Leggo dalle pagine di cronaca: “Una donna ha ucciso a coltellate il figlio di tre anni. La tragedia si è consumata questa sera a Curtarolo, nel Padovano. Il padre della vittima era uscito mezz’ora prima per comperare le pizze e al ritorno a casa ha trovato la moglie, 35 anni, seduta con lo sguardo pietrificato e con il bambino stretto in grembo. In mano aveva ancora il coltello. In una stanza vicina riposava l’altra figlioletta della coppia, di appena tre mesi. La coppia vive in una casa singola. Nel giardino sono ancora evidenti i nastri rosa che addobbano il recinto per la nascita della bambina. (…) Alessandro, questo è il nome del bambino”.

Guardo le date di età dei due bambini: il maschietto ucciso 3 anni, la femminuccia appena nata 3 mesi. La prima ipotesi che mi viene sta proprio racchiusa in queste due date.

Quando un bimbo compie 3 anni si chiude o dovrebbe chiudersi la prima grande fase evolutiva della sua vita, quella che dal concepimento giunge fino al termine dell’accudimento, attraverso la gravidanza, il parto, l’allattamento, lo svezzamento, l’apprendimento della parola e della autonomia motoria, l’educazione al controllo degli sfinteri. È un cammino di 9 mesi più circa 3 anni, che porta all’uscita progressiva del bambino dalla madre: dapprima fisicamente attraverso il parto, poi psicologicamente e relazionalmente, attraverso tutti quei passaggi che segnano le tappe dell’accudimento. Per esempio, imparando prima a gattonare e poi a camminare, il bambino ha la possibilità di cominciare a uscire autonomamente dallo spazio gestuale e anche visivo della madre, avviando una esplorazione del mondo e una modalità di relazione con il mondo proprie. Per esempio, imparando prima i gorgheggi e la lallazione e poi la parola, il bambino può cominciare a interloquire con le persone in modo proprio, via via sempre più individualizzato rispetto a quello della mamma; la mamma stessa da unica sua interlocutrice, poco alla volta diviene una delle tante figure in gioco, non sempre e non comunque la più interessante e la più importante (per esempio, alla sinistra del proprio orizzonte relazionale, si pone come interlocutore sempre più interessante e individuato il padre).

L’età dei 3 anni rappresenta dunque un vero e proprio parto relazionale del bambino, portandolo a una vera e propria nascita relazionale e sociale.

Non a caso, da un punto di vista relazionale, se, in tutta la fase della gravidanza e dell’accudimento, la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a due (si dice diadica e si parla di diade) tra lui e la madre, ora la relazione direttamente prevalente e decisiva è quella a tre (si dice triadica e si parla di triade) tra lui, il padre e la madre. È un passaggio notevolissimo, un vero e proprio salto di qualità relazionale che impegna tutti e tre gli attori in gioco, portandoli tutti e tre alla possibilità di crescere sia come individui sia come persone (la “persona” è l’individuo colto come dimensione relazionale in atto).

Per quanto poi riguarda il punto di vista sociale, il bambino, forte del raggiunto accesso al livello relazionale triadico, può adesso guardare ancora più in là, aprendosi a una vita sociale sempre più ampia, complessa, ricca, articolata, interessante, per esempio andando alla scuola materna e ingaggiando rapporti nuovi sia di tipo orizzontale (con i suoi coetanei) sia di tipo verticale (con le maestre, con i compagni più grandi o più piccoli di lui).

Se la fase relazionale diadica è stata adeguata e soddisfacente, il bambino non avrà particolari difficoltà a entrare nel mondo relazionale della triade e ad aprirsi socialmente. Questo passaggio potrà anzi essere fonte di piacere. Come ho detto in tutto il mio ultimo libro La tenerezza dell’eros. Gesti d’accudimento e gesti d’amore, il piacere sta proprio qui: nel potere e sapere fruire di possibilità e capacità relazionali sempre più ricche e complesse, capaci di identificare sempre meglio la persona.

Se al contrario la fase relazionale diadica non è stata adeguata e soddisfacente, il bambino sarà – con modalità più o meno inconsce, in misura più o meno massiccia e pervasiva, con esiti più o meno condizionanti e limitanti – trattenuto all’interno della relazione diadica. Di solito ciò accade a seguito di difficoltà relazionali della coppia genitoriale e/o di particolari difficoltà psicologiche della madre a lasciare andare il figlio e del padre a chiedere che il figlio sia lasciato andare (per esempio rassicurando la madre, confermandola, riaffermandone la bellezza non soltanto materna).

Ripeto, il passaggio del figlio (in particolare il primo figlio, ancora più in particolare il primo figlio maschio) dal mondo relazionale diadico a quello triadico, dovrebbe coincidere con un piacevole salto di qualità relazionale e sociale per tutti e tre gli attori in gioco. Sia il bambino, sia il padre, sia la madre dovrebbero vivere la possibilità di crescere, di entrare in orizzonti relazionali e sociali più estesi e interessanti. Questo, molto probabilmente, non è avvenuto né per Alessandro, né per il suo papà, né per la sua mamma. Sicuramente qualcosa non ha funzionato negli individui e/o nelle relazioni che tra loro erano in gioco. A dirlo sono i fatti.

Uccidere una persona amata ha sempre, a livello profondo, una motivazione che si usa dire magica. Proprio attraverso l’omicidio, è come se chi uccide e chi è ucciso si possedessero per sempre, senza più potersi perdere. È come se la loro relazione si imbalsamasse o – come suggerisce l’atteggiamento “pietrificato” della madre dopo l’uccisione – si pietrificasse, per dirsi magicamente eterna, per non perdersi più. Chi uccide e chi è ucciso non si lasceranno mai. Sotto questa luce, per certi aspetti e in particolare per quello relazionale, la terribile morte del bambino di Curtarolo è come una morte di parto, di quel parto relazionale che è l’uscita dalla relazione diadica.

Il papà e la mamma di Alessandro non hanno saputo o potuto garantire al loro bambino la nuova nascita. Qualcosa è mancato e non ha funzionato: nelle loro storie individuali, nella loro strutturazione psicologica, nella loro relazione di coppia e nella sua incapacità di riprendersi e rilanciarsi.

La mamma di Alessandro forse non si sentiva adeguata a lasciare andare quel figlio che amava e ama tanto, troppo (amare troppo un figlio può significarne la morte); forse più che lui ad avere ancora bisogno di lei, era lei ad avere ancora bisogno di lui e della relaziona diadica con lui (anche soltanto con lo sguardo troppe mamme, più o meno inconsciamente e in una nefasta inversione di ruoli, comunicano al loro bambino: “meno male che ci sei tu. Senza di te, che vita sarebbe la mia?”).

Il papà di Alessandro forse non era adeguato ad assumere un ruolo paterno più impegnativo, quale è quello richiesto dall’accesso alla fase relazionale triadica, così che, più o meno inconsciamente, gli ha fatto gioco non prendere – da padre adulto – il figlio, non incoraggiare la moglie a lasciarlo andare, a lasciarglielo andare, rassicurandola, sostenendola, incoraggiandola, gratificandola in tutta la sua femminilità, aprendola a nuovi entusiasmi, a nuovi interessi, a nuove gioie. Anche come marito, al papà di Alessandro forse ha fatto gioco e continua a fare gioco che la moglie restasse e resti per sempre legata ad Alessandro: questo di fatto gli permette di evitare l’assunzione di un nuovo e più adulto ruolo di maschio, uomo e marito, gli consente di evitare la relazione di coppia con una donna che la maternità del primo figlio non può non avere reso ancora più intensamente femmina, donna, moglie, lo autorizza a non sposarsi mai davvero con lei e a farsi compatire per sempre.

Anche la coppia tra il papà e la mamma di Alessandro, dunque, non ha funzionato, non è riuscita a fare quel salto di qualità relazionale che lascia andare il figlio al mondo e alla vita. Probabilmente lo stesso concepimento della seconda figlioletta non è stato frutto di quella vera evoluzione della coppia, che la renda adeguata ad assumere una nuova genitorialità. E, molto probabilmente, a monte sta l’incapacità e l’impossibilità di vivere a pieno il rapporto di coppia, prima di tutto come incontro d’amore tra due sessualità diverse tra loro ed entrambe adulte, poi come relazione d’amore tra un uomo e una donna e, soltanto da ultimo e come conseguenza dei primi due momenti, come relazione rinnovata tra padre e madre di un nuovo figlio o di una nuova figlia.

