Donna e dono: difficile splendido connubio

Per una donna solo se è atto d’amore, il dono è gradito. Non può essere un banale pro forma, un doveroso e burocratico rispetto di un anniversario, un esteriore “presente” di una storia vuota.

Quando coglie nel segno, il dono è sorpresa e interpretazione dell’anima. Sorprende perché esce dalle premesse, travolge le promesse, annulla le routines, rompe gli schemi, scuote il tempo, squarcia l’eternità, afferma il Paradiso dell’inaspettato, dice la decisione del prendere e l’ardire del chiedere. Interpreta perché testimonia quanto l’hai pensata e conosciuta nel profondo, quanto l’hai guardata e capita nel cuore, quanto l’hai ascoltata e letta nello spirito, quanto l’hai anticipata e legittimata nei desideri, quanto l’hai realizzata nelle proprie attese.

Quando coglie nel segno, il dono è pienezza di gesto d’amore: sa entrare nella sua anima e nella sua interiorità, là dove nessuno pisello da solo può mai saper giungere; conosce i suoi tempi e le sue attese, più di qualsiasi slancio di passione; ingravida di complicità vissuta e di attenzione ricevuta le sue giornate e le sue notti, molto più di un’abile carezza; inspira il suo essere e ogni suo esistere, meglio di un tenero bacio rubato.

Perché colga nel segno, il dono deve sapere essere evento di relazione. Non è qualcosa che io da a te e che tu ricevi da me. È noi; è il nostro essere in relazione; è il sempre che noi siamo; è il “tra” che ci dà vita e nome; è il figlio che già parla tra noi e di noi.

 

 

QUESTO BLOG ADERISCE ALLO SCIOPERO DI PROTESTA CONTRO IL DDL ALFANO CHE IN MODO GRAVISSIMO IMBAVAGLIA I BLOG E UCCIDE LA LIBERTA’ DI PENSIERO E DI ESPRESSIONE

solo chi ci ama

ci può ferire

nelle più sconosciute profondità

della nostra anima

La depressione della mamma e i diritti della figlia

In un suo commento a un mio post Lara mi scrive:

Ho 19 anni e mia madre soffre di depressione ricorrente da quando ne avevo sette.. Non accetta nessun aiuto e colpevolizza chi cerca di farlo. Credo che le cause siano varie (la morte di un parente, la disoccupazione o l’obesità,), ma quando mi ritrovo a pensare al peso di questo disagio mi sento precipitare inevitabilmente nell’egoismo e nell’apatia desiderando il sostegno e il conforto di una madre “normale”.. Anche per me c’è il desiderio di allontanarmi il più possibile sperando che mia madre non si possa frapporre come ostacolo tra me e la mia crescita o nella semplice vita quotidiana. E’ molto dura. Mi sento impotentente e nel mio egoismo talvolta mi ritrovo a temere di cadere nella medesima malattia.. Non sono nemmeno riscita a diplomarmi, tanto che sto pensando di iscrivermi a una scuola convitto per ‘cercare di finire gli studi in pace’.. Sono conscia sul fatto del libero arbitrio, ma sono molto confusa. Gradirei un consiglio … grazie”.

 

Cara Lara,

e se quello che tu chiami “egoismo” fosse il tuo sano e legittimo desiderio di sopravvivere o, meglio ancora, di vivere? Perché non diventi tu la mamma di te stessa? E il primo modo per essere mamma a te stessa sta nel dare te al mondo e alla vita. Pensa ai tuoi studi, al tuo diritto di innamorarti, di avere tutti i 19 anni che hai e che sei. Non è ora che tu pensi un po’ a te stessa, a volerti bene, a imparare l’arte della gioia? La depressione non curata di tua madre ti ha già privato, fin dai tuoi sette anni, della tua fanciullezza e di tutta la tua adolescenza. Non è ora che tu prenda in mano la tua vita? Non è ora che tu ti ribelli a questa cappa di tristezza e di non voglia di vivere che soffoca la tua casa e le vostre vite?

Mi pare che il vero “egoismo” semmai sia quello di tua madre e di quanti stanno al suo gioco, non accedendo – loro e tua madre – a una cura adeguata, che, lo ripeto per l’ennesima volta, consiste in una efficace terapia sistemica. Questo impedisce a te di aprirti al mondo, di scoprire tutto ciò che di bello e vero può esserci nella vita. Impedire al figlio di aprirsi al mondo mi pare proprio l’esatto contrario di quanto dovrebbe fare una madre o, più in generale, un genitore.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare quelli dei figli. Questo vale per tua madre, ma vale anche per tuo padre che – a quanto si può pensare da quanto non dici – non c’è oppure non sa o non può o non vuole affrontare davvero il problema e soprattutto non libera te da questa situazione, sostenendo il tuo diritto di essere libera, di crescere, studiare, vivere, essere giovane. Non è che, per caso, ti devi sopportare anche lui, come se tu fossi la mamma di due bambini o come se fossi diventata tu la donna di casa? Sarebbe un tragico capovolgimento di ruoli.

Prima dei diritti dei genitori dovrebbero contare non solo quelli dei figli, ma ancora di più quelli dei nipoti e dei pronipoti. E questo vale soprattutto per te: se ti lasci condizionare dalla depressione non curata di tua madre, non potrai diventare madre con tutta la gioia e con quella pienezza d’amore che hai diritto di potere vivere.

Non rispettando i tuoi diritti di figlia, alla fine senza volerlo non rispettare i diritti dei tuoi figli e dei nipoti e pronipoti che potresti avere; finisci con il ripetere di fatto la logica di tua madre, che impedisce al futuro di sbocciare e vivere. Te lo dico da padre di tre figli e da prossimo (fra meno di due mesi) nonno.

Se io fossi in te, farei due cose: 1) a cominciare da mio padre consiglierei ai miei familiari una buona terapia sistemica (lo ripeto: la depressione, prima di essere problema e malattia di un individuo, è problema e malattia del sistema familiare); 2) me ne andrei, pensando alla mia vita e al futuro mio e dei miei figli, nipoti e pronipoti e lasciando – come dice il Vangelo – che “i morti seppelliscano i loro morti”.

Se ti lasci schiacciare dalla depressione di tua madre e dalla non volontà di superarla (non volontà sua, ma ancora di più di chi le sta intorno e la compatisce stando al suo gioco e subendone il ricatto psicologico), ne diventi complice. Se accetti la logica che un genitore abbia più diritti di un figlio, finirai in un modo o nell’altro con il ripetere tua madre, in una tragica catena che si trascina di generazione in generazione.

Forza, la vita ti aspetta. In bocca al lupo e tanti auguri per i tuoi studi.

 

 

quando arriverò là in cima

 

quando arriverò là in cima

come sempre

guarderò nei suoi occhi

fisso e fermo

e vedrò che senso

hanno avuto la sfida e la lotta

 

quando arriverò là in cima

come sempre

scaverò il suo abisso

e io anima di carne

aprirò la carne divina della sua anima

 

gli chiederò il perché

 

poi sul labbro della sua risposta

stupito tremante

starò ad attendere

Rosi la bella

 

 

 

La cacca e la pelle

Pubblico qui dal mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore una parte del capitoletto 1.5.2.2. – La cacca e la pelle.

 

I gesti che la mamma compie (o non compie) nei confronti del bambino lì sul fasciatoio da un lato contengono (o non contengono) e dall’altro superano (o non superano) l’arcaica immensa paura del bambino di perdersi perdendo le proprie feci. Tutto il rito dell’accudimento del bambino lì sul fasciatoio, in questa ottica, è un gesto di magico esorcismo dall’inferno angosciante dello svuotamento e della perdita del Sé. È rassicurazione dall’angoscia e al tempo stesso conferma del Sé del bambino come di un Sé che non si perde, ma che rimane e che, anzi, è e diventa più bello ancora.

Senza saperlo, la mamma dà (o non dà) proprio questo messaggio al bambino lì sul fasciatoio: “sei sempre tu il mio bellissimo bambino. Facendo la cacca ed essendone pulito via non ti sei perduto, sei ancora più bello”. A dare (o non dare) questo messaggio è (o non è) tutta quella danza di carezze, piccoli pizzicotti, solletichi, piccoli baci che la mamma dà al corpo-anima del bambino, attraverso quella pelle che proprio qui sul fasciatoio viene attivata, costituita e strutturata come evento relazionale dell’incontro e del rapporto con l’alterità delle presenze altre da sé, come luogo del sentire e dell’essere sentito, come confine di sé e del proprio corpo, come orizzonte della pre-senza1.

