un autentico cambiamento della madre, allora il gioco è fatto e la possibilità di guarigione è del tutto aperta. La madre deve cambiare prima di tutto nei confronti di sé stessa e della propria autostima di donna e di madre: la frase, mi pare, lo rivela benissimo, dicendo della “pancia” come culla della “migliore donna”. Solo una madre riconciliata con la propria fisicità femminile e materna può vivere, pensare e dire una frase del genere e può permettere alla figlia di rimettersi nella relazione con la madre. Ripeto, non so come la madre di Ambra sia arrivata a tanto; so però che 1) molto difficilmente una tale frase viene vissuta, pensata e scritta dalla madre di una ragazza bulimica senza un preventivo cammino terapeutico, 2 è lì che uno psicoterapeuta sistemico intende portare le madri della ragazze bulimiche.

Sempre dalla mia amica Laura ricevo una nuova domanda:

Caro Gigi,

ho deciso di non darti tregua e di farti fare molto straordinario! Voglio infatti provocarti con un altro quesito.Fino a che punto e’ influente la coppia genitoriale nel caso di un serio problema di tossicodipendenza? Soprattutto quando riguarda il primo figlio maschio? Forse azzardo ma secondo me ci sono molte analogie con l’anoressia. Grazie di cuore.

Ecco la mia risposta.

Cara Laura,

sì, è proprio come tu pensi: c’è grande sovrapponibilità tra il gioco relazionale disfunzionale che sta a monte di una anoressia femminile e quello che sta a monte di una tossicodipendenza maschile (di area psicotica).

Per esempio, a fronte di un padre, spesso disturbato a livello narcisistico, gravemente e abitualmente svalutante nei confronti della moglie/compagna, incapace di testimoniare il diritto della figlia e del figlio a emanciparsi, c’è di solito una madre molto debole, “incassatrice”, incapace di assertiva autoaffermazione e di autonomia, tanto succube del marito da lasciarsi colpevolmente e ansiosamente ributtare addosso il figlio o la figlia, mantendnedone così la dipendenza e l’impotenza a emanciparsi. La relazione di coppia poi è costantemente in stallo, al punto che il problema del figlio viene usato per colpevolizzarsi a vicenda: “è colpa tua se è così” si ripetono continuamente i due genitori più propensi a viversi come vittima l’uno dell’altro, che non ad affrontare il loro problema di coppia. È come se entrambi avessero bisogno della problematicità del figlio (e anche – purtroppo – della sua stessa morte) per continuare a colpirsi all’infinito. Il loro bisogno di questo sado-masochistico stallo di coppia è talmente forte che a esso sacrificano il loro figlio o la loro figlia.

Per questo, secondo me, non ci può essere efficace terapia della anoressia e della tossicodipendenza (di area psicotica) se non all’interno di una terapia familiare, che prima di tutto lavori sulla coppia genitoriale e sui bisogni psichici più profondi dei genitori. In parecchi casi il lavoro sui genitori può già – da solo – portare alla soluzione del problema del figli o della figlia, soprattutto quando 1) il problema del figlio o della figlia non si è ancora cronicizzato e 2) la situazione relazionale della coppia e/o dell’intero sistema familiare non sia eccessivamente rigida (specialmente per quanto riguarda l’invischiamento dei due genitori con le rispettive famiglie d’origine).

Rispondo a Laura, una mia amica ginecologa, che mi scrive:

caro Gigi, ho letto con interesse alcuni articoli sul tuo sito che trovo estremamente interessanti. Anche io vorrei porti una domanda perché dopo il parto tanto spesso le donne vanno incontro ad una depressione profonda. Non credo affatto che gli ormoni possano giocare un ruolo cosi determinante, o quanto meno essi possono creare disturbi dell’umore in forma contenuta. Io invece faccio riferimento alla depressione vera, quella che causa il vere dolore della mente, il pensiero ossessivo che pensa e che non lascia tregua alla donna. In attesa ti ringrazio per il tempo che vorrai dedicarmi”.

Cara Laura,

anch’io penso che l’aspetto ormonale sia tutt’al più una conseguenza di quello psicologico, per cui ritenere di potere curare e/o risolvere la Depressione Post Partum (DPP) con la somministrazione di ormoni è una pericolosa illusione, un po’ come chi creda di farlo con l’anoressia.

Ma veniamo all’aspetto più propriamente psicologico. A quanto posso vedere nel mio lavoro clinico di terapeuta e di supervisore di colleghi, la psicoterapia e la psichiatria tradizionali ben difficilmente colgono gli aspetti relazionali che portano una giovane madre alla DPP. Ancora più difficilmente, a quanto mi risulta, sono in grado di operare una diagnosi relazionale, capace di individuare il gioco relazionale familiare che porta una donna alla DPP; bene che vada si fermano a una diagnosi nosografica (danno cioè l’«etichetta» al problema, limitandosi a dire quale “disturbo” o quale “malattia” ha l’individuo in questione, in questo caso la povera madre depressa, come se soltanto lei e la sua depressione fossero il problema); inoltre molto, molto di rado producono una diagnosi strutturale della poveretta depressa, dicendo quali strutture psichiche sono carenti e in rapporto a quali dinamiche relazionali le strutture psichiche si configurino e si strutturino.

Dato che, per la mentalità comune, la psicoterapia e la psichiatria tradizionali sono di fatto le uniche voci presenti e ascoltate, finisce con il passare il messaggio che la DPP è un evento che sostanzialmente o esclusivamente riguarda soltanto colei che è “colpita” da DPP.

Al contrario, uno psicoterapeuta sistemico-relazionale guarda subito alla diagnosi relazionale come al primo fondamentale dato di riferimento: la madre depressa è non tanto “il” problema, quanto – prima di tutto – la vittima del problema, cioè di un gioco relazionale familiare che non funziona e che produce patologia. Prima e più della povera madre, a essere “malato” è il sistema relazionale formato dalla coppia e, a monte, dalle due famiglie d’origine, che più o meno pesantemente condizionano la vita relazionale della coppia e/o interferiscono su di essa.