L’esperienza clinica mi suggerisce quanto queste difficoltà di coppia trovino la loro radice nella mancanza di adeguati modelli relazionali all’interno sia delle due famiglie d’origine, sia – più complessivamente – nella società. Che una madre trattenga a sé un figlio attraverso la magica follia dell’infanticidio, è purtroppo solo l’estremo di un segmento che nei propri punti intermedi si manifesta per esempio con altre modalità: difficoltà evolutive del figlio da nascente, da bambino, da adolescente, da giovane; permanenza del figlio nella famiglia d’origine ben oltre l’età necessaria; prolungamento a tempo indeterminato di aspetti infantili o adolescenziali del figlio; difficoltà relazionali e sociali del figlio; anche gravi patologie psichiche del figlio (per esempio l’iperattività infantile o le psicosi a esordio adolescenziale o giovanile) dovute proprio a disfunzioni relazionali familiari e della coppia; difficoltà a raggiungere l’emancipazione scolastica e/o lavorativa e/o affettiva e/o sessuale e/o abitativa e/o economica del figlio. Se l’infanticidio pare porre la madre come la prima e – per troppi, stampa e media in primis – come l’unica responsabile, le altre modalità di difficile svincolo del figlio rivelano più chiaramente che le responsabilità non sono mai soltanto della madre. Quando lo svincolo del figlio è problematico e quando un figlio viene ucciso, sempre a monte si riscontrano difficoltà relazionali della coppia e nella coppia genitoriale, nel rapporto eccessivo o carente tra questa e le famiglie d’origine. Le difficoltà della madre sono sempre inscritte in un quadro relazionale più ampio, che di solito non viene né individuato né guarito e che di solito resta e si rafforza in tutta la propria tragica disfunzione. Di solito, all’interno di un sistema familiare disfunzionale, il “matto” più grave e pericoloso non è ma colui o colei che la famiglia o i fatti designerebbero come tale (purtroppo, la psichiatria tradizionale usa accettare supinamente tale designazione, spesso limitandosi a imbottire di farmaci il “matto” designato); di solito il “matto” designato copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza follie individuali ancora più profonde e, soprattutto, copre, nasconde e – paradossalmente – protegge e rafforza la folle disfunzionalità relazionale del sistema familiare. 

Da quanto si è finora detto un’altra terribile realtà emerge dai fatti di Curtarolo: oltre alla morte fisica del figlio, c’è anche una gravissima offesa alla integrità per lo meno psicologica e relazionale della bambina di tre mesi, della quale l’articolo di cronaca neppure dice il nome. Se la mamma è per sempre di Alessandro e con Alessandro, la piccolina non avrà mai la mamma per sé e con sé. Forse – speriamo che non sia accaduto così – già la sua gravidanza è stata segnata da pesanti distanze emotive, affettive, relazionali. Probabilmente la sua nascita è stata abitata da nastri rosa troppo vuoti di festa vera e di anima autenticamente aperta e gioiosa. Oltre che senza madre, questa bambina potrebbe ora crescere portandosi oltretutto addosso il peso di un padre troppo bambino e per certi aspetti – lui per primo – mai veramente e adeguatamente nato né come maschio, né come uomo, né come marito, né come padre. Al di là di qualche pizza intiepidita che vita rischia di attenderla? Potrebbe essere – come nuova pietrificata Antigone – condannata a restare per sempre nell’ “altra stanza” dell’esistere, là dove si parla soltanto con la morte. Occorrerebbe che questo povera tragica famiglia venisse profondamente e radicalmente aiutata da una psicoterapia capace di riscattarla dalle dinamiche disfunzionali che l’attanagliano. La risposta di sicuro non sta né nello psicofarmaco né nel carcere dato alla mamma. Speriamo in particolare che la piccolina trovi la possibilità di essere davvero accolta, contenuta, accudita, amata, aiutata. La vita a volte trova in sé sentieri e risorse incredibili, in grado di indicare la speranza e di fare respirare la gioia di vivere. Uno di questi preziosi sentieri sta in una psicoterapia ben condotta e ben riuscita sia nei confronti del sistema relazionale familiare, sia nei confronti delle persone in gioco.

 

Una carezza può essere abitata dallo stupore più emozionante e carico di creazione, ma può anche generare fastidio o dolore laceranti. Può portare ed essere gioia raccolta, inebriante piacere, vita totale, panico amore; ma anche morte o solitudine assolute.

La stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante fino alla esaltazione o devastante fino alla pietrificazione: dipende da quanta integra sia o possa essere la pelle di chi la riceve; da quanto questa persona abbia o non abbia attivato, costituito e strutturato il proprio Sé durante la relazione di gravidanza e di accudimento. È in questo periodo evolutivo che prende corpo il Sé, cioè il nucleo di fondo della personalità di un individuo. La pelle è prima la possibilità e poi la capacità del Sé di essere corpo nel mondo, comunicante con il mondo, aperto al mondo e all’alterità di tutti quegli incontri, che fanno e sono il mondo. Un Sé non bene attivato o non adeguatamente costituito e strutturato si presenterà come un corpo senza pelle o con la pelle ferita, squarciata, ustionata, che lascia il Sé in un urlo senza protezione. Allora anche la carezza più delicata e rispettosa, più tenera e stupita, più generosa e innamorata aggiungerà ferita a ferita, squarcio a squarcio, ustione a ustione, in una sofferenza drammatica e insopportabile.

Ma anche per un’altra ragione la stessa carezza può essere dolcissima o violenta, vivificante o devastante fino alla morte: dipende da quanto transitivo oppure intransitivo sia o possa essere il gesto di chi esprime e dà la carezza; da quanto questa persona sappia o possa arrivare alla alterità della persona amata. Se prima e più che intuire, sfiorare, toccare l’alterità dell’altro, la mano di chi carezza sente – soltanto o primariamente o prevalentemente – sé stessa, il proprio timore e tremore, la propria timidezza o inadeguatezza, oppure il proprio bisogno di possesso, la propria volontà di invadere ed espropriare, la propria necessità di esibire l’affetto o l’amore, di recitarli, mostrarli, senza mai poterli o saperli davvero vivere ed essere. Allora anche la carezza più espressiva e tecnicamente più ineccepibile rischia di non giungere e destinazione, di essere e restare gesto impotente, alibi d’amore, inganno di affetto e tenerezza, mero pretesto, comunicazione mai davvero attivata, che – sotto l’apparenza o l’illusione dell’incontro e del contatto – lascia nella solitudine la profondità del Sé sia di chi dà la carezza sia di chi la riceve.

Ci sono così carezze che danno corpo e carezze che prendono corpo, come se lo rubassero, lo bestemmiassero, lo devastassero, lo annullassero. Ci sono carezze che infondono anima e carezze che la spengono. Ci sono carezze che possono e sanno solleticare nel riso la pelle, incendiarla di piacere, inebriarla di passione, bagnarla di soavissimi orgasmi; e ci sono carezze che desertificano l’animo, assetano la pelle senza mai inumidirla di rugiada, affamano il cuore senza mai toglierlo e riscattarlo dalla nausea, in un gioco sadico e folle di promesse mai mantenute, di attese inesorabilmente mancate, di illusioni ossessivamente ripetute e sempre più alienanti.

Ci sono carezze più proprie dell’uomo e carezze più proprie della donna.

Le carezze di un uomo sanno o possono confermare e decidere quanto sia bella una donna, ma possono anche scavarne l’anima e lacerarne la carne. Ogni carezza di uomo sa o può confermare il Sé della donna , sa vestirlo di fecondità e spogliarlo nella identità e nella tenerezza; sa dargli bellezza, intensità, luce, acqua, vento, respiro, in un gioco, che, qualora sia libero e adulto, è il “tra” che apre il mondo all’essere e l’essere al mondo.