Già durante il parto, a contatto con la vagina, che, contenendolo, lo orientava alla vita, il bambino si era avvertito come pelle, aveva cominciato a comprendere che cosa significa il contatto, la stretta, una stretta dinamica, che ti tiene muovendosi su di te. Era stato attivato il tatto, in tutta la sua iniziale natura di passivo essere toccato (non a caso la parola tatto è originariamente un participio passato e significa originariamente e propriamente essere toccato): la vagina muovendosi sul corpo del bambino lo fa percepire appunto come un essere toccato, un dinamico essere toccato, e in questo modo gli dà il senso del tatto, gli attiva il tatto, lo fa percepire a sé stesso come tatto. Ogni futuro essere toccato e, di converso, ogni futuro toccare sarà abitato2 dall’imprinting di quel primo essere tatto, che è l’abbraccio della vagina nel parto e al tempo stesso rinvierà come suo simbolo a quel primo essere tatto. L’originario con-tatto della e con la vagine viene ora ripreso dall’essere tatto sul fasciatoio, dal rituale di carezze e tocchi che caratterizza il fasciatoio e che in modo nuovo e decisivo attiva, costituisce e struttura la pelle.

Il corpo, l’essere corporeità, il corpo-anima dopo l’era amniotica, si costituisce come essere tatto; di qui l’arcaico fascino e potere delle carezze, la loro arcaica e rassicurante seduzione. Come siamo carezzati, così siamo corpo e anima3.

Anche nel liquido amniotico il bambino era pelle, perché anche lì era toccato dal liquido amniotico o addirittura, pur restando nel liquido amniotico, toccava egli stesso le pareti dell’utero. Ma era una pelle liquida, quasi inconsistente, che solo dopo si può ricordare di avere avuto, solo dopo, integrando l’esperienza di quella pelle amniotica con quella della pelle attivata dalla stretta dinamica della vagina nel parto e ora con quella della pelle attivata lì sul fasciatoio4.

 

 

1 Pagine molto belle sulla pelle ha scritto Didier Anzieu in L’Io pelle, Borla, Roma, 1987 (Le Moi-peau, Bordas, Paris, 1985).

2 Purtroppo si tratta di un vissuto per lo più molto profondo e del tutto inconscio.

3 Forse proprio di qui viene l’espressione “mi hai toccato l’anima”.

4 Sono dunque tre le attivazioni della pelle nell’accudimento: quella amniotica, durante la gravidanza; quella vaginale durante il parto; quella tattile sul fasciatoio.

Gravidanza e madre: due possibili situazioni

Sono due capitoletti presi dal mio ultimo ibro La tenerezza dell’Eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore.

 

1.2.1.3. – Respiro e gestazione. La prima mamma

 

La mamma dorme supina, è soddisfatta, quieta, felice di attendere il bambino dall’uomo che ama e dal quale si sente amata e protetta e con il quale ha messo su quella casa dove ora dorme. Il letto del loro amore e del loro riposo ha forti radici, e su queste è stato costruito, attingendo dalle profondità più remote e così magicamente convergenti delle loro autonomie e delle loro storie, dei loro ricordi e delle loro identificazioni, delle loro fantasie e dei loro sogni o progetti, delle loro attese e del loro impegno d’amore e vita. Il respiro della mamma è pieno e armonicamente ritmato, e-mosso dal diaframma con movimento denso, fluido, regolare, che pare metterlo in risonanza con i respiri stessi della natura e delle epoche, con i battiti delle generazioni e delle tradizioni e, al tempo stesso, con quella sapienza dei sogni e dei desideri che soltanto un futuro affrontato con fiducia e dolcezza può promettere e garantire. Come se spazio e tempo, lontananze e presenze magicamente convergessero nella straordinaria pregnanza di quell’e-muoversi.

Dentro la pancia della sua mamma il bambino è cullato dall’onda ampia e regolare di una marea amniotica avvolgente e totale, calma e potente, perfetta, rotonda come la rotonda sfera dell’essere1.

Questa marea è forse il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato del proprio Sé, un Sé bello come quella marea che gli dà questo suo arcaico e radicale imprinting. Di questa marea il Sé del bambino tratterrà la profondità, la regolarità, l’armonia, la forza. Di certo nella sua vita non soffrirà di ansie radicali o di respiri troppo superficiali o frammentati, né il suo diaframma potrà facilmente rompersi o cedere a prolungate paralisi o a inerzie di insignificanza.

 

 

1.2.1.4. – Il clandestino dell’esistere e della speranza. L’altra mamma

 

Un’altra mamma sta dormendo. Non è felice. Nel suo cuore e nella sua anima, confusione, forse rabbia o delusione o tristezza o, perfino, indifferenza sono mischiate tra loro, poco o nulla lasciando all’amore per quell’uomo di cui attende il bambino. O forse è un amore difficile, combattuto, non voluto da qualcuno, ostacolato, preteso, imposto, solo tollerato, subito o persino negato. Forse più che da convergenze è un amore caratterizzato da interferenze, da dubbi, da affermazioni più gridate che vissute, da sordità più che da silenzi, perfino da violenze.

Il sonno è sopravvenuto alla stanchezza, è solo una sosta, una pausa dentro una fuga, un rintanarsi, una anestesia, una estraniazione, un crollo. Il letto è lì, è solo uno spazio in uno spazio, poggiato in una stanza senza casa, in una casa troppo poco propria, troppo abbozzata, troppo altra rispetto alla storia di quella mamma, di quel concepimento, di quell’amore, troppo estranea e straniera. Per una mamma gestante, che è casa al proprio bambino, essere in una casa così non fa bene di certo. Le fantasie, i ricordi, i sogni, i progetti, le identificazioni sono impedite o anche soltanto compromesse da urgenze senza rinvii, da bisogni immediati e prepotenti, da scadenze che tolgono al sonno il gusto dell’abbandono e del riposo.

Il respiro della mamma solo in qualche sbadiglio di stanchezza riesce ad attingere – e soltanto per un attimo – al diaframma, altrimenti si fa frequente e rapido come un’ansia, o pesante e inerte come una sconfitta, una necessità afasica, una abdicazione catatonica.

Dentro la pancia della mamma il bambino è trascinato, sbattuto dalla tempesta o lasciato lì in una risacca frammentata, in una bonaccia immobile senza direzione e senza nome.

È questo mare così incerto, forse, il primo grande evento che identifica il Sé del bambino, che fa delle sue carni in formazione un corpo già informato di quel primo Sé così intimidito e incerto, clandestino dell’esistere e della speranza, separato, escluso da rive così lontane da parere irraggiungibili e disperanti. Di questo mare il Sé del bambino tratterrà la precarietà, l’indefinitezza tumultuosa, l’anonimato, l’inerzia.

Di certo questo bambino nella sua vita soffrirà di respiri difficili, di vuoti che temeranno di non essere mai colmati, di vicende dalle continuità difficili o forse impossibili, di profondità solo temute e mai davvero esplorate. A tratti parrà venirgli meno il fiato della vita e forse vorrà morire o, più radicalmente ancora, vorrà non essere mai esistito.

 

Per esemplificare, ho voluto ipotizzare due situazioni estreme. Non so quanto esse possano realizzarsi davvero nella loro estrema positività o negatività. Una cosa però mi pare certa: uno dei primissimi eventi che identificano e strutturano il Sé del bambino è come quel bambino è stato nel liquido amniotico della sua mamma, se in essa egli ha goduto il gusto di una marea e il respiro di un oceano o in essa ha subito la fragilità di un piccolo mare senza storie né destini né respiri. Giù, in fondo a noi stessi, tutti noi siamo la nostra gravidanza2.

 

 

1 L’immagine, inutile dirlo, è di Parmenide, che la usa per dire che cosa è e come è l’essere (frammento 8, verso 43). Uso qui quest’immagine per sottolineare il peso dell’evento in gioco, forte come l’essere.

2 Lo siamo così tanto che ogni notte nel sonno e sotto le coperte dobbiamo in certo senso rientrare in essa. Non a caso spesso si dorme in posizione fetale.

Nò-ché” ripeteva lo psicotico nell’autobus

Se ne stava lì in mezzo all’autobus, ingombrante, in piedi, un braccio appoggiato alla barra di destra e uno alla barra di sinistra, in modo da impedire il passaggio. Lo sguardo fissava un punto imprecisato, così da non incrociare altri sguardi. A voce medio-alta continuava a ripetere “nò-ché”, scandendo questo due sillabe con un ritmo non ossessivo ma continuo, in una stereotipia vocale ininterrotta. Qui a Bergamo “nò-ché” significa “non qui”.