Sono soprattutto due i deficit relazionali che stanno alla base di una DPP:

  1. la mancanza di una corretta presenza e di una adeguata funzione della nonna materna (la madre della vittima del DPP). Come saggiamente indicano alcune lingue, la nonna (soprattutto, in questo caso, quella materna) è la “grande madre” (la grand-mère dei francesi, la grosse Mutter dei tedeschi, la grandmother degli inglesi) che fa da sfondo alla maternità della figlia, offrendole una rassicurante presenza, oltre che di sostegno emotivo e affettivo, soprattutto di contenimento dell’ansia e della auto-stima, all’interno di una complicità e di una solidarietà di genere che nessun maschio può offrire. Invece, bene che vada, molte nonne materne si limitano a una presenza e a una vicinanza solo funzionali, spesso nel segno prevaricante della supplenza e/o della invasione di ruolo, sostituendosi alla figlia e di fatto svalutandola o escludendola dall’esercizio della sua maternità. Molto spesso – ancora più tragicamente – la nonna materna risulta addirittura assente o ampiamente latitante, lasciando di fatto sola, inesorabilmente sola la figlia. Di solito a monte di queste assenze e latitanze c’è una relazione problematica o perfino patologica tra le due donne (spesso la figlia è stata poco voluta dalla madre, in alcuni casi è stata addirittura rifiutata o abbandonata; in altri casi rispetto alla figlia è stato ed è preferito un altro figlio, di solito il primo figlio maschio);
  2. la mancanza di una corretta presenza e di una adeguata funzione maschile del partner della vittima di DPP. Sempre più spesso il partner è una personalità con problemi narcisistici più o meno gravi, abituata non tanto a dare quanto a ricevere attenzione, centralità, sostegno, rassicurazione, vicinanza, empatia, aiuto. Come farà una personalità di questo tipo a stare vicino alla giovane madre, a aiutarla, a rassicurarla, a sostenerla, a incoraggiarla? Più facilmente, vedrà nel figlio un rivale che gli toglie colei che prima si dedicava a lui, magari subendone l’infantilismo, i capricci, la prepotenza, la violenza; tenderà così a colpevolizzare la giovane donna, forse anche a usarle maggiore violenza. In altri casi, al contrario, il narcisismo malato del partner si nasconderà sotto la rassicurante parvenza del “mammo” solerte e onnipresente, “tanto bravo” da fare lui la mamma, di fatto sostituendosi alla compagna, espropriandola della maternità e della femminilità, di fatti svalutandola e dichiarandola inutile.

Di solito, a livello strutturale, il deficit legato al rapporto non adeguato con la madre è, oltre che il più arcaico e profondo, anche il più decisivo nel caos di una DPP, ma spesso è il meno evidente, quasi sempre tanto misconosciuto quanto coperto dal dissidio di coppia con il partner (il papà del neonato), come se quest’ultimo fosse il vero e unico responsabile della depressione della giovane madre.

Di fronte a una DPP pertanto consiglio una terapia familiare sulle tre generazioni (neonato, genitori, nonni), che riporti funzionalità al gioco relazionale.

A commento del mio articolo quando lui è un narcisista distruttivo (Disturbo Narcisistico di Personalità, DNP), lei diventa una donna annullata e pietrificata e richiamandosi a un precedente commento di Lisa, Rosa mi scrive:

VORREI POTERE AVERE L’INDIRIZZO DI LISA.
DEVO PARLARTI.
VORREI SAPERE COME STAI
SE NE SEI USCITA
STO VIVENDO UN INCUBO X UN NARCISISTA CHE MI HA LASCIATA
MI HA DISTRUTTA PSICOLOGICAMENTE E MORALMENTE MA NE SONO DIPENDENTE
E MI MANCA
AIUTATEMI!!!!”.

Non è infrequente ricevere commenti-appelli di questo tipo. Di solito, purtroppo, non sono autentiche richieste di aiuto dettate da una reale motivazione e da un vero desiderio di cambiamento. A quanto mi suggerisce l’esperienza clinica, di solito l’unico scopo che Rosa e le altre hanno è quello di essere compatite.

Non a caso Rosa chiede l’indirizzo di Lisa, che in un precedente commento allo stesso articolo ha intonato un ritornello simile a quello di Rosa. Rosa non vuole aiuto, vuole solo com-pianto. Piangere insieme, sentirsi con Lisa sorella, in nome di una sofferenza comune e simile. Spesso, troppo spesso è soltanto questo l’unico più o meno inconscio obiettivo di donne che, come Rosa, sono o si dicono vittime di uomini con Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP). Se davvero chiedesse aiuto e volesse cambiare, Rosa non si limiterebbe a chiedere l’indirizzo di Lisa, ma si rivolgerebbe a me o a qualche mio collega, verificando se davvero è possibile uscire dalla palude di un masochismo incapace di reagire e chiedendoo aiuto vero. Invece no: Rosa non chiede aiuto; anzi,m a scanso di equivoci, ha solo premura di ribadire che, anche se sta “vivendo un incubo” e lui l’ha “distrutta psicologicamente e moralmente”, lei ne è e ne resta “dipendente” e lui le “manca”.

La ricerca del com-pianto femminile con una compagna di sventura è questo in molti casi l’unico vero esito di esperienze come quelle di Rosa. Troppo spesso si tratta di donne che cercano nella compagna di com-pianto quella madre che non hanno mai avuto e che – proprio nel com-pianto e proprio grazie al com-pianto – sperano finalmente di potere avere, di avere il dritto di avere. Se questo è il loro reale obiettivo (e quasi sempre lo è), come possono cambiare e lasciare il loro persecutore? Se lo facessero, perderebbero il bonus di abilitazione al com-pianto.

Un amico interessato al rapporto tra natale e donna, mi pone due domande:

  1. Perché il Natale a volte “punge”, fa male, soprattutto chi è solo o soffre, invece che essere un’occasione di maggiore serenità e gioia?
  2. L’esperienza clinica ha nel tempo dimostrato che l’arte, figurativa o musicale, può aiutare questi momenti di depressione e solitudine?

Natale, prima che festa cristiana o evento socio-economico, nasce ed è la celebrazione del solstizio d’inverno: la durata del giorno comincia a riprendere consistenza sulla durata della notte. Il 21 giugno e dintorni (san Giovanni il 24, santi Pietro e Paolo il 29) ci sarà poi il solstizio d’estate, che segnerà la ripresa di consistenza della notte sul giorno. Ebbene i due solstizi sono da sempre le due date rituali più importanti nella vita di tutte le culture e di tutte le comunità umane, proprio perché nei solstizi si gioca il dramma del perdersi e riprendersi della luce e, con essa, della speranza e della vita. Per comprendere la valenza profonda di questi due momenti, proviamo a metterci nei panni dei primi uomini, che con angoscia cieca vedevano primna svanire e poi riprendersi poco alla volta la forza della luce e la durata del giorno; nella loro esisten za già precaria il dramma della luce segnava ulteriormente le loro paure e i loro entusiasmi, le loro disperazioni e le loro speranze. Per questo i solstizi erano momenti magici per quelle comunità umane dalla vita talmente estrema e difficile. Di qui il bisogno di ritrovarsi in unità e festa nei solstizi, così da riprendere in unità e festa la sfida della vita, della speranza, della generazione.