Le carezze di una donna sono un piccolo utero o una gravidanza ripetuta intensa, che può dare nome, corpo, vita al Sé dell’uomo, fino all’accoglienza che concepisce e al contenimento che partorisce. Ogni carezza di donna sa o può essere concepimento, gravidanza, parto, concepimento, accudimento, in un gioco che, qualora si liberi dall’infantilismo, può essere profondità d’amore, ricreante tenerezza dell’eros.

Quando è data con sapienza, la carezza di un uomo è azione di spazio e di utopia. Quella di una donna è evento di tempo e di creazione.

Quando è ricevuta, per l’uomo può essere inizio esplosivo o regressiva implosione, talora un addio o, un aborto subiti. Per la donna può essere prezioso vestito, incandescente identità, entusiasmo di speranza, sistole di fede e prodigio: oppure furto, scippo, rapina, stupro che espropria il corpo e sfratta l’anima, cancro che scava, estingue, uccide.

l’abitudine è un lusso pericoloso:

può rendere scontato il prodigio

noioso il genio

invisibili le primavere

stupido lo stupore

impotente l’amore

 

  bianco d’avorio rosa smeraldo

  anche d’inverno talora fa caldo

  fumo di Londra nero antracite

  salta la volpe sotto la vite

 

 giallo rosso arancio e blu

  per una notte ci diamo del tu

  canta il gallo sibila il serpente

  bolle in tegame tutta la gente

 

  colore nocciola bianco di panna

  bella con te questa capanna

  occhi di sogno cuore di stella

  di tutte le belle tu sei la più bella

 

  giallo di fuoco con giallo topazio

libero volo in mezzo allo spazio

fuggi gazzella scappa felice

Dante da sempre rincorre Beatrice

 

 

chi da single le donne troppo consola

da sposato lascia la moglie sola

 

 

chi da single le donne troppo capisce

da sposato la moglie tradisce

 

 

 

un maschio che consola troppo la moglie altrui

prima o poi tradisce la propria

 

 

maschio troppo consolatore

marito traditore

 

 

 

 

Due sono i tipi di maschi adulteri:

quelli che preferiscono tradire la propria moglie

e quelli che preferiscono consolare troppo le mogli altrui.

In entrambi i casi a perderci

è sempre e inesorabilmente

il vero amore.

 

 

Molte madri si lamentano perché le loro figlie adolescenti non aiutano in casa o sono indolenti o studiano poco. Quasi sempre si tratta di madri che non sanno che cosa sia l’adolescenza. La loro storia le ha, per una ragione o per l’altra, private dell’esperienza di questa età. Non sanno che cosa sia. Come possono capire la figlia, confermarla, starle vicino esserle complici e alleate, testimoniarle vicinanza e gioia?

Queste mamme hanno spesso alle spalle un rapporto con la propria madre difficile e conflittuale oppure formale e freddo. Molte di loro, soprattutto dopo l’arrivo di un fratello o di una sorella si sono viste – più o meno inconsciamente – scaricare addosso il padre, del quale hanno dovuto diventare la coniuge compensatoria, la consolatrice antidepressiva, la badante paziente. Se, invece, sono figlie uniche, di solito hanno dovuto arruolarsi nella carriera di brava bambina del papà e della mamma, di ragazzina “a posto” che mai esce dalle righe, di diligente studentessa che è l’orgoglio del papà e non rompe troppo le scatole alla madre, di ordinata giovinetta che mai o quasi ha messo piedi in una discoteca; mai hanno potuto vivere davvero qualcosa di sanamente trasgressivo, di veramente proprio, di giustamente sbagliato, di gioiosamente incazzato.

Di frequente queste madri hanno ingaggiato relazioni di coppia precoci con coetanei, che poi finiscono quasi sempre con lo sposare, più per stanchezza che per passione, più per inerzia affettiva che per autentico innamoramento. In questo modo, con alta probabilità, incappano in partner deboli, che, a propria volta, devono ingaggiare relazioni di coppia immature per compensare vuoti affettivi o per nascondere timidezze anche psicotiche.

Di rado la vita sessuale di queste madri è adeguata e/o soddisfacente. Anche qui, oltre al primo debole e spesso unico partner, di rado incontrano uomini con cui possano intrattenere un rapporto affettivo e sessuale davvero adulto. Facilmente incappano in abili narcisisti più pirotecnici che consistenti, più disposti a sentire sé stessi che ad amare una donna, meno che meno la donna, ancora meno la propria donna. Oppure finiscono con il praticare una specie di randagismo affettivo, che di avvventuretta in avventuretta e di inconsistenza in inconsistenza, le porta a un vuoto esistenziale e morale sempre più insignificante. Di rado conoscono il coinvolgimento vero e profondo, quell’orgasmo dell’anima che dà senso all’amore. Mai – quasi di certo – trovano nel partner un padre adeguato, in grado di fare con loro un buon gioco di squadra genitoriale, così he di solit si trovano a dovere da sole gestire l’intero o quasi della genitorialità, senza peraltro sapere e potere gestire né la maternità né la paternità.

Come faranno queste donne a capire e amare davvero la propria figlia, la sua adolescenza? Potranno al massimo preoccuparsi di lei o – peggio ancora – per lei, controllandola invece che esserle complici, criticandola invece che confermarla da femmina a femmina, inducendola a reagire incazzata piuttosto che essere il punto di riferimento e orizzonte di sicurezza.

Non aiuta mai in casa!”, “Non ha voglia di fare nulla!”, “Studia troppo poco!”, “Quanto è disordinata!”, “Risponde male, da villana e arrabbiata!”, sbottano con moralismo intransitivo più da suocere acide che da madri.

E perché mai dovrebbero aiutare in casa? Mica è loro quella casa. La loro casa sarà quella che, se riusciranno a uscire dalla palude di quella adolescenza e di quella madre, potranno fare con il loro compagno, mettendo su casa con lui. In una casa, che non sia la propria, è bello aiutare soltanto se ci si sente complici e amiche con la donna di quella casa.

E perché dovrebbero avere voglia di fare qualcosa? La volontà è sempre figlia della speranza (non a caso il termine greco elpìs, che indica la speranza è collegato con il verbo latino velle, che significa “volere”). Come possono sperare con una madre così pesante e, appunto, così es-a-sperante (che letteramente significa “lontano, fuori dalla speranza”)? Lo stesso dicasi per la poca voglia di studiare o di essere ordinata.

Quando i figli crescono e raggiungono età nella quali i genitori, soprattutto quello/a del proprio genere, hanno avuto difficoltà e subito ferite, allora i genitori vivono la ri-emergenza dei propri problemi non risolti e delle proprie ferite solo apparentemente richiuse. Allora i genitori o in coppia o da soli possono – grazie a una buona psicoterapia (loro, non del figlio o della figlia!) - sfruttare la preziosa occasione della pro-vocazione del figlio, per riprendere la propria evoluzione individuale, sciogliendo nodi dimenticati, affrontando la antiche ferite, colmando vuoti di esperienza e ricominciando a crescere. Fanno bene a sé stessi e non continuano a fare, involontariamente, danno al figlio o alla figlia.

Dopo la sentenza della corte Corte europea dei Diritti dell’Uomo che vieta l’esposizione dei crocefissi nelle aule e dopo tutto il polverone che questa sentenza ha suscitato, mi si chiede di esprimere il mio parere. Ci provo.

In molte case mobili, soprammobili o quadri appesi sono lì da anni, di loro non ci si accorge più: li si vede, senza più guardarli o accorgersi di vederli. Capita soprattutto in case, nelle quali un po’ tutti gli oggetti non hanno né identità, né storia, né – per quanto è possibile riferire questa attribuzione a un oggetto – anima. In altre case gli oggetti hanno invece una loro vita, rinviano a momenti significativi; di quei significati sono – più che la memoria – il riaprirsi della presenza e la promessa-premessa della ripresa e del gusto di ciò che rappresentano. Dipende dal voltaggio relazionale della casa in cui si è; da quanto in quella casa ci si parla, ci si incontra, ci si attende, ci si ascolta, ci si lascia per-sonare dalla e nella diversità dell’altro; dipende da quanto in quella casa sappiano e possano vivere il simbolo, la ripresa, il rinvio, l’oltre, il già e il non ancora, l’immanenza trascendente e la trascendenza immanente; dipende da quanto in quella casa possono e sanno con-vivere la continuità, il con-fluire del giorno e della notte, il con-fine tra la veglia e il sonno, il con-fermarsi del lavoro e della festa, il fecondo ricambio tra la sistole del ritorno e la diastole dell’andare al mondo, l’equilibrio non spaesante tra l’essere e l’esserci, l’arricchirsi reciproco di Tu e Io, di diversità e identità.