Era salito proprio davanti a me, salutando il conducente con un tono soltanto leggermente eccessivo e sopra le righe. Se non ci fosse stata la scena successiva, sarebbe potuto addirittura sembrare un saluto aperto o perfino gioviale.

Era un giovane tra i venticinque e i trent’anni vestito a modo, rasato, con occhiali da bravo studente.

Ne parlo, perché oltre a lui mi ha colpito l’atteggiamento dei passeggeri dell’autobus. A Roma o a Napoli di certo qualche accenno di reazione ci sarebbe stato, qualcuno avrebbe tentato qualche abbozzo di interazione, di coinvolgimento, di attenzione espressa, di sguardo rivolto a lui o agli altri. Non qui. Qui il tutto è passato via come se nulla fosse in atto, meno che meno qualcosa di strano o di diverso. Il diverso, lo strano, l’altro sono o dovrebbero essere presenza (e “presenza” significa “l’essere qui davanti”), attenzione (e “attenzione” significa “”tendere verso”: l’attendere è ciò che precede e fonda l’intendere), interrogazione (e “interrogazione” significa “domanda scambiata, rivolta reciprocamente tra più persone”), provocazione (e “provocazione” significa “voce che chiama innanzi, voce per qualcuno, voce pro qualcuno”), dialogo (e “dialogo” significa “parola scambiata, parola che attraversa la distanza”). Sono o dovrebbero esserlo ovunque, dappertutto. Non qui.

L’esperienza da terapeuta mi dice che la psicosi di quel giovane era sì, come tutte le psicosi, una dinamica di difesa, ma in più essa enunciava un alto tasso di reattività. È come se lo psicotico si chiudesse nel proprio mondo non soltanto per difesa o per paura o per umiliante eccesso di svalutazione subìta, ma soprattuto e prima di tutto per protesta, per rifiuto, per provocazione di fronte a un mondo intollerante, che è lui in difesa, lui pieno di paura, lui incapace di riscatto e di dignità. È come se lo psicotico si ribellasse e con la propria chiusura dicesse: “tu, mondo, con me non ce la fai. La tua paura, le tue logiche da servo umiliato e umiliante potranno valere dove vuoi tu, ma non qui, nò-ché. Te lo dico con le uniche due parole che accetto della tua lingua madre e della tua anima: il no e il qui. Ti dico “no” restando “qui” senza essere qui davvero, ma essendo qui in quella scissione lacerante che soltanto noi psicotici sappiamo essere e siamo”. Più che difese, queste psicosi mi paiono invocazione, richiamo, sfida, bestemmia contro i falsi idoli, preghiera. Se si fosse trattato della solita psicosi difensiva, che fugge e cerca la tana e la nicchia, quel giovane forse non sarebbe neppure uscito da solo di casa, di certo non sarebbe mai salito su un autobus così pieno di gente, non avrebbe così apertamente salutato il conducente, non si sarebbe piazzato lì in mezzo occupando tutto il passaggio.

Sono le psicosi per certi versi meno ostiche da curare, perché sottendono quella energia che sempre sostanzia (cioè “sta sotto a”) le provocazioni e le reazioni del Sé; se soltanto un poco il sistema familiare è in grado di mettersi in gioco, il miglioramento o la stessa guarigione arrivano in fretta. Spesso la coppia dei genitori di psicotici di questo tipo è caratterizzata da un lato da madri troppo forti, talora con grossi nodi dissociativi e con elevata rabbia nei confronti del maschile, che aggrediscono in modo espropriante; dall’altro da padri troppo deboli, incapaci di arginare quella violenza della compagna, che così lasciano venga scaricata sul figlio, senza che loro lo sottraggano alla usurpazione materna.

La loro mamma non le ha abbracciate neppure allora

Una cosa in particolare mi stupisce dolorosamente nei racconti di molte mie pazienti: neppure nel giorno delle loro prime mestruazioni sono state abbracciate dalla loro mamma. Ancora più tragicamente, se ne rendono conto soltanto perché io lo faccio loro notare.

io invece di questo stupore sono sicuro

 

anche se penso alle età

non ricordate

dell’infanzia

ho nella carne questo stupore

che a tutto guardava

spalancandosi

 

    già nell’utero

    - ne sono sicuro -

guardavo e intuivo

la luce

stupito

 

 

scritta a Neuchâtel alla Cafeteria della Cité Universitaire il 3 luglio 1972, dopo avere riletto Agostino, Confessiones, I VII 12.

 

Il folle gesto d’incesto e la ricerca del padre: Lucio Fontana in mostra a Palazzolo sull’Oglio

Non so nulla o quasi di Lucio Fontana, né mi curo di saper di lui più che tre cose: aveva una madre attrice di teatro, un padre scultore, fece opere in cui bucò o tagliò le tele. Ciò mi basta per lavorare d’immaginazione sull’arte sua e sulla sua poetica.

Che c’è di più bello dell’ignoranza che alimenta l’immaginazione? Non sono peraltro uso a far tale esercizio; di solito il rigore mi sostiene e voglio che mi sostenga. Ma qui mi piace interpretare così come viene, solo perché così mi viene, godendo d’ignoranza. Il lettore, stavolta, pensi quel che gli aggrada; a me aggrada solamente dire quel che sto per dire.

La tela è la madre. Le attrici sono di tela, sono tela: non quella dei quadri, ma quella dello schermo non usurpata dall’olio unto del dipinto, ma sfiorata dalla farfalla dell’immagine proiettata, baciata dal suo volare inconsistente. Questa mi pare la tela per Fontana, tela da schermo, non da quadro; da cinema, più ancora che da teatro. Un’attrice è sempre un po’ scissa, ma lì su quello schermo di tela rende aerea la sua dissociazione, la trasforma in sogno imprendibile, in fotogramma d’illusione, che non lascia segno. Allora lì il punteruolo fallico che buca o il rasoio dissacrante che penetra consacrano il gesto d’incesto del figlio, lo ammettono, lo permettono, lo salvano, lo purificano, fino all’arte e all’epistrofé del simbolo.

Solo così la madre è obbligata a partorire il figlio, a lasciarlo nascere, a non possederlo più. Solo con questa gestazione d’incesto il figlio si libera della sua stretta, e finalmente può andare al padre e al mondo. Muore la tela, muore la pittura, nasce la forma che della scultura è materia e anima.

La scultura sta oltre il buco e il taglio. Solo in questo trans-gredire la forma è per-messa e il padre è ra-g-giunto. Solo in quest’arte l’incesto è parto e vita, è la cecità saggia di chi a Colono parla ai padri e li ri-trova.

Questo mi è sovvenuto in quel di Palazzolo, vedendo le tagliate tele di Lucio Fontana, un artista di cui so solo le tre cose che ho detto e l’emozione che sempre provo al godermi le opere sue.

L’occasione mi è stata offerta dalla mirabile mostra “Spazio, colore, immagine. Emblemi d’arte contemporaneia: da Hartung a Fontana, da Tàpies a Warhol”, frutto di coraggio e genio da parte del curatore Paolo Campiglio e della provvida Fondazione Ambrosetti, a Palazzolo sull’Oglio, in via Matteotti al 53. Un solo rammarico: oltre a Rosi e a me nessuno respirava con noi quelle splendide sale. Solitaria è l’arte vera. Soltanto ci accompagnava la grazia gentile di Chiara, la custode vestale fanciulla che ci ha dispensato l’ambrosia di sì bella visita.

Consiglio ai miei lettori il piacere di tanta avventura: la mostra dura fino al 30 luglio.

leggere Google a Teheran. Sta cambiando la piazza: dalla tivù a internet

In greco antico il termine che significa “parlare” è agoreuo, che letteralmente indica “fare, vivere, essere piazza”. In grecia nasce la politica, proprio perché la piazza è il luogo decisivo della polis. Lì, come ancora oggi nei villaggi del mediterraneo, durante il giorno stanno i vecchi, depositari della esperienza. Il passo della loro istituzionalizzazione in Gerousia, l’equivalente del latino Senatus, è breve e fisiologico. Nel teatro poi la piazza e la politica troveranno il loro spazio critico, di mediazione e confronto tra l’opinione (la doxa) della polis e la verità (la aletheia) della acropolis, sede degli dei e del loro sacerdozio. Ma, prima di farsi tragedia o commedia nell’azione teatrale, la parola deve tutta giocarsi proprio lì nella piazza, soprattutto nei momenti delle decisioni forte e delle invasioni, quando in piazza arriva anche il resto del popolo, soprattutto i giovani. E proprio i greci scoprono quanto sia importante conoscere le logiche della piazza, i suoi tempi, le sue inerzie e le sue frenesie. La politica è in grande, basilare parte l’arte e la tecnica della piazza.