Il santuario neolitico di Stonehenge, per esempio, era il luogo di convergenza di tutte le popolazioni della zona che lì convergevano proprio per celebrare il solstizio d’estate. Nei due solstizi venivano dunque celebrate le festività sociali e religiose più importanti di tutte le culture di cui ci sia data memoria. Quelle feste celebravano in particolare la iniziazione dei giovani e delle giovani alla status di adulti, proprio perché la vicenda del morire e del riprendersi della luce bene simboleggiava e interpretava la vicende del rinnovarsi stesso della cultura e della società attraverso le nuove generazioni. L’avvento dei giovani, il loro ingresso nella età adulta e nel potere di procreazione garantiva nuovo vigore, erano promessa e premessa di futuro, proprio come lo erano per le prime comunità umane la ripresa – nel solstizio – della luce diurna e della forza generante della natura. Per questo legame tra la ripresa della luce e della natura e la ripresa sociale della speranza individuale e sociale, i due solstizi sono sempre stati celebrazione della luce (le luci di san Giovanni e le feste dei fuochi nel solstizio d’estate; le luci di natale in quello d’inverno), della sessualità e della nascita (i misteri di Demetra e Dioniso nel mondo greco antico, la natività di Gesù nel mondo cristiano).

Quelle dei solstizi sono dunque festività della luce e della ripresa, del rinnovamento e della generazione. E chi più della donna può ritrovare in sé le dimensioni della ripresa e della sessualità generante? Chi conosce l’arte misteriosa della ripresa più di lei, che a ogni luna deve riprendere la ciclica avventura della propria vicenda mestruale? Chi conosce l’arte misteriosa del dare alla luce più di lei che vive il parto e la maternità? Per questo il Natale interroga e provoca soprattutto la donna, ne scava e riprende la dimensione più autentica e profonda di individuo e di genere. Per questo un Natale debole e insignificante mina le profondità telluriche della donna; per questo, al contrario, un Natale gratificante riconcilia la donna con sé stessa e con la femminilità, cioè con la sua identità di genere e con il suo potere di madre degli individui e della società. C’è dunque in atto una sfida particolare tra donna e Natale, tra senso di sé e ripresa della vita e della spernza dell’intero gruppo di riferimento, che oggi più che mai tende implosivamente a coincidere con la famiglia.

Difatti, celebrando la ripresa della luce e della natura, i solstizi erano anche i luoghi della convergenza. Le popolazioni tutte si ritrovavano, riconoscendosi in questo convergere. I vecchi si ritrovavano, ricordavano e, nella memoria, erano storia e politica, racconto e progetto, continuità e utopia; i giovani si conoscevano e si innamoravano. Anche per questo il solstizio era ed è momento insostituibile di convergenza e di sesso. E nessuno vive e sa di questa dimensione più della donna, che vive e sa quanto la sessualità sia convergenza di vita e morte, di paura e piacere, di attesa e promessa, di padre e figlio. Per questo le crisi familiari e sessuali che immancabilmente costellano le festività soprattutto natalizie (me lo suggerisce l’esperienza clinica) trovano soprattutto nella donna eco e risonanza, producendo in lei – spesso – senso di colpa, come se le difficoltà familiari e di coppia dipendessero da lei e da sue mancanze. Identificandosi così tanto nella vicenda della ripresa della luce, la donna vive come propria colpevole carenza ogni mancanza di ripresa, di continuità, di convergenza. Quanto più è fragile e poco strutturato il rapporto della donna con il proprio sé, tanto più potente e prepotente emerge in lei il bisogno di essere luogo di convergenza e di piacevole speranza.

 

Recenti vicissitudini mi inducono a considerare preziosa e opportuna la divulgazione di questa mail giuntami da un amico.


Durante una grigliata Federica cade.
Qualcuno vuole chiamare l'ambulanza ma Federica rialzandosi dice di essere inciampata con le scarpe nuove.
Siccome era pallida e tremante la aiutammo a rialzarsi.
Federica trascorse il resto della serata serena ed in allegria.
Il marito di Federica mi telefonò la sera stessa dicendomi che aveva sua moglie in ospedale.
Verso le 23.00 mi richiama e mi dice che Federica è deceduta. Federica ha avuto un'ictus cerebrale durante la grigliata.
Se gli amici avessero saputo riconoscere i segni di un 'ictus, Federica sarebbe ancora viva. La maggior parte delle persone non muoiono immediatamente.
Basta 1 minuto per leggere il seguito: Un neurologo sostiene che se si riesce ad intervenire entro tre ore dall'attacco si può facilmente porvi rimedio.
Il trucco è riconoscere per tempo l'ictus!!!
Riuscire a diagnosticarlo e portare il paziente entro tre ore in terapia.
Cosa che non è facile. Nei prossimi 4 punti vi è il segreto per riconoscere se qualcuno ha avuto un'ictus cerebrale: * Chiedete alla persona di sorridere (non ce la farà); * Chiedete alla persona di pronunciare una frase completa (esempio: oggi è una bella giornata) e non ce la farà;

* Chiedete alla persona di alzare le braccia (non ce la farà o ci riuscirà solo parzialmente); * Chiedete alla persona di mostrarvi la lingua (se la lingua è gonfia o la muove solo lateralmente è un segno di allarme).


Nel caso si verifichino uno o più dei sovra citati punti chiamate immediatamente il pronto soccorso.

Descrivete i sintomi della persona per  telefono. Un medico sostiene che se mandate questa è- mail  ad almeno 10 persone,
si può essere certi che avremmo salvato la vita di Federica, ed eventualmente anche la nostra.

Pino Pignatta, giornalista di “Famiglia Cristiana” che ha coordinato il dossier sull’argomento Sarah Scazzi sull’edizione online, continua a interessarsi del caso e mi chiede di approfondire in ottica sistemico-relazionale l’argomento ponendomi queste tre domande:

  1. Dottor Cortesi, proviamo a entrare nella casa degli orrori, con tutta la pietas che si deve ai protagonisti della vicenda, e soprattutto alla vittima. Gli inquirenti parlano di movente sessuale. Ipotizzando il peggiore dei quadri relazionali possibili, quale potrebbe essere il vero fondo del barile, cioè il vero volto della dinamica incestuosa?
  2. Perché due ore fa, quando la madre della cugina Sabrina è uscita dalla Questura, dove è stata interrogata come persona informata dei fatti, la gente le ha urlato “assassina”? Perché la gente si spinge fino a questo livello non avendo in mano alcun fondamento probatorio? Che cosa c’è nella “pancia” di chi osserva questo delitto di tanto oscuro da urlare inconsiamente una grave accusa che troverebbe fondamento solo da una seria disamina sistemico-relazionale?
  3. L’incesto è l’incubo della famiglia. Perché se ne parla così poco? E’ semplice sottovalutazione culturale o c’è ci sono centri di potere che hanno interesse a ridurne l’impatto mediatico? E la “cattolicità” di un Paese, intesa come stratificazione dell’assunto che la famiglia è sempre santa e sempre bella, tende a soffocare l’emersione dell’incesto in tutta la sua gravità?