Pensando a tanto diverso destino degli oggetti e delle abitazioni, mi chiedo non se sia legittimo o meno appendere crocefissi a una parete, ma quale casa sia quella nella quale sta o non sta il crocefisso. Se si tratta di una casa senza parola e senza storia, il crocefisso rischia di essere una cosa tra le cose, a propria volta anonima e senza vita, vuota reliquia del niente e dell’angoscia, capitata lì per avventura o per convenienza, per convenzione o per conformismo, per mimetismo, per esorcismo magico, per scaramanzia infantile o per quelle strane paratassi kitsch che fanno degli oggetti l’entropia e la discarica dei significati. Se al contrario la casa è abitata dal senso e dai significati, il crocefisso può e sa rinviare, inter-rogare, pro-vocare, per-sonare di pre-senza e forse di nome, fino a in-dicare nell’oggetto il Crocefisso Gesù, quasi a poterlo chiamare per nome e ascoltarlo nell’affanno. Ma allora, forse, in questa ultima casa, questo oggetto non è neppure necessario, perché altri ben più visibili ed efficaci sono lì i segni della pre-senza e della azione di Gesù; ci si riconosce di Gesù e in Gesù non appendendo crocefissi, ma amandosi come Lui ci ha amato, fino a potere morire per l’altro e – cosa per certi aspetti ancora più impegnativa ed entusiasmante – continuando a vivere per l’altro e nella gioia dell’altro e della sua alterità vivificante.

Se poi, invece di una casa, si tratta di una scuola, mi chiedo prima di tutto che senso abbia la parola “scuola” per le persone che la frequentano. Se scuola, come suggerisce il significato greco del termine scholè, è il luogo e il tempo della libertà ( scholè ha lo stesso significato del latino otium , indica il “tempo libero”, cioè quello che del lavoro dovrebbe essere lo scopo e il fine, il senso e il significato più umani) e quindi della identificazione più vera, allora, mi pare, pro-porre (cioè “porre lì davanti a tutti”) il crocefisso è azione ancora più ardua. Mi viene in mente quanto accadde a Paolo di Tarso quando pro-pose Cristo Crocefisso e Risorto ai filosofi di Atene. Venne scacciato e deriso non perché avesse parlato del Risorto, ma proprio perché aveva pro-posto il Crocefisso. Eppure quella era senza dubbio la “scuola” più qualificata di allora; per giunta Paolo, prima ancora che ad allievi, stava parlando a raffinatissimi docenti, i migliori; inoltre, ben più ardito di quanto facciano i gestori delle nostre scuole, aveva pro-posto non uno o più crocefissi, ma il Crocefisso; ancora di più, a differenza di quanto succede oggi nelle nostre aule, Paolo aveva posto il Crocefisso non alle spalle dei docenti, ma davanti a loro; non appendendo oggetti alle pareti, ma cercando di in-segnare le menti e le anime, i cuori e le esistenze.

Forse, però, con l’irruenza da convertito e da neofita che spesso gli era propria, Paolo sbagliava. Forse non teneva conto che Gesù, dopo la propria risurrezione, ben difficilmente si fa ri-conoscere di faccia; sì, certo, lo aveva fatto con lui, disarcionandolo da cavallo, lo aveva fatto con la Maddalena davanti al sepolcro, lo aveva fatto con gli apostoli nel Cenacolo; ma erano eccezioni nel comportamento di Gesù Risorto: di solito Lui usava farsi ri-conoscere di spalle, cioè quando già se ne era andato, proprio come accadde ai discepoli sulla strada di Emmaus. Se neppure da Risorto Gesù usa e osa pro-porsi di faccia, come mai noi ci ostiniamo a volerlo pro-porre da Crocefisso o addirittura come crocefisso appeso in un’aula, alle spalle di docenti che quasi mai si accorgono di vederlo, davanti ad allievi che spesso fanno già fatica a vedere il “prof” che si trovano lì davanti? Poveri allievi, come fanno a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo, se neppure vedono quel povero cristo di docente, che viene loro pro-posto spesso come precario, sottopagato, magari impreparato e sfigato? E come fanno, per esempio, gli allievi di una “scuola cattolica” a vedere in quel crocefisso appeso il Cristo povero e sofferente, quando nella stragrande maggioranza di quelle aule (anche le aule saranno “cattoliche”?) non ci sono né allievi poveri, né allievi handicappati, né allievi ufficialmente sofferenti o troppo diversi? Pro-porre il crocefisso in tali contesti non rischia di attribuire all’oggetto una valenza magica, quasi che l’oggetto fosse esso importante ed efficace, fosse – forse ancora più banalmente – l’alibi del vuoto, l’esorcismo dell’infedeltà a Gesù, la maschera della falsa identità? Il crocefisso appeso non rischia allora di essere soltanto la bandiera di un potere, l’affermazione di una territorialità comunque occupata, la cifra di una ideologia altrimenti ingiustificabile, che usa il crocefisso senza alla fine neppure più vederlo?

Certo, l’essere umano ha bisogno anche di segni. Ciascuno di noi ha spesso accanto a sé fotografie delle persone amate. Ciascuno di noi ha bisogno di infantili richiami, che aiutino l’occhio. Ma per tutto ciò non c’è bisogno di ufficialità, di riconoscimenti statali, di leggi e norme più o meno imposte, di aule statali o non statali.

Mi stupisce la semplice pregnanza del segno della croce, fatto con convinzione e affetto veri sul proprio corpo vivente. Nel segno della croce il Crocefisso è corpo in-segnato dal gesto e abitato dalla parola che dice e in-dica la Trinità, quasi a dire che, mentre si fa il segno della croce, è come se tornasse a incarnarsi Gesù, diventando corpo e al tempo stesso annunciando divinità e Trinita. Nel segno della croce non possono non con-vivere tre realtà: Gesù, la pienezza relazionale di Dio (questo è la Trinità), il corpo di chi facendo il gesto si fa egli stesso croce e Trinità. Il segno della croce è gesto e parola che, prima di segnare, in-segna (cioè “segna dentro”) di Gesù e di Trinità il corpo di chi lo compie. Non ci si può in-segnare di croce senza in-segnarsi di Trinità. Il segno della croce non è solo il presenziarsi della morte di Gesù in croce, ma – in quanto annuncio della pienezza trinitaria – è anche e già il riscatto della croce, cioè è già la Risurrezione che vince la morte. In-segnarsi soltanto di croce sarebbe follia, masochismo, riduzione di Gesù a esclusiva morta umanità.

Gesù crocefisso ha senso solo in Gesù risorto. È questa la presenza vera di Gesù, per chi lo voglia davvero vicino. È Giuda a vedere Gesù soltanto come crocefisso. Ma, allora Gesù può essere solo induzione al tradimento o istigazione al suicidio, non importa se vicino al Calvario o davanti alla parete di un’aula. Quanti di quelli che vogliono appendere crocefissi nelle aule sanno che, se in loro abita lo spirito miope di Giuda, forse stanno magari tradendo o inducendo al tradimento, suicidandosi o istigando al suicidio?