La piazza è il luogo della convergenza delle strade, il luogo forte dell’incontro tra le generazioni, il luogo delle partenze e dei ritorni. Per questo è il luogo principe della parola: perché è il luogo dell’appartenenza e della identificazione del Sé sociale, verso il quale convergono e trovano senso le appartenenze e le identificazioni individuali. Per questo la piazza e il luogo del potere essere, del potere esistere, del potere parlare, del potere confrontarsi avvolti dalla comune appartenenza alla parola e all’abitare.

La radice più forte della attuale crisi sociale sta nella caduta di tutte le “piazze”, che hanno nei decenni e nei secoli precedenti identificato i popoli e gli individui. Hanno perso sempre più valore i luoghi forti della identità: la stalla contadina, il cortile, l’osteria (chi non ricorda il ruolo dell’osteria nel Ferroviere di Pietro Germi?), il bar di Gaber o di Paoli, l’oratorio. Il mezzo televisivo (si badi bene: il mezzo, non i suoi contenuti) ha poco per volta desertificato tutte queste piazze, svuoltandole e rendendole mute e senza senso. Di questo ho parlato nel mio libro Noi e la tivù. Come leggere un linguaggio, pubblicato nel 1995, ma fatto da articoli della fine degli anni ‘70. Non vorrei apparire immodesto, ma è un libro profetico: già più di trent’anni fa dicevo cose che molti sembrano intravedere soltanto oggi. Dicevo per esempio del gravissimo rischio della manipolazione politica elettorale insita nel mezzo televisivo (ripeto: nel mezzo più e prima di ogni contenuto). Ma soprattutto denunciavo l’azione deleteria della tivù in ordine agli spazi e ai tempi sociali, lo scippo relazionale che il mezzo televisivo fa della possibilità di comunicazione e identificazione, il condizionamento delle stesse strutture percettive e logiche. In particolare denunciavo la progressiva caduta di ogni sintassi logica e morale. Poi additavo l’attentato che il mezzo televisivo (ribadisco: il mezzo, non i contenuti) recava alla famiglia: rompendo la geometria relazionale della tavola, del letto, della cucina; rendendo gli uni estranei agli altri, ciascuno assorbito nel proprio unidirezionale ruolo di suddito del mezzo televisivo.

Oggi, io penso, uno dei grandi motivi di speranza è proprio internet. Con tutti i limiti che può avere, con tutta la sua ambivalenza di reale-virtuale, con tutto il rischio di potere essere una trincea psicotica dietro cui nascondersi e difendersi, tuttavia – a modo suo – oggi internet può essere una “piazza” o ‘inizio di una “piazza”. A differenza della televisione che permetteva – quale unica azione o interazione – il telecomando o l’avvio del televideo, internet permette si “connettersi”, “entrare”, “navigare”, “chattare” o “videochattare” per scritto o per parola, “postare” in blog o siti, spedire mail, telefonare gratis, scambiare e (formidabile!) produrre video o canzoni, stampare libri, comprare oggetti, organizzare viaggi e – importantissimo – leggere giornali stranieri, conoscere logiche e mondi diversi. Lo permette con confiini allargati all’inverosimile. Se uno sa l’inglese o altre lingue, poi i confini quasi spariscono.

Quando ritrova la piazza, l’uomo ha l’occasione di ritrovare la politica, quella vera, quella che può diventare il laboratorio del progetto, l’evento della decisione, la voglia della legge e del diritto, il motivo dell’appartenenza e della identificazione, l’inizio della speranza.

Per questo credo in internet, per questo credo in questo blog, per questo sono felice nello scrivere questi articoli e nel ricevere i vostri commenti e le vostre lettere. Mai ho potuto scrivere e pensare tanto liberamente come adesso che scrivo in questo blog e che penso per questo blog. Mai mi sono sentito tanto vero nel dire, libero nel comunicare, uomo in mezzo agli uomini, creatura felice di parlare.

Per questo sono strafelice nel sapere che Obama è stato eletto in gran parte grazie a internet e che in Iran internet per molti rappresenta un po’ quello che per molti italiani durante la guerra è stata Radio Londra.

Sapere che il governo iraniano di Ahmadinejad vieta l’accesso a Google dice quanto internet sia importante, quanto i motori di ricerca siano o possano essere anche motori di speranza e di azione politica.

poesia del clandestino

 

vorrei salire su un gommone

rischiare la morte in mezzo al mare

e potere vedere l’Italia

 

come la vedono loro

 

con i loro occhi spalancati

di chi fugge le paure

 

con i loro sguardi di attesa e futuro

di spregiudicata speranza

di fede disperata

 

con la ricchezza

di chi sa rischiare tutto

 

con la povertà

di chi non vuole nulla

perché attende tutto

 

vorrei tenermi in bocca l’Italia

come sanno fare i bambini

quando tengono in bocca il bello e il nuovo

 

vorrei gustarla con l’arguzia

della bocca curiosa

affamata di speranza e futuro

la bocca di un bambino

la bocca balbettante del clandestino

 

vorrei amarla con la loro disperazione

sognarla con il loro coraggio

 

vorrei desiderarla

come loro nelle loro utopie incarnate

sanno desiderare la vita

 

vorrei sposarla

con l’arte del distacco totale

lasciando i padri e le madri

come sanno fare le loro fami e le loro seti

 

con questa terra

vorrei concepire i miei figli

entrando nella vagina delle esclusioni

fecondandola del seme

di chi cerca sé stesso

facendola partorire di popoli nuovi

numerosi come le stelle del cielo

e i granelli di sabbia dei mari

 

sarà bello il giorno dello sbarco

il primo bacio

là sul confine delle onde

dove il tempo dell’attesa

si schiude e sa guardare le epoche

e pregare l’assoluto

 

 

 

Aforisma della donna

madre, figlia e moglie

 

per partorire un figlio

bastano nove mesi

 

per partorire un padre

basta una buona psicoterapia

 

per partorire un marito

occorre prima partorire sé stessa

 

 

 

Quando una coppia non funziona

Quando una coppia non funziona, di solito presenta una o più delle seguenti caratteristiche:

  1. si ride poco;

  2. non si litiga mai;

  3. quando si è più genitori che coppia;

  4. quando si litiga, il litigio non è produttivo, non porta cioè ad alcun passo in avanti (le stesse litigate si ripetono uguali, con la stesse frasi, le stesse accuse, le stesse dinamiche);

  5. si parla troppo poco;

  6. quando si parla, lo si fa sempre in funzione di qualcosa, mai per il semplice piacere di dirsi e ascoltarsi;

  7. quando si parla, si parla unicamente di tre argomenti: figli o parenti, lavoro o soldi, malattie o medicine;

  8. non si esce mai insieme per il gusto di fare una passeggiata;

  9. si abita troppo vicini ai suoi di lui e/o ai suoi di lei;

  10. si lavora insieme, senza prima avere mai verificato se e quanto si sia capaci di lavorare in modo autonomo e in altro ambiente;

  11. si fa sesso solo per routine;

  12. si fa sesso poco o per niente;

  13. non ci si fa mai regali o li si fa solo per anniversari e date stabilite;

  14. si sa tutto l’uno dell’altro (eccessiva trasparenza);

  15. si sa troppo poco della vita dell’altro (eccessiva indifferenza), soprattutto della interiorità, dei sogni, degli ideali, dei desideri;

  16. non si hanno progetti insieme;

  17. uno dei due o entrambi sono incapaci di conquistare un’altra persona, per cui la fedeltà non è frutto di scelta, ma di dipendenza, incapacità di approccio, impotenza a relazionarsi;

  18. quando ci si fida troppo l’uno dell’altro (e così non ci si ascolta, dando tutto per scontato);

  19. quando ci si fida troppo poco l’uno dell’altro (e così non ci si ascolta, dando tutto per inaffidabile)

  20. l’uno si affida troppo all’altro, al punto di dipendere da lui/lei;

  21. l’uno si affida troppo poco all’altro, al punto di non sentire mai il desiderio di lasciarsi andare e di abbandonarsi nelle braccia di lui/lei;