Per ora rispondo alla prima domanda:

Il richiamo alla pietas mi pare, oltre che moralmente doveroso, anche clinicamente molto corretto (soprattutto se a pietas si attribuisce non un significatico pietistico, ma per esempio quello altamente etico che, nel mondo latino, le attribuiva Virgilio). La psicologia sistemico-relazionale si basa su un’affermazione molto importante: che tutti (sottolineo: tutti, nessuno escluso) i protagonisti di un «gioco psicotico», quale è senza dubbio questo di Avetrana, prima che attori del «gioco», ne sono le vittime. Tutti, nessuno escluso.

Il vero protagonista e l’assoluto responsabile degli eventi, in questo caso tragici fino all’orrore, è proprio lui, il «gioco psicotico», cioè – occorre precisarlo – quel meccanismo di relazioni disfunzionali che condiziona a tale punto le relazioni di un sistema familiare (o anche sociale e/o culturale), fino a determinare in toto o quasi non soltanto le relazioni degli individui, ma anche i loro comportamenti. Gli attori del «gioco» si illudono di essere essi a decidere, volere, agire; in realtà gli attori sono proprio degli “illusi”, cioè sono – secondo il significato letterale della parola “illusi” – trascinati dentro al gioco, invischiati nel gioco; le loro decisioni, volontà, azioni solo in parte e/o in apparenza sono pienamente decise, volute, agite da loro. In realtà il vero, micidiale, nascosto e, perciò, potentissimo attore del «gioco» è il «gioco» stesso. Tanto più il gioco è nascosto, tanto più è micidiale il suo potere sui «giocatori» e su quanti cerchino di capirli e/o di curarli con altre ottiche diagnostiche e/o terapeutiche, che non siano quella sistemico-relazionale.

Di più: ogni altra ottica è facile preda del «gioco» e finisce con l’esserne prima o poi complice e parte, con ulteriore grave danno dei «giocatori» e alla faccia dei titoli clinici o accademici di quanti a propria volta si illudano di capire e/o curare. Mi rendo conto di quanto nuovo e rivoluzionario possa risultare un discorso come questo, soprattutto oggi, in epoca di sempre più convinto individualismo e soggettivismo, per cui si pensa e si crede (e si fa di tutto perché lo si pensi e lo si creda) che l’individuo sia l’unico protagonista dei propri comportamenti e delle proprie azioni.

Se, a distanza di più di cent’anni dagli scritti di Freud, la mentalità corrente fa ancora fatica ad accettare il dato scientifico e clinico della incidenza dell’inconscio sui comportamenti consci e “voluti”, si può immaginare quanto e come possa essere difficile accettare che – quale vero e proprio inconscio familiare – ci sia un «gioco» che a loro insaputa muove e gioca i «giocatori», in un gioco che non a caso è detto “a transazione schizofrenica”, tale cioè da rompere fino alle profondità più remote la psiche degli individui.

Eppure il merito forse più grande di tutta la riflessione e di tutta la ricerca linguistica, scientifica, filosofica, epistemologica, sociologica e antropologica dalla seconda metà dell’ottocento a tutto il novecento (e che in pochissimo tempo pare essersi dissolto) è proprio questo: avere evidenziato che, per dirla alla De Saussure, tout se tient, cioè tutto fa sistema, tutto è sistema e che ogni «sistema» ha come proprio primo e fondamentale principio quello di mantenere sé stesso (questo principio si chiama omeostasi), magari dando l’impressione che tutto cambi, mentre in realtà, per dirla con Tomasi da Lampedusa, tutto cambia o pare cambiare così che nulla cambi. Addirittura il filosofo Emanuele Severino, il teoreta più lucido e grande che io abbia mai letto e conosciuto (ho anche avuto la fortuna di esserne allievo e di averlo incontrato di persona in altre due o tre occasioni), anche nel proprio bellissimo ultimo straordinario libro (L’intima mano, Adelphi, 2010), ribadisce come l’intera filosofia occidentale sia essa stessa «giocata» da una follia di base, che – standosene nascosta da Socrate, Platone e Aristotele fino ai giorni nostri – inquina e decide in modo micidiale tutto il pensiero e tutta la storia dell’occidente.

È stato il genio di Gregory Bateson ad applicare la teoria dei sistemi alla psicologia, permettendo, per primo, terapie in grado di guarire la schizofrenia e le psicosi, dando origine alla psicologia sistemica. Colei che ha portato in Italia il metodo sistemico, contribuendo anche ad accrescerne a livello mondiale l’efficacia teorica e clinica, è stata Mara Selvini Palazzoli, donna di intelligenza e coraggio rarissimi, con la quale ho avuto il privilegio di completare la mia formazione psicoterpaeutica.

Ma veniamo ad Avetrana. Il vero volto della dinamica incestuosa che colpisce tutti i protagonisti della tragedia (e non solo loro, come si vedrà nelle risposte alla seconda e terza domanda) è quella dinamica implosiva che colpisce la famiglia e di cui questo blog ha più volte parlato (vedi in particolare in “Problemi Psichici” tutti gli articoli della rubrica “Incesto e dinamiche incestuose”), cercando pure di darle un nome: “neandertalizzazione”. La specie umana Uomo di Neanderthal, a differenza di quella Homo Sapiens, si è estinta non perché sia stata distrutta da un nemico, ma perché mancava del tabù dell’incesto, che al contrario è l’unico tabù, che accomuna fino a oggi tutte le culture passate e presenti della storia dell’Homo Sapiens. Grazie al tabù dell’incesto i gruppi e le comunità umane si sono finora aperti alla diversità e al diverso, come alla risorsa che li partoriva alla vita, al rinnovamnento, alla novità, a ogni tipo di acquisizione, per esempio a quella genetica o tecnologica o cognitiva o, anche, artistica.