Il Crocefisso è la presenza mortale della ferita. E la ferita, anche quella non mortale, può da sola essere mera esibizione, insuperato dolore, radicale oscenità. La ferita da sola grida, è disumana. Perché torni a essere umanità e senso, la ferita va e-laborata (chiede cioè che non ci si fermi a essa, ma da essa partano il lavoro, il travaglio, la fatica della ricerca e della attribuzione di senso: la ferita, perché sia umana, va com-presa, con-tenuta, assistita nella morte che essa è o può essere, de-posta dalla morte a cui può e sa portare, at-tesa dopo quella morte nella quale può cadere (bene sanno i francesi quanto la ferita possa essere un tomber). Solo così la ferita può essere signi-ficata e costituirsi come senso signi-ficato. Solo allora può diventare segno e identità umani. Tommaso riconosce Gesù dalla ferita, mettendo il dito nella ferita. Però il Gesù di Tommaso è non il Crocefisso, ma il Risorto. Solo nella risurrezione trovano senso e significato il Crocefisso e le sue ferite. Altrimenti restano assurdità, follia; mentre possono essere, come bene scopre Tommaso, la prova della identità e del riconoscimento. Da risorti ci riconosceremo proprio grazie alle nostre ferite elaborate e risorte.

Ci sono persone, che, proprio in nome del loro essere o dirsi cristiani, vogliono il crocefisso appeso, perché – sostengono – rappresenta la nostra cultura e la nostra storia. Non penso proprio che dovrebbero esistere culture cristiane, civiltà cristiane, storie cristiane, scuole, cristiane, leggi cristiane, aule cristiane, pareti cristiane, chiodi cristiani; meno che meno penso che dovrebbero esistere culture cattoliche, civiltà cattoliche, storie cattoliche, scuole, cattoliche, leggi cattoliche, aule cattoliche, pareti cattoliche, chiodi cattolici. Mi fa male che a pensarla così siano persone in buona fede, addirittura pastori o sacerdoti o vescovi. Mi sembra che in siffatto modo non si capisca molto né della fede né della laicità.

Sarebbe come se io dicessi che, siccome sono innamorato, debbano esistere culture innamorate, civiltà innamorate, storie innamorate, scuole, innamorate, leggi innamorate, aule innamorate, pareti innamorate, chiodi innamorati. D’accordo, essere innamorato è bellissimo, è forse lo stato di grazia più esaltante che un essere umano possa vivere, ma non mi autorizza a chiamare innamorato tutto ciò che guardo e vedo. A essere innamorato è il mio sguardo, non gli oggetti che il mio sguardo guarda e vede. Posso io guardare da innamorato (ed è bellissimo) il mondo, da innamorato vivere la mia cultura, partecipare alla mia civiltà, impegnarmi nella costruzione della storia, apprendere o insegnare in una scuola, legiferare per il mio paese o rispettarne le leggi, frequentare aule, costruire pareti, piantare chiodi. Ma il fatto che io guardi e viva da innamorato non rende innamorato ciò che faccio o l’oggetto che tocco o le persone che frequento. Né, ancora di meno, mi autorizza a pretendere che le cose che faccio, gli oggetti che tocco e le persone che frequento debbano per forza essere innamorati.

Ecco, io penso che come l’amore può fare vivere da innamorati, così la fede può fare vivere da innamorati di Gesù e della sua Risurrezione. Solo così si può anche accettare, non certo amare, la croce, se è vero come è vero che Gesù stesso nell’orto degli ulivi pregò che stesse lontana e sul Calvario, mentre la stava vivendo, si sentì – Lui Dio e Figlio del Padre – abbandonato dal Padre. Ma accettare la croce da innamorato di Gesù e della sua Risurrezione non penso proprio abbia molto a che fare con i crocefissi appesi e con le pareti delle aule, statali o non statali che siano

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Fantastico Roberto Saviano su Rai 3, da Fabio Fazio a “Che tempo che fa” dell’11 novembre. Ci ha ricordato quanto potente è la parola, quanta vita e forza abbia, quanto umana sia.

Gli spazi e i tempi della parola sono stati in gran parte negati, uccisi da una società televisiva che paralizza e inbisce la parola (vedi il mio Noi e la tivù). C’è anche chi – potere violento ed espropriante - questi spazi e tempi li vuole controllare, fino a ucciderli, perché vuole uccidere l’uomo. Negare e uccidere la parola è negare e uccidere l’uomo. Soprattutto quando la parola è incontro, la parola fa paura a chi vuole il potere fine a sé stesso, uccidendo prima di tutto proprio la parola “potere”, che in-dica, cioè “dice in sé” la possibilità, il potere essere, l’apertura d’essere all’infinito.

Anche quando è pronunciata o scritta nei luoghi della costrizione, della segregazione, della prigionia, della emarginazione, della fragilità, della malattia, del limite apparentemente più invalicabile, della morte stessa, anche allora e anche lì, soprattutto allora e soprattutto lì, la parola è “tra” che unisce e lega (questo significa il termine greco logos), inter-roga (cioè “chiama in mezzo”), pro-voca (cioè “chiama, parla davanti”, “chiama, parla al posto di chi la dice”), in-voca (cioè “chiama, parla dentro e/o verso”), pro-nuncia (cioè “annuncia davanti”, “annuncia al posto di chi la dice”), de-nuncia (cioè “annuncia dall’alto” di un’autorità comunque sia, facendosi anche ev-angelo, cioè “forte annuncio”), es-orcizza (cioè “libera dalla morte e dal buio”), col-lega (cioè “lega insieme, unisce”), per-sona (cioè “suona attraverso” chi la dice e chi la ascolta, “suona per mezzo” di chi la dice e l’ascolta).

Come suggerisce la densità della radice di logos, la parola,  prima di essere letta, è lei che legge, interpreta, detta, anima.

La parola è come l’acqua: filtra, scorre, piove, evapora per condensarsi e rifluire, ghiaccia per essere ghiacciaio che genera fiumi e forma valli e in-forma mari e oceani, gocciola nelle caverne più sotterranee scolpendo prodigiose stalattiti e stalagmiti, scava paziente le pietre più ostinate. La parola è acqua di donna: piange di emozione, inumidisce di desiderio, bagna d’orgasmo, con-tiene in fecondità amniotiche, allatta di maternità, insaliva di svezzamento, bacia di umida passione.

Lo dice la sua stessa etimologia ( parola deriva dal greco para-ballo , che significa “gettare accanto”, “gettare contro”, “gettare in modo eterdosso” ): parola è proiettile, bolide, messaggio forte, fantasia, slancio, ironia, satira, consacrazione dissacrante, dissacrazione consacrante, preghiera che bestemmia, bestemmia che prega, ossimoro che crea, parabola che si genera intorno a un fuoco e si apre all’infinito e all’assoluto; parola è seme maschile, eiaculanzione generante, spora nel vento, primavera vivificante, anima, soffio creante, pneuma liberante, pentecoste delle lingue.

La parola comenda lei, è più forte di chi la osa e la tenta, fa tremare le vene e i polsi di chi le si affida, rende “macro” e scavato chi la dice, si appropria di chi la usa. Basta che chi la incontra lasci che la propria vita e il proprio Sé vengano detti loro per primi dalla parola che dicono. Allora parola è autore e autorità, auctor et auctoritas, cioè “colui e ciò che fa crescere”. Allora parola è risposta e responsabilità, cioè “possibilità della risposta”. Ma, anche quando a dirla è chi vuole negarla, la parola – nonostante chi la dice e alla faccia di chi crede di usarla – dice sempre la verità, a condizione che chi la ascolta sia e stia attento, sappia essere critico, non la dia mai per scontata, la in-tenda oltre chi la sta dicendo, la ami tutta oltre ogni deformazione, la riconosca nonostante ogni ferita e al di là di ogni suo tradimento. Il miracolo della parola è anche questo: quando nega, afferma; quando tace, dice; quando chiede, dona; quando muore, risorge.

Mi piace pensare che Dio nella seconda persona della Trinità si identifichi proprio come Parola ; che nella terza persona della Trinità si identifichi come Paraclito , cioè come “colui che chiama vicino e accanto”, per consolare, proteggere, difendere, testimoniare. Per questo parola è anche – e forse prima e più di tutto – lasciarsi dire da Dio, incarnarlo, testimoniarlo fino alla stessa possibilità della “grande tribolazione” che rivela e annuncia cieli nuovi e terre nuove.

abbiamo parlato stasera

ci siamo fidanzati

come sempre ci capita

quando annusiamo il mistero

 

abbiamo fatto casa

ci siamo incontrati

ci siamo sposati

come sempre ci capita

quando siamo il mistero

 

l’amore è venuto da sé

né io né tu l’abbiamo cercato

né tu né io l’abbiamo chiamato

era lui l’amore a cercare noi

stupito a volerci

fanciullo a chiamarci

di sotto in su a guardarci

 

ed era felice

 

povero amore,

senza di noi come potrà mai

vivere e sorridere

e ridere ridere

e gridare la gioia?