  22. quando uno dei due dipende esclusivamente dall’altro in qualche aspetto rilevante della vita (per esempio non sa uscire di casa da solo, non sa andare in vacanza da solo, non sa lavorare da solo, non sa andare al cinema da solo, non sa stare in casa da solo, non sa mai stare da solo)

  23. quando uno dei due ha il totale controllo finanziario dell’altro;

  24. quando uno dei due non sa proprio nulla delle risorse finanziarie dell’altro;

  25. quando non si attende mai;

  26. quando il ritorno a casa è vissuto con fastidio e/o con difficoltà e/o con forti resistenze interne;

  27. quando, tornando a casa, non si pensa a lui/lei, ma soltanto ai figli;

  28. quando uno dei due o entrambi sono più legati alle famiglie d’origine che al proprio essere coppia;

  29. quando uno dei due o entrambi sono più legati ai figli che al proprio essere coppia;

  30. quando uno dei due o entrambi sono più legati al lavoro che al proprio essere coppia;

  31. quando ci sono troppi rituali (visite a scadenza fissa alla/e famiglia/e d’origine; orari sempre uguali);

  32. quando si invita mai o quasi mai gente nuova in casa;

  33. quando si frequentano solo parenti o colleghi;

  34. quando non si hanno interessi in comune;

  35. quando si hanno tutti gli interessi in comune.

Aggiungi qui sotto, come tuo commento, altre caratteristiche.

 

 

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Secondo caso: quando il figlio è disturbato a livello psicotico o narcisistico

Continua con questo articolo il discorso avviato nel post Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Secondo caso: strutturazioni problematiche del figlio a livello del Sé

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello del Sé la personalità del figlio risulta disturbata a livello o psicotico o narcisistico, situazioni queste di ulteriore gravità. Mentre nel primo caso alla base del rapporto tra madre e figlio c’è innanzi tutto la solitudine della madre e il suo bisogno di compensarla attraverso il figlio, dipendendo lei mamma da lui figlio (e sullo sfondo, ripeto, ci sono l’incapacità del padre e della madre di intrattenere tra loro un vero rapporto di coppia non solo genitoriale), nel secondo caso alla base del rapporto tra figlio e madre ci sono prima di tutto i deficit profondi del figlio nella identificazione di sé:

  • nel caso di un disturbo a livello psicotico: il figlio (si tratta spesso di secondogeniti con primogenito maschio) non è stato pienamente accettato o accudito dalla madre (che solitamente nega o rimuove tali carenze), oppure è stato rifiutato o abbandonato da lei del tutto o anche soltanto temporaneamente, come nel caso di depressioni post partum della madre e di assenze o ricoveri prolungati. Ne consegue una strutturazione altamente deficitaria del Sé del figlio, che, proprio a causa della disconferma materna, non riesce a costituire ed elaborare adeguate strutture di svincolo e di autonomia, finendo con il dipendere massicciamente dalla madre (le madri più carenti creano le dipendenze più gravi); se poi oltre a quella materna subisce anche la disconferma paterna, difficilmente il Sé sfugge alla psicosi, che lo ributta ancora di più sulla madre fino al rischio della scissione schizofrenica;
  • nel caso di un disturbo di personalità a livello narcisistico: il figlio (di solito il primogenito maschio) è irretito dalla madre, che gli butta addosso eccessive proiezioni di attese-aspettative-pretese grandiose. La madre non ascolta il Sé autentico del figlio, ma i bisogni del proprio Sé proiettato sul figlio, inconsciamente manipolando il figlio e costringendolo di fatto a realizzare quanto lei vuole da lui; di fatto la madre gonfia a dismisura il Sé del figlio, che si viene sempre più costituendo e strutturando come “falso Sé”, obbligato a performances sempre più in linea con le grandiose aspettative materne. Si tratta di madri che quanto meno presentano a livello profondo forti nodi dissociativi e una profonda invidia del maschile: per questo si proiettano sul figlio maschio, come se fosse una loro protesi maschile da controllare, gonfiare, così da ottenere attraverso il figlio quelle realizzazioni di sé e quelle affermazioni sociali che come donne non hanno mai potuto o saputo raggiungere. È come se la madre considerasse il figlio una propria emanazione, come se volesse lei viversi in lui e attraverso di lui, più attenta ai propri bisogni che all’ascolto del sé autentico del bambino, della sua vera identità, dei suoi veri bisogni. In taluni casi (specie in presenza di un mancato sostegno paterno del figlio o addirittura di una profonda svalutazione paterna1) la grandiosità del “falso Sé” può, soprattutto in vecchiaia, degenerare in un delirio di onnipotenza schizofrenico. Come sono stati manipolati dalla madre nella relazione diaccudimento, a loro volta questi figli useranno e manipoleranno nella relazione d’amore la persona che crederanno di amare.

In entrambi i casi (si tratti di disturbo a libello psicotico o a livello narcisistico) l’incesto e la dinamica incestuosa che a esso può portare non si esauriscono nell’esercizio di un ruolo da coniuge compensatorio o consolatorio nei confronti della madre, ma tendono alla fusione tra figlio e madre. Più che sostituire il padre ponendosi come vero e unico interlocutore emotivo e affettivo della madre (Primo caso), il figlio tende fare una cosa sola con la madre, in una dinamica fusionale abissale, come se il figlio nell’incesto volesse diventare la madre, essere la madre. Non a caso il Secondo caso riguarda personalità dalla identità di genere problematica, comunque non evoluta e definita in modo corretto, con frange più o meno consistenti, rimosse o negate di ambivalente orientamento sessuale.

Se nel Primo caso è innanzi tutto la madre a dipendere dal figlio e dal bisogno di farsi consolare da lui, nella seconda possibilità è innanzi tutto il figlio a dipendere dalla madre, a inseguirla fino all’assurdo fusionale: o rincorrendola per tutta la vita, nella speranza che in modo del tutto improbabile lei si accorga finalmente e autenticamente di lui, cominciando a volergli bene davvero; o spingendo fino all’estremo della ossessione e del parossismo il bisogno di soddisfare sempre più le attese-pretese della madre, sempre idealizzandola come la più grande e bella e brava delle madri, con conseguente svalutazione di ogni altra donna. Il narcisista disturbato dopo corteggiamenti magari apparentemente bellissimi e irresistibili (nessuno meglio di un narcisista può illudere in tale senso) colpisce e umilia sempre di più la femminilità e la maternità della propria compagna (come se, in questo modo, dicesse alla propria madre: “vedi, nessuna è grande, bella e buona come te”).

Nel Secondo caso, dunque, la paura della perdita della madre può – riattivandolo -accelerare e fare emergere il bisogno fusionale del figlio, spingendolo all’incesto-fusione.

Comunque sia, che appartenga al primo caso o al secondo, il fidanzato di Donatella non pare avere avvertito il dolore e i vissuti di frustrazione femminile di Donatella, cosa questa che dimostra o l’incapacità di ascoltare Donatella o l’intenzione più o meno inconscia di umiliarla, escluderla dall’unica relazione importante per lui, quella fusionale con la madre.

Mi capita spesso, durante le terapie, di esortare le donne a fidarsi di più della loro femminilità, delle loro sensazioni “di pancia”! Difficilmente la pancia di una donna sbaglia. Per questo a Donatella dico di fidarsi di più di sé stessa, di non avere paura di aspettare. È molto meno pericoloso restare sole per un po’, piuttosto che incappare in un uomo che non sappia fare altro che andare a letto con la madre.

 

1Di solito i padri di figli con disturbo narcisistico della personalità sono personalità deboli, mai veramente amati dalla moglie e di fatto usati da lei dapprima come indispensabili portatori di sperma, poi come necessari garanti del benessere economico della famiglia (per queste donne i soldi e l’acquisizione di uno status sociale superiore sono il senso vero e profondo della vita, anche se a livello conscio spesso negano questo). Spesso tale tipo di padre, più che di svalutare e disconfermare il figlio prediletto dalla moglie, si preoccupa di defilarsi il più possibile, così da non dovere confrontarsi con lei e con i suoi nodi dissociativi. Semmai il padre soffia sulla rabbia dell’eventuale secondogenito/a, lasciandolo/a fare e non bloccando le sue provocazioni e la sue sregolatezza, di fatto delegando a lui/lei il compito di disturbare una moglie per lui altrimenti inaffondabile.