Oggi stiamo purtroppo assistendo alla implposiva neandertalizzazione della società, soprattutto di quella occidentale e, ancora più in particolare di quella italiana. Le famiglie si chiudono sempre più in sé stesse, tendono a diventare un assoluto autoreferenziale, nel quale casa, lavoro, generazioni, affetti, sesso fanno tutt’uno, escludendo tutto ciò e tutti quelli che possono scalfire questo assoluto (a mio parere, crisi del lavoro, dell’impresa, dell’economia non sono altro che aspetti di questo più generale fenomeno). Più che essere la politica della chiusura a produrre la neandertalizzazione della società, è quest’ultima a produrre, io ritengo, la prima; poi tra le due si produce un tremendo circolo vizioso, così che l’una produce e rinforza l’altra.

Per esempio, la scelta coniugale, che dovrebbe essere il motore di apertura più forte della famiglia, tende sempre più a essere disinnescata da ogni potenziale di apertura: si scelgono maschi deboli, di casa, facilmente controllabili e/o demonizzabili e/o eliminabili, privi di ogni vera reale capacità di conquistare la femmina esterna al territorio, per cui sono sempre più freqenti l’abuso intra-familiare, l’incesto, l’omicidio (a modo proprio l’omicidio è una modalità di impotente possesso sessuale). Sotto l’apparenza di maschi scorbutici e violenti, si celano maschi sempre più fragili, incapaci di autonomia, scelta, iniziativa, conquista, affermazione e auto-affermazione; sotto l’apparenza di un patriarcato abitato da padri padroni violenti e despoti, si cela un matriarcato di supplenza, coperto (cioè non affermato, anzi negato), a volte violentemente subdolo, caratterizzato dalla lamentela che subisce, dal masochismo tanto imbelle quanto resistente e persistente, segnato dalla mancanza di un vero senso di appartenenza e di complicità femminili, di piacere del femminile e nel femminile, in cui le donne si alleano non per piacere di essere il femminile e di stare nel femminile ma per punire, castigare, colpire, uccidere oltre al maschio, soprattutto colei che – magari un po’ più femminile delle altre – potrebbe destabilizzare amiche, sorelle, cugine, madri, figlie.

In questi sistemi familiari la sessualità è sempre nascosta e avvolta nel segreto o, al contrario, esibita, reattiva. Raramente conosce la profondità della intimità vera; questa viene semmai evitata sempre più sistematicamente, usata più come sfogo o pretesto o modalità manipolatoria, spesso dimessa e precocemente dismessa, avvertita più come un peso o un dovere o una pratica o una performance che come il luogo dell’incontro, della identificazione, della verità, del respiro più veri e propri. Molto frequenti sono le somatizzazioni che impediscono l’intimità o patologie prevelentemente aggressive quali per molti possono essere l’eiaculazione precoce o lo stupro o il vaginismo, o patologie prevalentemente difensive quali per molti possono essere l’impotenza, il deficit erettivo, il feticismo, l’endometriosi, l’amenorrea, le irregolarità mestruali, o patologie prevalentemente regressive e/o dissociative quali per molti possono essere l’onanismo ossessivo, l’ossessione sessuale, la pedofilia, l’abuso su minore. Il sesso è molto spesso vissuto come fissazione in cui isolarsi, con cui consolarsi, in cui sentirsi (senza sentire); è molto spesso “usato” come mezzo di possesso, di controllo, di strumentalizzazione, di possessione sostitutiva di una identità che non si ha più o non si ha affatto o non si può avere. Il sesso è sempre meno piacere e identificazione, sempre più dolore, masochismo, ricerca dello smarrimento, vissuto di angoscia o di negazione dell’angoscia, paurosa e agorafobica negazione della vita.

Ormai da molti decenni patologie quali la dipendenza, le psicosi alimentari (anoressia e bulimia), la psicosi in genere dicono allo psicoterapueta sistemico della presenza sempre più massiccia di dinaniche incestuose per lungo tempo e in genere soltanto psicologiche. Ma guai per chi cercasse di porre a tema il problema, di mostrare quanto e come la dinamica d’incesto anche se è “solo” psicologica è tutt’altro che trascurabile e che il passo dalla dinamica psicolgica a quella fisica ed effettiva è brevissimo.

Così poco alla volta il tabù dell’incesto ha perso il proprio carattere di superlegge che non ha neppure il bisogno di essere scritta. Gli antichi greci ponevano l’incesto come tema teatrale (e allora il teatro era il luogo principe della coscienza sociale, politica, culturale), cioè ne parlavano, ne discutevano, prendevano così consapevolezza di cosa significasse; forti di questo in-segnamento i greci hanno costruito una civiltà che ora, dimentica di tutto ciò, si sta sempre più neandertalizzando. È questo il “vero fondo del barile”. Da un lato si è sempre più idealizzato la maternità, sempre più dimenticando la femminilità; dall’altro si è sempre più protetto il maschio, togliendo ogni prova di iniziazione, togliendo ogni allontanamento da casa e dalla mamma, in tale modo impedendogli di “farsi le palle”, di diventare uomo, di sapere affermarsi e confermarsi al di fuori del territorio materno e familiare.

Tutto ciò è stato il vero detonatore di fatti quali quello di Avetrana. Se c’è qualcosa che, sulla base della mia esperienza clinica, mi stupisce in eventi come questo non è che accadano, ma che ne accadano ancora così pochi.

ciao, Rosi,

ciao, bel nome,

mille ciao al tuo nome

infiniti ciao Rosi

interminati incontri

e poi ancora ciao al tuo nome

e poi ancora incontro

 

ogni volta ciao, Rosi,

ogni mattina ciao

nel nome del tuo nome

con balbettio di gioia

  

e che altro è la gioia

se non il balbettio del tuo nome?

  

***

  

ciao, bella più di ogni bella

  

ma che bisogno c’è di dire bella,

di dire bella più di ogni bella?

basta che io dica

ciao, Rosi

  

  

ciao, più di tutte femmina e donna

  

ma che è mai la femmina

e che è mai la donna?

io dico e ripeto e canto

ciao, Rosi,

e lì c’è la femmina,

lì c’è la donna

  

  

ciao, Rosi,

rugiada del tempo

  

  

ciao, Rosi,

tentazione dell’attimo

  

  

***

 

  

ciao, Rosi,

soffio di stupore

il mio cuore è in te

benedetta dai miei balbettii

benedetto parto dei miei figli

ciao, nome santo,

promessa d’eterno,

nel tuo respiro la mia preghiera,

nel tuo bacio la mia redenzione

ogni volta che ti amo

muoio e risorgo

ogni attimo è l’attimo

ogni eterno è l’eterno

 

 

e poi ancora ciao

e poi di nuovo il nome tuo

 

Che Sabrina Misseri fosse parte decisiva del «gioco psicotico» che esige il rituale della morte sacrificale di Sarah Scazzi è già stato indicato dal mio precedente articolo (vedi Nuove possibilità di lettura dei fatti di Avetrana (Sarah e Concetta Scazzi, Michele e Sabrina Misseri ecc.) e anche Mia intervista a “Famiglia Cristiana online” (07/10/2010) sulla morte di Sarah Scazzi ). Che, come parrebbe emergere dagli ultimi dati di cronaca, Sabrina sia pure parrte attiva e non certo in modo secondario nella esecuzione di Sarah è del tutto consequenziale. Come sarebbe consequenziale che nella esecuzione faccia coppia con il padre Michele. Partendo dalle ipotesi aperte dagli ultimi dati di cronaca, provo a dare una più ampia interpretazione dei fatti.