 

povero grande bellissimo amore,

con noi riconoscente

ha bevuto il nostro vino

nel nostro bicchiere

 

e s’è gustato il nostro cibo

sulla tavola dei nostri incontri

 

ora l’amore cammina nel mondo

al ritmo dei nostri passi

danzando l’attesa

e cantando i nostri due nomi

 

 

Se gli uomini vivessro e sapessero

il proprio potere maschile,

nessun falso amore nascerebbe.

Se le donne vivessero e sapessero

il proprio potere femminile,

nessun vero amore morirebbe.

Se le coppie vivessero e sapessero

il proprio potere di essere il mondo

e l’aprirsi di infiniti mondi,

nessun amore vivrebbe e saprebbe la tristezza,

il riso abiterebbe le terre e i cieli,

la libertà e la verità tornerebbero

a fare tra loro felici l’amore.

giallo viola verde e nero
mi innamoro di un mistero
l’idea è bella la testa è poca
disse l’aquila guardando un’oca

 

 verde pistacchio con rosa confetto
l’abbinamento è quasi perfetto
se poi aggiungo il giallo dell’oro
voce di scimmia non esce dal coro

 

 la nuvola è bianca il cielo è blu
che bello avere il naso all’insù
dentro lattuga carote e insalata
per il coniglio che bella mangiata

 

rosso il mio cuore pieno d’amore
rosso il fuoco con il suo calore
rosso il semaforo segna lo stop
e più non suona la musica pop

 

 

Dedico qui ad Alda Merini alcuni miei aforismi presi da ”Frattaglie. Aforismi alla rinfusa con pensieri, battute, slanci, provocazioni e pure qualche ripetizione più o meno voluta“, che godette della “Devota postfazione” di un grande amico della poetessa.

 

l’arte e la follia sono alberi simili

diverso è solo lo stormire delle fronde

 

 

non c’è nulla di più umano

di una umanità negata

 

 

noi siamo

la coscienza che suscitiamo

 

 

abitare la poesia

è vivere da sfrattati

 

 

solo un poeta

sa amare da mortale

 

 

i poeti sono portatori sani

di castità

 

 

Vent’anni fa è crollato il muro di Berlino. Contrariamente al sogno di un mondo riunito e senza più muri, quel crollo ha portato altre divisioni e altri muri, anche più midiciali.

La guerra fredda, rappresentata dalla presenza di quel muro, ha garantito quasi 50 anni di pace. Si è trattato di una pace armata, con terribili momenti di urgenza bellica soprattutto in Corea e nel Vietnam. Più che di pace si è trattato di stallo politico, fondato sulla reciproca minaccia e sul ricatto incrociato della distruzione nucleare del pianeta. È come se le guerre fossero state soltanto congelate e rinviate, perché potessero esplodere più crudeli e violente. E così tragicamente è stato e continua a essere in molte zone del mondo, dove non ci fosse o non ci sia la possibilità d’uso dell’arma nucleare (paradossalmente l’impossibilità della minaccia nucleare è risultato peggio della sua possibilità). Balcani, Israele-Palestina, Iraq-Iran, Caucaso, Afghanistan sono stati e, in grande parte, sono ancora scenari di crudeltà abissali. In più è riesploso con drammatica epidemica frequenza l’uso del terrorismo, un po’ ovunque, con migliaia e migliaia di morti ormai quotidiane.

Ma soprattutto sono nati tanti piccoli muri, terribili e forse più micidiali.

A modo suo, il muro di Berlino, oltre che una dolorosa e funesta realtà, è stato anche un simbolo. Come tutti i simboli, ha potuto essere anche occasione e culla di utopia. Di qua e di là di quel muro ci si poteva pure pensare, attendere, attrarre, desiderare. Sognandone il crollo, si poteva pensare all’incontro, alla festa della unità ritrovata, alla gioia del racconto e della parola ripresi. Soprattutto in Germania. Non a caso, io credo, Berlino e la Germania vivono oggi momenti di grande civiltà e di notevole creatività.

Ma, là dove, come la gramigna, sono rispuntati e rispuntano i mille piccoli muri della divisione e dell’odio, lì quasi mai il simbolo ha riscattato la morte e orientato la vita. Di qua e di là dei piccoli muri ci si odiava e ci si odia; non ci si attende né ci si desidera più; non si sogna più l’incontro, la festa, la parola; si pensa solo il fastidio, l’odio e l’omicidio; e si aspetta soltanto l’occasione della violenza.

Quanti piccoli infernali muri sono sorti in questi vent’anni! Quanta poca utopia e quanta poca speranza li ha abitati e illuminati! Più sono piccoli, più paiono legittimarsi. La loro invisibilità li permette, li giustifica, te li fa entrare dentro, fino a diventare il muro della tua anima e della tua mente, fino a dividerti dentro, a dissociarti, ad allontanarti dalla tua stessa umanità, dalla pietà del tuo essere creatura tra le creature, del tuo viverti come destino di incontro e di gioia.

Allora la diversità ti fa paura. Non solo quella dell’altro, ma anche la tua stessa diversità, quella che dovrebbe renderti unico, bello, irripetibile. E così, oltre a odiare, ti odi; oltre a uccidere, ti uccidi; oltre a infastidirti dell’altro, ti infastidisci di te stesso, fino a viverti come insopportabile e inutile, abissalmente inutile.

I piccoli muri che ti entrano dentro fino a infradiciarti l’anima uccidono i sogni e le fedi, li trasformano in illusione, in religione che paralizza. Le tre grandi religioni della parola (Ebraismo, Cristianesimo, Islam) sono così diventate, troppo spesso e troppo in profondità, la culla dei terrorismi, l’occasione della psicosi e delle paranoie, l’arroccarsi di verità sempre più astratte e sempre meno abitate dall’incontro, la giustificazione dell’odio e dell’omicidio. Eppure l’incontro è alla base di queste tre grandi fedi: nell’ebraismo l’incontro tra Dio e Abramo; nel Cristianesimo l’incontro – in Gesù – tra Dio e l’uomo; nell’Islam l’incontro tra dio e Maometto attraverso l’arcangelo Gabriele, in arabo Jibrīl o Jabrā’īl, ossia “potenza di Dio.

Secondo queste tre fedi, l’uomo è incontro con l’alterità stessa di Dio, che è l’Altro per eccellenza, il Diverso per eccellenza. Senza l’apertura massima alla alterità e alla diversità non ci sarebbe nessuna di queste tre fedi. Come è possibile che in queste tre fedi si possano annidare e legittimare proprio la paura, l’odio dell’altro e del diverso, la possibilità della sua uccisione?

Il muro, come la siepe leopardiana, può essere l’occasione dello sguardo che va oltre, del simbolo che rinvia, della fantasia che supera, del sogno che libera, delle utopie che aprono. Può essere pure – come il “Muro di Pianto” – il luogo e il tempo della preghiera che apre: non solo all’incontro con l’Infinito, ma anche agli infiniti incontri che la vita ci offre e che l’Infinito ci dona.