Aforisma della donna madre e moglie

 

per partorire un figlio

bastano nove mesi

per partorire un marito

a volte non basta una vita

 

 

 

vorrei che ci fossero ancora le montagne

quelle grandi e alte

sconosciute agli schiavi

ci salirei per essere uomo

 

vorrei che ci fossero ancora

le coscienze pulite

canterei con loro le canzoni più belle

quelle dove l’anima danza la gioia

e respira la grande speranza

 

vorrei che ci fossero ancora i sentieri

dove solitari camminano

gli innamorati

lì incontreremmo Dio

parleremmo con Lui

e anche Lui sarebbe felice

 

 

 

Un buon caffè al Bar della Diversità

Caffè macchiato, liscio, normale, corretto, lungo, ristretto, marocchino, americano, macchiatone, turco, irlandese, doppio, moka, d’orzo, decaffeinato, liofiliazzato, amaro, dolce, dolcificato, con cacao, con panna ecc. ecc.? Strano, vero? Siamo più aperti alla diversità dei caffè che non a quella degli esseri umani. Vuoi vedere che gli unici a essere veramente aperti alla meraviglia della diversità sono la tazzina e il cucchiaino del caffè?

 

 

Questa poesiola venne scritta nel novembre ‘71 in Svizzera romanda, cinque mesi dopo che conobbi Rosi. Venne musicata da un mio compagno di studi texano, Robert. Ne uscì una canzone, che a Rosi piacque molto.

 

je crois à la terre

qui s’étend dans nos coeurs

je crois à l’envie de revenir

je crois à tes mots silencieux

je crois à toi

en ton sourire

qui s’écrie au de là des eaux

à tes yeux qui prient

dans les arbres

à tes bras qui se lèvent

au-dessus des montagnes

oui je crois

et je me plie

à te regarder

 

 

tu Rosi conosci le piante

sussurri con loro i venti potenti

gli aliti sottili-inavvertiti

tu conosci i gatti e tutti i piccoli esseri

in cui da sempre vivono ritrosia e amore

 

tu delle ore assolate smarrite

devastate dall’ansia

conosci i silenzi e la gioia

 

tu conosci ogni piccolo linguaggio

ogni fiducia abbarbicata in fondo alla vita

tra le tue dita scivola eterno il discorso

 

sillaberemo un giorno

i sussurri delle piante

la protesta muta del gatto

 

 

invece sono un uguale

soltanto un uguale

inesorabilmente un uguale

senza più alcun oggi

privo di ciascun adesso

mutilato dei miei fra poco

ignorante di tutti i passati

impotente di qualsiasi futuro

 

qui nel tempo ho perso

ogni non ancora

e ogni già

 

qui in questo attimo disumano

io un uguale

smarrisco Dio

non sono

né sono mai stato un me

 

vorrei essere stato cieco

oggi mi gusterei la luce dell’alba

il rosso dei tramonti

 

vorrei essere stato storpio

ora mi godrei la schiuma dell’onda

camminando là dove la spiaggia

fa l’amore con il mare

 

vorrei essere stato sordo

fra poco mi vibrerebbe l’anima

al sussurro delle fronde

 

vorrei essere stato

tutte le diversità dell’uomo

e tutte le unicità della creatura

Dio mi bacerebbe di ogni sua eternità

 

Per lui è “normale” dormire con la mamma. Primo caso: quando il figlio è disturbato a livello nevrotico

Mi scrive Donatella: «Mi sono imbattuta nel suo sito per caso, in un momento di sconforto, in quanto mi sono trovata davanti a una situazione per me disarmante. Io e il mio fidanzato abbiamo 25 anni, e lui, in occasione di un intervento al quale la madre si è dovuta sottoporre, ha esasperato al massimo il suo lato “mammone”, se così possiamo dire. La mia figura di fidanzata è stata in un attimo annullata, mi sono sentita umiliata e mortificata, e soprattutto, minacciata ed esclusa da questo rapporto esclusivo tra madre e figlio. Mi sembrava che lui non avesse occhi che per lei, quasi fosse stata la madre la sua ragazza. Voglio sottolineare il fatto che sono una persona molto comprensiva, aperta mentalmente, e che non ho avuto questa reazione per gelosia, tuttavia, sono stata molto male. Soprattutto quando ho saputo che lui aveva dormito qualche notte con la madre, sfrattando il padre in un’altra stanza: per me ciò è impensabile, a 25 anni, è normale fare ancora queste cose?? Mica siamo più bambini?? Questo era il mio quesito, e cioè se questo gesto possa essere considerato (come mi ha replicato il mio fidanzato) “normale”».

Dormire a 25 anni con la mamma, sfrattando il padre, non mi pare proprio un comportamento corretto. Anche la condizione post-operatoria della madre non mi pare una motivazione sufficiente a giustificare il fatto, neppure se il fidanzato fosse un medico o un infermiere (quando mai un medico o un infermiere stanno nel letto del paziente?). Del resto la reazione e i vissuti di Donatella dicono che nel comportamento del fidanzato ci sono in gioco motivazioni che eccedono preoccupazioni puramente assistenziali, che, se pure ci fossero, ribadisco, non comporterebbero automaticamente né il dormire con la madre, né lo “sfrattare” il padre. È più probabile che la situazione di difficoltà della madre abbia fatto emergere nel figlio comportamenti che egli avrebbe già voluto attuare, ma che fino ad allora erano stati o rimossi o negati, comportamenti che indicano la presenza di strutture psichiche carenti o non adeguate. Il rischio di perdere la madre, che un intervento anche di per sé banale può fare affiorare nel figlio, fa by-passare difese psichiche anche molto consolidate, permettendo in tale modo l’espressione da un lato di comportamenti altrimenti censurati (rimossi o negati) dalla coscienza, dall’altro di strutturazioni problematiche del Sé o dell’Io.

Primo caso: strutturazioni problematiche a livello dell’Io

Nel caso di strutturazioni problematiche a livello dell’Io la personalità del figlio risulta disturbata a livello nevrotico o prevalentemente nevrotico. Il figlio è irretito in un ruolo relazionale di “coniuge compensatorio”, cioè di effettivo e primario interlocutore emotivo e affettivo della madre, in una dinamica di incesto psicologico (ma in certi casi pure fisico) tra madre e figlio.

Il fatto che il padre si lasci così facilmente “sfrattare”, senza riuscire efficacemente né a protestare né a contrastare o a bloccare nella sua iniziativa il figlio, è di solito indice di una situazione di questo tipo: sotto sotto al padre fa gioco liberarsi della moglie apparentemente facendosi “sfrattare”, nei fatti cedendo o scaricando la moglie al figlio, così da potere “andarsene” per i fatti suoi1. Simmetricamente la madre subisce o accetta questo gioco, preferendo ripiegarsi sul figlio piuttosto che porre e affrontare con il marito il loro problema di coppia2. Di solito ciò avviene quando, al di la dell’esercizio della funzione genitoriale, padre e madre non sono una vera coppia, non costituiscono in modo adeguato un “noi” vero di marito e moglie, di uomo e donna, di maschio e femmina; spesso hanno vite e interessi lontani e poco coniugabili tra loro o – all’estremo opposto – hanno interessi troppo comuni (per esempio lavorano insieme, costituendo più una coppia di soci d’affari che non una coppia coniugale); di solito hanno una sessualità di coppia molto limitata o superficiale.

In questo caso il comportamento del figlio nasce dunque dalla solitudine coniugale della madre e dal suo conseguente bisogno di ripiegarsi sul figlio (in particolare il primogenito maschio), compensando e consolandosi nella relazione con lui. È come se, fin da quando lui era piccolo nella pancia o sul fasciatoio, si rivolgesse più o meno inconsciamente a lui con atteggiamenti o parole che più o meno esplicitamente e consciamente esprimevano questo concetto: “meno male che ci sei tu, altrimenti la mia vita sarebbe vuota”. Si tratta dunque di una donna che in modo massiccio tende a identificare la propria femminilità da un lato nell’esercizio – più eseguito che vissuto – della funzione materna, dall’altro nella supplica infantile e inconscia al figlio perché sia il suo consolatore, colui che “deve” dimostrare quanto lei è brava come madre.

1Il padre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere; vive il lavoro come droga e come sua identificazione primaria; ha relazioni fortemente compensatorie con altre donne o – più adolescenzialmente – con amici; ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da alcool o sostanze; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi o irresponsabili tali da relegarlo al ruolo non più di marito, ma di malato da assistere e controllare.