Nella famiglia nucleare Misseri, Sabrina e Michele sono la coppia dei rifiutati, in secondo piano rispetto alla vera coppia dominante della famiglia Misseri, rispetto cioè a Cosima e Valentina (madre e sorella di Sabrina).

Michele, come già detto nel precedente articolo, è il maschio “animale” da «fare fuori» prima o poi. Ma anche Sabrina è e/o si vive come di troppo rispetto alla coppia dominante, sicuramente ha in sé vissuti di rifiuto, di non adeguata attenzione, di non accoglienza. Per avere un ruolo che le permetta di ottenere attenzione e/o accoglienza dalla madre Cosima, sottraendola anche solo per poco alla privilegiata sorella Valentina, a Sabrina non restano dunque che due strade, probabilmente percorse entrambe e certamente confluenti:

  1. prendersi lei carico del padre, liberando da questa incombenza la madre; è molto probabile che, proprio all’interno di questo quadro, Sabrina sia stata in modo rilevante oggetto della sessualità impotente di Michele, dato che – per donne così poco dotate di femminilità di autostima, quale mostra di essere Cosima – la gestione della sessualità genitale è forse l’aspetto più destabilizzante. Facendo sesso insieme, padre e figlia, del resto, ricalcherebbero una delle dimensioni non di certo infrequenti dell’incesto: quella di reciprocamente compensarsi nella fissazione genitale a fronte dell’angoscia, del vuoto affettivi, dello spesante senso della non appartenenza e del Non-sentirsi, che, in quanto coppia di rifiutati (lui come maschio e marito, lei come figlia e femmina) li accomuna, rendendoli di fatto alleati. Attraverso l’incesto, oltre a compensarsi reciprocamente, celebrerebbero poi il rituale di rivalsa nei confronti di Cosima e Valentina, vivendo un rapporto per certo verso reatttivo (entrambi, in certa misura, “cornificano” Cosima, vendicandosi di lei e in tale modo reagendo al rifiuto subìto), per altro verso identificabile come più “intimo” di quello della diade Cosima-Valentina;
  2. insieme al padre (le modalità di questa complicità sono, a mio avviso, molto più complesse di quanto possa fino a oggi apparire) «fare fuori» Sarah, che come bella e inarrivabile cugina ripete nella generazione giovane quanto probabilmente già era accaduto nella generazione precedente tra Cosima e la bella e inarrivabile sorella Concetta. Più ancora che a Sabrina la bellezza di Sarah dà fastidio a Cosima perché vede ripetersi tra Valentina (non Sabrina!) e Sarah la stessa «ingiusta» diversità, che, nel proprio vissuto, c’è stata tra lei e Concetta. Paradossalmente e con l’ambivalenza tipica di questi sistemi relazionali familiari tanto massicciamente caratterizzati da disfunzionali «giochi psicotici», Sabrina e Michele sono tanto arrabbiati con la coppia dominante Cosima-Valentina e in particolare con Cosima almeno quanto ne perseguono i desideri più o meno inconsci e taciuti, quale per esempio proprio quello di «fare fuori» Sarah.

Tra l’altro «facendo fuori» Sarah più o meno direttamente (ripeto, la dinamica della sinergia d’azione tra Sabrina e il padre è di certo molto complessa di quanto appaia ed è tutta da chiarire), Sabrina ottiene anche altri «vantaggi»:

  • «possiede» Sarah come soltanto un omicidio può permettere di «possedere»: secondo il pensiero magico, che – unico e incontrastato signore e padrone – abita la profondità più arcaiche e/o folli dell’inconscio, chi uccide «possiede» per sempre, a tale punto da diventare in certa misura la vittima uccisa; «possedendola» diventa la vittima, si identifica con essa per sempre. In questo modo Sabrina «diventa» Sarah, non soltanto perché entrambe abusate dallo stesso uomo-animale (Michele), ma perché ora Sabrina «è» Sarah, bella come lei, inarrivabile come lei, invidiata come lei da Cosima e da Valentina;
  • uccidendo Sarah o contibuendo a ucciderla, Sabrina vendica la madre in modo talmente magico che d’ora in avanti la madre non potrà più dimenticarsi di Sabrina, rifiutarla, non guardarla, non occuparsi di lei. Uccidendo Sarah, dunque Sabrina «possiede» per sempre la madre, vincendo in modo paradossale la conccorrenza di Valentina;
  • anche mettendo in gioco e con l’omicidio di Sarah «facendo fuori» il padre Michele, Sabrina «possiede» per sempre la madre, liberandola per sempre salla incombenza della sessualità genitale e – al tempo stesso – «possedendo» per sempre il totem del padre-animale;
  • ottiene in modo incredibile e insuperabile la «scena». Per una ragazza che si viva come rifiutata, che cosa c’è di più desiderabile dell’ottenere la «scena»? E, per il pensiero magico, che cosa può essere «scena »più della televisione e/o, per dirla con espressione di moda, della esposizione mediatica. Alla fine chi più di tutti «possiederà la scena» sarà proprio lei, Sabrina, il Brutto Anatroccolo, il Calimero che nessuno voleva, la Cenerentola nera che ora da protagonista finalmente sposa il principe della «scena». Per chi abbia vissuto un rifiuto più o meno massiccio, la «scena» è un grande e potentissimo sostituto materno. E, per il pensiero magico, nulla può essere riconoscibile e vivibile come «scena» e come sostituto materno più della televisione che della esposizione mediatica è considerata la protagonista indiscussa. Luca Telese e, con lui, parecchi altri di sinistra e di destra sembra che scoprano solo oggi il peso e la rilevanza della televisione, tra l’altro con una attenzione e con una competenza linguistica e semiologica quanto meno vecchia di decenni, ingenua e naïf. Riguardo al linguaggio televisivo ho già scritto a suo tempo un libro (Noi e la tivù ) che raccoglieva miei articoli degli anni ’70 e ’80, libro che forse a qualcuno non farebbe male leggere. A quanto detto in quel libro aggiungerei che, per quanto riguarda sistemi familiari tanto disfunzionali e patologici, più che essere la televisione e i media a impossessarsi più o meno arbitrariamente e/o impudicamente della famiglia, è la famiglia a «possedere» quale propria «scena» la televisione e i media. Poveri Luca Telese e company! Se sapessero quale potente regista sia il «gioco psicotico» di un sistema disfunzionale …