Albert Schweitzer

Albert Schweitzer

Una delle frasi chiave della mia vita è quella che disse un giorno Albert Schweiter: “la via più breve che ci porta all’uomo è quella che passa attraverso Dio”. Come tutto ciò che di più prezioso esiste, anche questa frase, a mio avviso, va presa per il verso giusto; altrimenti si rischia di leggerla male. “Passare attraverso Dio” non può, secondo me, significare soltanto che in ogni uomo c’è l’immagine di Dio. Se ci limitiamo a dire questo, ci può essere il rischio della distinzione tra immagine di Dio migliore o peggiore, più o meno fedele e autentica; c’è dunque la tentazione della appropriazione indebita (“se sono io l’immagine più vera, Dio è soprattutto o solo con me”), della potenziale onnipotente identificazione con Lui (è la tentazione di Lucifero: “porto così bene la luce di Dio, che Dio diventa inutile e io posso benissimo sostituirlo, perchè l’immagine è meglio dell’originale”), della competizione omicida (“se io sono l’immagine più vera di Dio, gli altri sono immagini devianti, inutili e pericolosi ostacoli alla conoscenza di Dio”). “Passare attraverso Dio”, mi pare, deve prima di tutto significare che in Dio c’è la possibilità della vera identità di ogni uomo, che ogni Sua immagine si radica in Lui e Lo esprima, ciascuna in modo unico e insostituibile. Solo così tutti siamo belli, veri, unici, irripetibili, irrinunciabili. Solo così l’incontro tra gli uomini è soltanto arricchimento reciproco, identificazione reciproca, sempre più viva conoscenza di sé nell’altro e dell’altro in sé, proprio perché Dio è in tutti noi e parla in tutti noi, per-sona in tutti noi, facendoci Sua espressione, ciascuno in modo unico e insostituibile, ciascuno in attesa di incontrarsi e dirsi con gli altri, attraverso gli altri e per gli altri. Solo così incontrare ogni uomo è imperdibile possibilità, perché ogni incontro è sempre più l’incontro con la manifestazione di Dio. Allora non si può rinunciare a incontrare alcun uomo e alcuna umanità. Al di là di ogni muro e in ogni incontro abita Dio.

Anche in ordine al caso Marrazzo puntualmente spunta il dilemma: perdonare o non perdonare?; è giusto che una moglie perdoni il marito che la tradisce, “per giunta”, con un trans?; non c’e forse – come si chiede Maria Corbi su “La Stampa” – anche “un diritto, forte, ugualmente meritevole al non perdono”?

Non conosco la coppia Roberta Serdoz e Piero Marrazzo, né so quali siano le dinamiche reali e profonde (quali può conoscerle soltanto il lavoro clinico di un attento psicoterapeuta) che costituiscono e strutturano la loro relazione di coppia. Né tanto meno conosco se, quanto e come si stia davvero vivendo da parte loro la dinamica del tradimento e quella del perdono.

Vorrei però trarre spunto dal fatto di cronaca, per ragionare sul senso e sul significato di un perdono troppo precoce, quale quello che molti, più o meno inconsciamente, vorrebbero che Roberta concedesse o negasse subito a Piero. Al di là della prurigine di molti di fronte a un tradimento colto come particolarmente trasgressivo e – soprattutto – al di là del bisogno sommario della folla di chiedere per un tradimento (o per un omicidio) “perdono subito” (come per altri versi usa chiedere “santo subito” o, per altri ancora, “a morte subito”), vorrei un attimo riflettere sul senso – all’interno della coppia e di fronte al tradimento – della esperienza del perdono o del non perdono precoci e sommari. Perché, prima ancora che qualcuno lo chieda, la coppia giunge in fretta al perdono, troppo in fretta, così in fretta?

La mia esperienza clinica di psicoterapeuta mi induce in forte perplessità di fronte a una moglie o a un marito che perdonino un tradimento subito, totalmente, immediatamente o – al contrario – che non perdonino mai, assolutamente mai, inesorabilmente mai, come se “quel” tradimento fosse il male assoluto e inassolvibile. In entrambi i casi di solito significa che quella coppia non si è mai davvero costituita; di solito significa che, sotto la apparenza nobile o indignata del perdono dato o negato in modo tanto sommario, sotto sotto si sta vivendo una di queste due strategie relazionali:

  • più o meno inconsciamente si continua la recita di un matrimonio che in realtà non c’è e che a tutti e due serve non ci sia. Allora “concedere il perdono” è la vernice di superficie che cela il permanere della indifferenza; spesso è la variante presentabile della solita dinamica relazionale, che mira a evitare ogni vera intimità, ogni vero coinvolgimento, ogni autentica costituzione del Noi di coppia;
  • si manda immediatamente tutto all’aria, senza alcun margine di parola, di dialogo, di confronto, di attesa, di possibile mediazione, come se non si aspettasse altro. Allora le frasi “non posso assolutamente perdonare” o “non posso essere assolutamente perdonato” sono l’alibi, l’occasione per rompere con sdegno altezzoso o con remissività sospetta la vita di coppia.

L’evento del tradimento è esperienza oltremodo complessa all’interno di una coppia, come ho detto altrove in parecchi miei articoli (vedi per esempio i seguenti: Il tradimento è sempre un evento della coppia e nella coppia; C’è tradimento e tradimento; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire; la coppia si fonda non sul tradimento ma sulla possibilità di tradire (II commento) ecc. ecc.). Se i due partners non sono personalità adeguatamente evolute (quando uno dei due ha carenze di rilievo, di solito anche l’altro ha nodi problematici non trascurabili, consci o inconsci), allora la relazione di coppia difficilmente si costituisce e si struttura come dinamica simmetrica, cioè equilibrata. È più facile che si costituisca e si strutturi come sbilanciata, con uno dei due che sovrasti o domini o controlli l’altro. Allora, in questo caso, anche la “concessione” o la “impossibilità” del perdono possono essere funzionali allo squlibrio e alla asimmetria della coppia della coppia. Invece che superarli, possono ulteriormente sedimentarli e addirittura legittimarli. Fino alla successiva sempre più misera crisi.

Di solito un perdono dato o rifiutato troppo precocemente è frutto non tanto di una autentica e profonda dinamica di coppia, quanto di un bisogno (da parte sia della vittima che perdona sia del traditore che è perdonato) di percorrere un corto circuito che eviti all’uno, all’altro e al loro essere coppia un autentico processo di elaborazione dei vissuti e della crisi. È come se la coppia, perdonando o rifiutando il perdono troppo in fretta, perdesse o volesse perdere l’occasione di evolvere, di crescere, di amare meglio e di più, magari proprio a partire dall’analisi e dalla elaborazione del tradimento, delle sue modalità dei suoi perché consci e inconsci, dei suoi come e quando.

Di fronte alla esperienza drammatica del tradimento, la coppia dovrebbe – auspicabilmente aiutata dalla mano esperta di uno psicoterapeuta della coppia e della famiglia – affrontare con attenzione e gradualità, step by step, tutte le dolorose e impegnative fasi del lutto:

  • la disperazione e l’urlo lacerante dell’anima, che prendono di fronte alla scoperta e/o alla rivelazione del tradimento (non è per nulla trascurabile che il tradimento sia rivelato invece che scoperto o viceversa);
  • il bisogno di negare magicamente l’evidenza dei fatti o – più spesso ancora – di continuare a negare questa evidenza;
  • la spesso incontenibile rabbia non solo del tradito nei confronti del traditore, ma anche del traditore nei confronti di chi, lasciandosi tradire, non ha visto, non si è accorto, non ha reagito, non ha impedito (di solito raramente viene riconosciuto anche questo secondo versante del tradimento);
  • l’impotenza della coppia e nella coppia di fronte al vuoto e al silenzio nel quale improvvisamente si avverte di ritrovarsi e di viversi;
  • la depressione di almeno uno dei due di fronte alla presa di coscienza della improvvisa solitudine, della paralisi esistenziale, della caduta delle certezze prima di allora credute o sperate;
  • la voglia della ripresa, della comprensione, della evoluzione sulla base di riferimenti più solidi e di identificazion più vere.

Come si vede, il tradimento può essere la preziosa occasione di una costituzione e strutturazione profonda della coppia. Dare o negare troppo in fretta il perdono può essere il modo di tradire questa occasione.

Per-dono è parola di origine latina, formata dalla preposizione per, che significa “attraverso”, e dal sostantivo donum, che significa “dono”. Il tradimento può davvero essere esperienza di perdono, se attraverso di esso la coppia sa riscoprirsi come dono. Non soltanto perché l’uno si dona all’altro, ma anche perché insieme si dona la coppia al mondo e il mondo alla coppia.

Se si intende il perdono nel senso abituale di “concessione” che l’uno concede o nega all’altro, si dimentica che il perdono – lungi dall’essere soltanto un fatto a due – vive sempre come presenza di quel tertium, che è appunto quel dono che la coppia è e può essere per sé stessa e per il mondo e che, secondo la Bibbia (Genesi, 1, 27), è il presenziarsi dell’immagine di Dio e delle relazioni Trinitarie.