2 La madre presenta spesso una o più caratteristiche di questo tipo: ha una debole identità di genere (più spesso che nel maschio ha alle spalle storie di abusi o di violenze subite); è presa ossessivamente dal fare; ha atteggiamenti ipocondriaci o depressi, per cui tende a farsi compatire e a lamentarsi, colpevolizzando chi non la compatisca; cura poco la casa; ha relazioni fortemente compensatorie con ambienti estranei alla famiglia (parrocchia, associazioni varie, sette, palestre ecc.); ha dipendenze o legami non risolti nei confronti della famiglia d’origine; dipende più o meno massicicamente da sostanze, soprattutto dall’alcool; è altamente controllante riguardo ai figli e alle nuore, spesso con affermazioni svalutanti e tali da fomentare conflitti, di cui poi è la prima a lamentarsi.

Rapporto terapeuta-paziente

Questo sito più volte ha accennato al rapporto terapeuta-paziente, sempre però dal punto di vista del terapeuta e sempre parlando di uno psicoterapeuta. Stavolta invece si parla di un episodio che, pure riguardando ancora questo rapporto, lo vede dal punto di vista del paziente e con in gioco un terapeuta medico, specialista in problemi vascolari. L’episodio mi è stato raccontato da un mio vecchio amico spastico dalla nascita, cui non di rado capitano episodi di questo tipo, tutti puntualmente all’interno di ambienti sanitari.

Ieri il mio amico, deambulante e autonomo, si presenta presso una clinica, per un esame “Ecocolor doppler tronchi sovraortici”. Appena entrato nello studio medico, saluta il medico presente. Questi, non rispondendo al saluto, guarda la deambulazione non “normalmente” coordinata del mio amico e gli chiede: “ma lei che cos’ha?”; alla precisa risposta del mio amico (“tetraparesi spastica da parto. Perché me lo chiede?”) aggiunge: “allora fin dalla nascita! Oh, poveretto!”. Al che il mio amico, come gli è solito fare di fronte a esternazioni simili, risponde: “poveretto sarà lei ”.

Tre domande:

  1. quando certi medici capiranno che la loro funzione è quella non di compatire, peraltro non necessitati e non richiesti, ma di curare?;

  2. che capacità e che preparazione hanno i medici in ordine alla relazione medico-paziente?;

  3. le istituzioni accademiche prima e le direzioni sanitarie poi come preparano e verificano la corretta attuazione della relazione medico-paziente?

Se il mio amico non fosse la persona attrezzata che è, se – metti caso – fosse stato un ragazzo timido e insicuro di sé o un adulto con bassa autostima, come si sarebbe sentito a vedersi così gratuitamente compatito? È giusto e corretto che questo accada?

 

 

Giovedì Santo – In cena Domini 

e mentre cenava con loro

prese il pane e rese grazie

 

  

le dita, stasera, frantumavano

le essenze

e in-dicavano l’Altro

 

stasera, quando il paradosso

guarisce e redime l’assurdo

 

 

 

Eros ha mandato allo sballo

il mio diaframma

come vento si avventa

giù dal monte

sulle querce

(trad. mia)

 

 

non so che fare

al mio Sé sono due pensieri

(trad. mia)

 

 

Articolo di Francesca Suardi

Family Secret. Quando il segreto trasuda, ovvero il destino dei segreti di famiglia (suicidio, paternità, aborto, incesto ecc.)

L’espressione: «segreti di famiglia»,si riferisce ad un’informazione (che può essere relativa a contenuti molto diversi, o a eventi passati) conosciuta da alcune persone della famiglia e tenuta nascosta ad altre. Segreti di famiglia riguardano ad esempio eventi come il suicidio di un membro della famiglia (nelle generazioni presenti e passate); la paternità biologica di un figlio; la genitorialità (adozione, ad esempio); abusi sessuali subiti (all’interno della famiglia – incesto -, o all’esterno). Alcuni specialisti nel campo della psicologia si sono interessati alla definizione del «segreto di famiglia». Fra questi Serge Tisseron, psicanalista francese, propone tre criteri, che differenziano un segreto di famiglia da un segreto qualunque. Il contenuto deve riguardare: ciò di cui non si parla; ciò che è vietato conoscere; ciò che fa soffrire le persone che detengono il segreto.

Per poter comprendere il tema dei segreti di famiglia è indispensabile riflettere sulle norme e sui valori della società in cui i segreti si formano. Un individuo esiste solo in un contesto di vita, in un’epoca con valori e norme che la caratterizzano. In effetti le norme culturali influiscono notevolmente sulla decisione da parte degli individui di raccontare o tacere un’informazione o una storia.La percezione da parte degli individui di sentirsi “libere” di raccontare il loro vissuto senza essere giudicate o al contrario, la parcezione di essere stigmatizzate, costituisce un elemento fondamentale nella costituzione del «segreto di famiglia». Diversi studi hanno confirmato che la disapprovazione sociale è una della ragioni più comuni per tenere «segreto» un evento di vita (Lane & Wegner, 1995; Pennebaker, 1993; Wegner & Erber, 1993; Major & Gramzow, 1999). La percezione da parte dell’individuo di aver infranto norme e valori condivisi (a cui aderisce o meno), è strettamente legata al vissuto soggettivo della persona che, trovandosi in una situazione “diversa” rispetto alla norma, pensa di poterla raccontare e condividere o ritiene sia meglio “nasconderla”.

Ad esempio, Major & Gramzow (1999), che si sono interessati al segreto legato all’aborto, intervistando 442 donne, hanno verificato che più la donna percepiva il tema dell’aborto come stigmatizzato socialmente, meno aveva parlato della propria esperienza, a due anni di distanza dall’evento vissuto.

Oltre al contesto normativo in cui i segreti emergono, è importante ricordare che la natura delle tematiche oggetto di «segreti» si modifica, con il passare del tempo e con i cambiamenti della società. Un esempio prototipico di un tema diventato «segreto di famiglia» di recente è la scelta da parte dei genitori di tacere a un figlio la natura del suo concepimento, nel caso di coppie che siano ricorse a tecniche di fecondazione assistita con dono di sperma. Tale segreto di famiglia non poteva esistere in anni in cui tali tecniche non erano state inventate; tuttavia, pur nella modernità, l’oggetto del segreto riguarda un tema che esiste da molto tempo, ossia quello della paternità biologica. Questo esempio illustra come il cambiamento della società rinnova l’attualità di un tema antico sotto una nuova forma. L’apetto positivo di un tale «rinnovamento di un tema antico» risiede nella maggiore comprensione delle dinamiche legate ai segreti di famiglia, grazie al fatto che molti «segreti moderni» sono legittimati dal riconoscimento legale. Il riconoscimento della legalità rende più agevole per le persone accettare di parlare della loro esperienza; in questo modo, grazie a studi empirici, abbiamo la possibilità di conoscere meglio l’influenza dei segreti di famiglia sul funzionemanto famigliare.

L’influenza del “segreto di famiglia” su ciascuno degli individui e sull’intera dinamica famigliare è conosciuta dai professionisti.

Per quanto riguarda il funzionamento individuale delle persone che detengono un segreto, si dispone di risultati di diverse ricerche nel campo della ricerca in psicologia, studi empirici hanno esaminato il funzionamento cognitivo dell’individuo, qualora questi si sforzi di tener segreta un’informazione. Il risultato più significativo è la confermata delle relazioni esistenti fra il voler nascondere un’informazione e l’emergenza di pensieri intrusivi legati al contenuto da nascondere. Ad esempio, persone a cui si è chiesto di non pensare ad un «orso bianco» prima di un’esperienza in laboratorio, hanno riferito aver avuto l’immagine di un orso bianco in mente durante tutta la durata dell’esperimento. Si è dunque scoperto che i pensieri intrusivi sono direttamente legati al tentativo di tenere segreta un’informazione. È stato quindi dimostrato che voler tener segreta un’informazione aumenta l’accessibilità dell’informazione stessa in memoria e che lo sforzo di «nascondere» l’informazione aumenta i pensieri intrusivi, in concomitanza al tentativo di sopprimerli. Il rischio di tale meccanismo di intrusione, soppressione del pensiero e successivo aumento dell’intrusione è quello del costituirsi di una spirale ossessiva (Lane & Wegner, 1995). Gli autori che si sono interessati ai meccanismi cognitivi legati al segreto scrivono «Why is keeping secrets such a dangerous business? One simple answer is that secrecy is a hard work» (Lane & Wegner, 1995, p.237). Pur non volendo pensare a qualcosa, dunque, ci si pensa; tale meccanismo si rinforza soprattutto quando si vuole tenere nascosto ciò che paradossalmente, viene in mente ancor più spesso .