Premessa

Anche per gli atroci fatti di Avetrana la cronaca non ci ha fornito dati che agli occhi di un clinico sarebbero fondamentali. Pure essendo, specialmente in questo caso, fin troppo ridondante e ripetitiva su alcuni aspetti, l’informazione della stampa scritta e radio-televisiva è gravemente carente su altri aspetti che pure sono o potrebbero essere decisivi. A mio avviso questo è dovuto soprattutto a tre fattori:

  1. come già detto in altri post, il livello di base delle conoscenza psicologiche di giornalisti (molto spesso semplici “cronisti”) e conduttori è in genere molto basso, spesso del tutto assente; questo comporta una informazione e un approfondimento della notizia già gravemente deformati in partenza; per esempio, il conseguente immediato ricorso all’immancabile “esperto” (ma allora che ci sta a fare il giornalista?) dà subito il messaggio che quel fatto e i fatti di quel tipo sono comprensibili soltanto dagli “esperti”, per cui alla “gente comune” non resta che da un lato la confusione e l’ansia – sociale e individuale – che ne deriva, dall’altro la reazione ridutitvamente o esclusivamante emotiva, dunque incontrollata, incontrollabile, facilmente manipolabile e, purtroppo, altrettanto facilmente superficiale, rimuovibile e senza prospettive efficacemente culturali, morali, sociali e, perché no?, politiche;
  2. da noi in Italia esiste ancora nei confronti della psiche e dei problemi psichici una visione ampiamente datata, legata a una visione troppo tradizionale; solo pochissimi sanno per esempio la differenza tra psichiatra, psicologo, psicoterapeuta, psicanalista ecc. (vedi i post in proposito); solo pochissimi sanno che la psicofarmaco è ritenuto necessario soltanto da chi afferma una visione medico-organicistica del problema e della patologia psichici; ancora meno persone sanno che esistono altre visioni che escludono con ottime e documentate ragioni scientifiche l’origine organica dei problemi e della patologia psichici e quindi , di conseguenza, tutta l’azione della psichiatria e della psicoterapia tradizionali;
  3. di fronte all’affermarsi di visioni scientifiche nuove più aggiornate e, a mio avviso, molto più efficaci e risolutive, la psichiatria e la psicoterapia tradizionali hanno in Italia interesse oggettivo (con salvaguardia quindi della buone fede della persone) a ignorare e a fare ignorare l’esistenza di queste nuove risorse terapeutiche, che ripeto, hanno tutti i crismi della scientificità, della professionalità e della documentatissima positività clinica (cioè, in parole povere, ottengono fior di apprezzabili risultati); la psichiatria e la psicoterpaia tradizionali hanno in Italia un enorme potere, sedimentato da decenni, istituzionalizzato in strutture e posizioni (reparti, primariati, carriere ospedaliere e accademiche, strutture sanitarie ecc.), alle quali non è oggettivamente facile rinunciare, ammettendone l’obsolescenza; a ciò si aggiunga l’oggettivo interesse delle lobbies farmaceutiche e di molti ordini e organigrammi professionali a lasciare le cose come stanno, facendo credere o lasciando che si creda che l’unica strada percorribile in ordine ai problemi e alle patologie psichici sia quella tradizionale e soltanto quella;
  4. istituzioni e poteri politici, sociali, religiosi più o meno oggettivamente collusi e/o congruenti con i poteri di cui sopra e, a propria volta, in grande o piccola parte legati alle strutture e alla posizioni di potere di cui sopra hanno l’interesse oggettivo a lasciare il tutto, se non nel becerume dell’oscurantismo, nel buio complice e omertoso della disinformazione.

Possibilità di lettura nuova dei fatti

Premesso tutto questo veniamo ai tragici fatti di Avetrana. Da quanto i dati di cronaca permettono di capire, uno psicoterapeuta sistemico-relazionale potrebbe per esempio farsi l’ipotesi di un quadro del seguente tipo.

  • Sarah è la “vittima sacrificale” o il “capro espiatorio” principale che il «gioco» del sistema relazionale deve «fare fuori», perché questo possa mantenere il proprio equilibrio disfunzionale e il proprio potere su tutti i «giocatori» del sistema (prima e molto più dei «giocatori» dunque il responsabile vero dei fatti è il «gioco» psicotico e disfunazionale del sistema; non necessariamente, dunque, i «giocatori» sono pazzi o totalmente responsabili);
  • il «gioco» del sistema relazionale non riguarda soltanto la generazione di Sarah, ma dinamiche transgenerazionali che vanno avanti da più generazioni; da psicoterapeuta sistemico analizzarei subito il tipo di relazione che lega tra loro Concetta, la mamma di Sarah, e la sorella, la moglie delle zio assassino; da quanto è possibile vedere dalle foto, Sarah è più bella della cugina, proprio come Concetta è più bella della sorella; se a questo si aggiunge il fatto che, a differenza della sorella, Concetta ha anche un figlio (primogenito, tra l’altro) maschio, soltanto togliendo di mezzo Sarah i conti tra le due sorelle non si distanziano più così tanto;
  • oltre a Sarah, a essere «fatto fuori» è anche lo zio assassino, in due modi: a) se ne andrà in galera; b) avrà la ineliminabile «patente» di mostro, che, magari più a lungo della galera, lo escluderà dal consorzio sociale e forse lo potrebbe spingere al suicidio (fisico o morale); anche questo «rimette le cose a posto», pareggiando in certo quale modo il conto tra Concetta, già separata dal marito, e la sorella ancora con il marito; inoltre, in certo quale modo, afferma – proprio attraverso il «sacrificio» della più bella e più giovane – il potere della donna sul maschio debole e “animale”;
  • il fratello primogenito di Sarah, in età di svincolo affettivo, «dovrà» ora più o meno massicciamente stare vicino alla povera e “pietrificata” madre, così da consolarla dell’immenso dolore; se non lo farà, vivrà questa omissione colpevolmente e sarà colpevolmente giudicato dall’ambiente sociale; potrà al massimo selezionare una compagna che non lo allontani troppo dalla madre; in tale modo la vita di questo figlio sarà fortemente condizionata, oserei dire «posseduta» dalla madre, il che gli impedirà una reale affermazione di sé pienamente autonoma; in certo quale modo anche questo maschio verrà dunque «fatto fuori»;
  • dopo quest’ultimo punto, risulterebbe che, tramite il «sacrificio» di Sarah, tutti i maschi del sistema sono stati «fatti fuori», così che il tempo viene bloccato, la generazione viene bloccata, la vita viene bloccata (ecco qui il micidiale esito del «gioco psicotico»).