È facile immaginare come lo sforzo di sopprimere un pensiero osessivo sia accompagnato da segni comportamentali non verbali. Fra le strategie utilizzate per tenere un segreto, una delle più usate è quella dell’evitamento di un tema. Tuttavia, l’evitamento di un tema ha delle conseguenze. Ad esempio, si immagini una persona che non vuole parlare della propria esperienza di un aborto , si sentirà coinvolta (p.ex. in imbarazzo) se durante una discussione si parlerà di questo tema; tuttavia, non volendo raccontare la propria esperienza, cercherà di dissimulare e non rendere esplicito il proprio malessere, cercando forse di controllare il proprio comportamento, cambiando argomento di discussione, etc.

Se si pensa ad un tale meccanismo per segreti di famiglia tenuti nascosti per anni, bisogna amplificarlo in modo esponenziale, per la durata degli anni in cui tale comportamento di «dissimulazione, controllo, messaggi contradditori» si è verificato, in un numero di innumerevoli situazioni vissute, legate al «segreto di famiglia».

Per questo motivo, nel campo della psicologia clinica, si è detto che «il segreto trasuda».

Serge Tisseron et Guy Ausloos sono fra professionisti di fama internazionale che si sono interessati alla tematica dei segreti di famiglia e che hanno parlato della loro conoscenza acquisita atttraverso l’esperienza clinica. Proprio Guy Ausloos, pedopsichiatra belga che lavora in Canada, ha tenuto di recente una conferenza in cui parlava dei «segreti di famiglia» (marzo 2009). Nel suo discorso ha ripreso il termine già utilizzato per i segreti di famiglia, dicendo, nell’espressione francese:“le secret suinte” (“il segreto trasuda”); con questa espressione si intende che i membri della famiglia che ignorano il segreto lo intuiscono anche senza conoscerne l’esistenza e senza poter identificare ciò di cui si tratta. Per spiegare meglio come il segreto trasuda, M. Ausloos ha utilizzato in modo figurato il paragone con il caratteristico colore dei soffitti delle case della regione di fabbricazione del cognac. Infatti in questo processo di invecchiamento del cognac, chiamato “la part des anges” (l’evaporazione) è caratterizzata dalla produzione di una “muffa-champignon”, di colore nero, che si trova sui muri e i soffitti dei luoghi di produzione del cognac. I turisti e tutte le persone che non conoscono il processo di invecchiamento del cognac, non abitando la regione, si chiedono, visitando i luoghi, cosa sia la muffa sui muri mentre tutti gli abitanti della regione sanno benissimo a cosa sia dovuta. Nello stesso modo dunque, i segreti di famiglia trasudano dai muri delle case.

La sofferenza è definita caratteristica delle persone che detengono il segreto come criterio di definizione di un «segreto di famiglia». A mio avviso, la sofferenza caratterizza per definizione anche le persone che ignorano il segreto; forse in modo più velato e meno conosciuto. Vivere per anni in un’atmosfera familiare in cui esistono meccanismi comunicativi disfunzionali (p.ex. l’evitamento di temi specifici sono elementi che costituiscono una fonte di sofferenza da parte delle persone che ignorano il segreto. L’influenza nefasta dei segreti di famiglia sugli individui che la compongono risiede probabilmente nell’intrecciarsi della sofferenza fra i detentori del segreto e le persone che lo ignorano (pur percependone l’esistenza).

Tuttavia , pur trasudando dai muri come lo champignon del cognac, i segreti di famiglia possono restare impliciti e non rivelati per anni o decenni. Spesso restano sepolti senza essere raccontati.

Alla luce dell’esperienza clinica, corroborata dagli studi empirici, i professionisti incoraggiano le persone che detengono il segreto a chiedere aiuto per valutare attentamente se e come comunicare un segreto all’interno di una famiglia. Una ricerca ha messo in evidenza che le famiglie in cui il segreto era stato rivelato erano quelle che avevano un miglior funzionamento (Berger & Paul, 2008). La valutazione dello stile comunicativo di queste famiglie è stata effettuata dai figli, giovani adulti, delle coppie che avevano svelato il segreto (riguardo alla fecondazione assistita).

La maggior parte delle volte, le persone coinvolte direttamente in “segreti” sono dei genitori che chiedono aiuto e consiglio riguardo a un segreto che si chiedono se sia opportuno rivelare ai loro figli. In generale, i professionisti consigliano di svelare i segreti il più presto possibile ai bambini, con parole che essi possano comprendere. Raccontare a un figlio in termini che siano per lui comprensibili permetterà al bambino di crescere sentendosi libero di chiedere ulteriori informazioni se ne sentirà il bisogno. In tal modo, il bambino potrà comprendere secondo il proprio ritmo evolutivo eventi che, non raccontati, diventerebbero «segreti nocivi» la cui rivelazione sarebbe molto più dolorosa anni più tardi.

Riguardo a segreti svelati in età adulta, i professionisti (fra cui Guy Ausloos), insistono sul bisogno di cautela: i segreti svelati “troppo tardi”, possono «fare disastri». Infatti, le persone a cui viene svelato un segreto che esiste da anni e che le riguarda, possono avere l’impressione che i famigliari e tutte le persone a conoscenza del segreto “abbiano mentito loro per anni”. In effetti, nei casi dei «segreti di famiglia», molte persone sono a conoscenza del segreto ma paradossalmente, nessuno ne parla. Il pensare di essere stati traditi e imbrogliati per anni può essere fortemente distruttivo per l’individuo.

La cautela necessaria nello svelare segreti all’età adulta non dovrebbe a mio avviso incoraggiare a mantenere segreti non svelati ma piuttosto a cercare di rivelarli il più presto possibile in modo autentico e sincero, alle persone direttamente coinvolte che non lo conoscono.

È mia opinione che ciascuno abbia diritto alla conoscenza della verità riguardo alla propria storia, per quanto dolorosa essa possa essere. Credo che se ogni individuo potesse avere accesso al proprio passato individuale e famigliare, ciò sarebbe una preziosa occasione per formulare opinioni e attitudini molto più complesse e meno sempliciste riguardo alla realtà. Ciascuno potrebbe posizionarsi in modo meno rigido nei confronti delle norme dominanti della società: rispetto a ciò che è “giusto” o “sbagliato”; rispetto a chi ha “ragione” e a chi ha “torto”.

La scelta del silenzio da parte di chi detiene un «segreto di famiglia» mi appare come anacronistica nella società occidentale moderna. «Nascondere un segreto» significa a mio avviso restare legati a una visione del mondo irrealistica, infantilizzante e anacronistica. Inoltre, non parlare significa non fidarsi dell’altrui capacità di ascolto e comprensione.

In questa mia espressione a favore della comunicazione intrafamiliare vorrei esplicitare il mio rispetto per le persone che scelgono il silenzio tanto quanto per quelle che decidono di parlare. Solo, incoraggerei le persone ingaggiate in un segreto a chiedere consiglio a dei professionisti per valutare la loro sofferenza e forse scoprire che comunicare in modo costruttivo è la migliore soluzione per il succedersi delle generazioni. Ricorderei che nascondere qualcosa non lo annienta né lo cancella, ma lo fa trasudare, spesso con esiti patogeni nella comunicazione familiare da un lato e nel processo di identificazione degli individui dall’altro.

Inutile sarebbe che il funzionamento familiare subisse influenze nefaste a causa di un “segreto” che potrebbe essere dissolto nel suo potenziale patogeno, comunicandolo in modo appropriato e autentico.

Purtroppo, svelare un segreto è solo parzialmente una vittoria se gli individui non sono decisi e pronti a cambiare la dinamica relazionale in cui hanno vissuto per anni. I professionisti hanno l’arduo ruolo di valutare le diverse situazioni, lavorare con queste famiglie e non lasciarsi invischiare in dinamiche omeostatiche o ancor più disfunzionali, nel caso di sistemi manipolatori.

     

    Bibliografia:

  • Berger, R., & Paul, M.(2008). Family Secrets and Family Functioning: The Case of Donor Assistance. Family Process, Vol. 47, No. 4, 2008

  • Lane, D.J., & Wegner, D.M. (1995). The cognitive consequences of secrecy. Journal of Personality and Social Psychology, 69,2, 237-253.

  • Major, B., & Gramzow, H.R. (1999). Abortion and Stigma: Cognitive and emotional implications of concealement. Journal of Personality and Social Psychology, 77,4,735-745.

  • Tisseron, S. (2008). Toujours le secret suinte…Enfance & Psy, 39, 88-96.