Mi rendo conto di quanto letture di questo tipo vadano contro corrente rispetto a quanto l’alluvione mediatica di questi giorni ha proposto, ma era corretto, a mio parere, fornire anche chiavi di lettura nuove. Tra l’altro, se almeno in parte coglie nel segno, quanto qui viene detto mostra che fatti come questi non soltanto possono essere individuati, colti e prevenuti, ma soprattutto possono essere curati – soprattutto e auspicabilmente – in via preventiva.

Che sia difficile «vedere», del resto è tipico degli eventi a transazione incestuosa. Non a caso la saggezza dell’antica Grecia, ripresa non a caso dal genio di Freud, lega in modo stretto e funzionale l’incesto alla cecità, dicendo che il non vedere è condizione ed esito dell’incesto. Che la nostra società sia sempre più segnata da dinamiche psicologicamente o, purtroppo, fisiche di incesto, questo blog sta dicendo da molto tempo. Non è ora di cominciare a «vedere»?

Oggi Matilde ha detto “grazie”,

per la prima volta,

bene, chiaro, compiuto.

Grazie è la parola più umana,

l’unica che benedice gli incontri

e dice umano l’umano.

Grazie è la parola più femminile,

l’unica che sa partorire.

Grazie è la parola più bella,

l’unica vera preghiera.

Matilde danza la gioia del mondo.

Matilde canta il Magnificat.

 

 

 

Sto guardando la liberazione dei 33 minatori cileni. Bellissimo ed emozionante. Spero proprio che tutti rinascano alla luce e al mondo.

Un rammarico però mi prende.

Perché siamo tanto bravi, solidali, uniti nei momenti delle liberazioni (e neppure in tutti), e perché siamo così incapaci di goderci la libertà conquistata? Eppure il nostro vero destino è la gioia della libertà (e la libertà della gioia). Perché facciamo così fatica, dopo esserci liberati, a essere liberi? Perché facciamo così fatica a essere la gioia?

E poi perché accanto a tanta fantastica gioia per la liberazione dei 33 simpaticissimi cileni, c’è tanta violenta indifferenza per le migliaia e migliaia di giovani e meno giovani che se ne stanno da anni nelle profonde disperazioni della disoccupazione, del precariato, dell’impossibilità di futuro, oppure nei tunnel abissali della paura di aprirsi alla vita, all’incontro, alla diversità, al mondo, oppure nelle cave nascoste della rabbia violenta, della voglia di picchiare, uccidere, prevaricare, gettare fango?

Ogni attimo di libertà goduto è una liberazione stupenda di identità e di umanità. Ogni istante di gioia condiviso è una avventura di futuro e di meraviglia. Il vero peccato e la colpa più profonda e devastante di noi uomini sono l’omissione della libertà e la negazione della gioia.

Almeno per oggi, auguro a tutti noi di goderci a pieno la libertà e la gioia. Se ci si abitua, non è difficile.

La morte di Sarah, verità e segreti

La confessione dello zio sull’assassinio atroce della 15enne. L’assurdità della notizia in diretta Tv alla madre. Intervista a uno psicoterapeuta esperto nelle relazioni familiari.

Gigi Cortesi: un delitto maturato in famiglia 07/10/2010

Concetta Scazzi (a sinistra), mamma di Sarah, con la sorella Cosima Misseri nella puntata di Porta a Porta del 5 ottobre.

I delitti peggiori, i più inquietanti, sono quelli che avvengono in famiglia. Così è stato per Sarah Scazzi, la ragazzina di Avetrana molestata e uccisa dallo zio Michele Misseri, che lei vedeva da una vita perché frequentava lui, la zia sorella della madre e le cugine come fossero una seconda famiglia. In questi casi ci si chiede se nessuno abbia notato un interessamento morboso dell’uomo verso la ragazzina in fiore, se davvero fatti del genere si possano imputare all’impazzimento di un minuto o se non diano segnali , almeno ai più prossimi.

    Ne parliamo con lo psicologo e psicoterapeuta Gigi Cortesi, che esercita a Bergamo e segue soprattutto la psicoterapia della famiglia e della coppia, con riferimento alla scuola sistemica di Milano fondata da Mara Selvini. «Segnali ce n’erano senz’altro», osserva il dottor Cortesi, «ma in queste famiglie patologiche è fisiologico non vedere il problema dell’incesto: fa parte delle dinamiche della famiglia stessa. L’ultima persona che vede il problema è il padre o la madre, e se lo vedono lo negano. È un dato clinico, accertato da tutta la letteratura scientifica».

Cosa intende per “famiglie patologiche” con dinamiche incestuose”?
«Famiglie che hanno disfunzioni relazionali, che tendono anche a fare un’unica cosa tra lavoro, abitazione, familiarità, affetti. In questo caso lo zio era molto vicino, c’era un rapporto quotidiano con Sarah, e anche di Sara con la zia e la cugina. Una vicinanza anche fisica. Uomini come Misseri sono maschi incapaci di conquistare una femmina fuori dal loro territorio: per questo scattano dinamiche incestuose. Siccome non sanno accostare donne al di fuori, la vittima diventa la femmina più debole, la più controllabile. A monte c’è la chiusura implosiva della famiglia su sè stessa, e questo annulla il tabù dell’incesto, pensato e attuato da tutte le culture proprio a beneficio della famiglia. Il fenomeno della chiusura familiare è in crescita».

    Nella pianura bergamasca e nell’Italia settentrionale, per esempio, sono frequenti le case di 4-5 appartamenti abitate solo da parenti, con abitazione e lavoro tutti insieme. «Viene meno la scansione tra generazioni», prosegue lo psicoterapeuta Cortesi, «la possibilità di incontrare persone esterne: c’è un’implosione della famiglia su sè stessa. Il maschio è sempre più debole e incapace di affrontare donne esterne e la donna, abituata a un uomo debole, perpetua un rapporto da infermiera a paziente, da mamma a bambino. Sopporta il lato debole dell’uomo e non esige che faccia un salto di qualità».

Dossier a cura di Rosanna Biffi

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