 

 

Solitamente, nel corso della nostra vita, ci capita, in sostanza, di essere nudi di fronte a tre persone1: da piccoli sul fasciatoio di fronte a nostra madre; sul letto dei nostri amori di fronte alla persona che amiamo; sul letto della nostra morte di fronte a chi ci spoglia dell’ultimo vestito per porci nell’estremo sudario. Del fasciatoio e del letto d’amore parleremo più avanti, con tutta l’ampiezza dovuta, come rilevantissimi luoghi e tempi dell’accudimento, dell’imprinting e del gesto d’amore.

Della nudità nella morte, la nostra cultura parla poco, quasi che anche lì la nudità sia presenza difficile da affrontare. La spoliazione del morto è sempre più ridotta a pratica sbrigativa, delegata ormai quasi del tutto alla velocità funzionale e al mestiere dell’addetto (molto spesso maschio) delle pompe funebri, che silenzioso e professionale procede all’operazione, senza più neppure pensare di potere o dovere chiederne a moglie, madre, figlia o sorella il permesso, l’autorizzazione, la delega (né moglie, madre, figlia o sorella pensano ormai più a quello che a loro spetterebbe e che a loro andrebbe chiesto). A parlarci, poi, della possibilità di un abbraccio alla nudità del morto, sembrano esserci soltanto le ormai bellissime ma culturalmente datate Pietà, che abitano le nostre chiese, quasi a riporre la possibilità di un tale abbraccio nel ghetto di una iconografia solo artistica o mitico-mistico-religiosa o comunque riservata a un Cristo visto, dichiarato e vissuto ormai senza quasi più riscontri con la nostra esperienza di nudità nella morte2. Eppure l’ultimo abbraccio al morto, la sua spoliazione, la pulizia della sua nudità sono sempre stati momenti molto rilevanti per quasi tutte le culture. Eccetto che nella nostra: una cultura senza più abbracci alla nudità del corpo-anima, tanto meno a quella del morto3. Le culture ci hanno detto, per esempio, di come fossero ancora una volta le donne in gruppo o singolarmente (in particolare la sposa o la madre o la sorella o la figlia4) le figure protagoniste di questo evento. L’uomo ne stava fuori. Era come se il letto di morte fosse da un lato l’estremo fasciatoio su cui la donna, in tutta la sua identità di genere, agiva l’estremo accudimento e fosse d’altro lato l’estremo letto d’amore su cui consumare l’ultimo abbraccio d’amore. Anche lì, proprio lì la cultura diceva dunque del convergere tra atto d’accudimento e atto d’amore.

Di fronte all’angoscia della morte l’abbraccio del seno sinistro5, pare essere la risposta più efficace. Il seno sinistro, come questo libro afferma anche altrove6, è il luogo e il tempo della rassicurazione e dell’affermata continuità. In questo senso è davvero significativa e bellissima l’intuizione di Ingmar Bergman in Sussurri e grida.7. Ad Agnese, che, già morta, chiede inutilmente alle due sorelle di essere abbracciata nella sua angoscia di morta ancora chiedente, risponde solo Anna, la serva, con parole che, uniche, parlano tenerissime e ricordano quelle di una madre che abbraccia le paure della sua bambina: “Ci sono io, bambina. Ci sono io accanto a te. E non ti lascerò sola, non ti lascerò sola”. La scena termina con la straordinaria immagine di una maternità-deposizione: Anna accoglie sulla nudità del suo seno sinistro la nudità del corpo-anima di Agnese morta-morente e così la rassicura di fronte all’angoscia della morte, proprio come una mamma rassicura sul seno del suo cuore il bambino che sta per addormentarsi e che, come tutti i bambini prima dell’abbandono al sonno, vive l’angoscia del misterioso confine tra l’addormentarsi e il morire. Bergman coglie e afferma in modo mirabile come il morto sia comunque un morente (la morte non è dunque uno stato, ma una dinamica), che chiede e vuole la rassicurazione dall’angoscia del morire, proprio come il bambino più piccolo chiede la rassicurazione dall’angoscia dell’addormentarsi. Come il bambino prima del sonno, anche il morente vive l’angoscia della perdita del Sé e, perciò, chiede relazione e continuità, chiede un seno su cui abbandonarsi e su cui sentire il battito, che dice che non si è mai soli; il battito, che in-segna che tutto continua, dato che tutto ritorna; il battito, che è apertura che nulla teme perché nulla perde; il battito, che dice che tutto ci attende dato che tutto continua; il battito che dice che il nuovo ci attende, dato che la relazione, che dà al mondo e che è mondo e apertura di infiniti mondi, mai ci abbandona.

Anche alla luce di queste ultime pagine, che ci hanno ricordato quanto nella nudità del corpo-anima convergano tra loro atto d’accudimento e atto d’amore, è ancora più necessario sottolineare la presenza di un forte potenziale connotativo nella significazione del gesto della spoliazione e dell’abbraccio del morto: anche e proprio qui di fronte alla morte, la spoliazione e l’abbraccio della nudità, quando in questa viva il rinvio alla pienezza della nudità del corpo-anima, suggeriscono l’idea di una relazione tra morte e concepimento, tra morte e riaprirsi risorgente del mondo. Quasi a dire che lì su quel letto di morte e nella nudità della e nella morte possano vivere rinvii ad altre presenze e relazioni: quelle che caratterizzano il fasciatoio e il letto d’amore. Allora morire è anche essere partoriti e accolti e accuditi e allattati e puliti dalla angoscia dell’esistere; è anche “venire”8 all’alterità misteriosa e femminile della morte, tanto altra rispetto al Sé, così che il Sé possa abbandonarsi alla morte per essere accudito da lei, generato in lei e da lei a una vita nuova9; è anche eiaculare nell’alterità misteriosa della morte la propria identità più profonda10; è anche ingravidare di Sé l’alterità di quel mistero e il mistero di quell’alterità che è la morte11; è anche concepire un figlio e un mondo nuovi (il proprio Sé rinato e la sua nuova vita). Certo oggi è difficile pensare e ammettere tutto ciò. La nudità del morto, per certi versi più ancora di ogni altra nudità, non viene vissuta come nudità del corpo-anima, è colta sempre meno come gesto (e, meno che meno, come gesto d’amore) e sempre più come cosa irrelata, solamente legata al passato e alla paralisi, di sicuro non come luogo e tempo di una relazione in atto, non come luogo e tempo di apertura al mondo e del mondo.

1 Altre figure, quali il medico o la prostituta, possono avere a che fare con la nostra nudità, ma si tratta di figure non così sostanziali e non così necessariamente presenti all’assoluto della nudità. Soprattutto il medico, ma, a modo suo, anche la prostituta svolgono una funzione, sono in un ruolo, per cui, di fronte a essi, la nudità viene a sua volta, almeno tendenzialmente, data non in sé stessa, non nella radicalità del corpo-anima, ma soltanto in quanto oggetto di quella funzione.

2 Neppure l’abbraccio al morente è ormai possibile. Le sale di rianimazione sono sotto il potere di fatto assoluto delle logiche e delle burocrazie mediche, hanno orari e regole che – con assurdo e indiscusso (anche indiscutibile?) arbitrio – rendono, troppo spesso, quasi del tutto impossibile ogni vero ed efficace abbraccio del morente e al morente. Se si pensa al profondissimo vissuto d’angoscia che il morente sta vivendo, emerge l’estrema micidiale assurda violenza di questo stato di cose, che solo l’occidente permette. Vige troppo spesso e troppo assolutisticamente la logica che solo il dato medico (legato peraltro quasi unicamente ai parametri e ai display delle macchine e degli strumenti) è importante e decisivo. Se si “concede” l’abbraccio, solitamente la concessione è data quando è troppo tardi e per “soddisfare” il bisogno di chi abbraccia, non per rispondere al reale bisogno di chi è abbracciato. Se, come penso e so, ogni morente, qualsiasi sia il suo “stato di coscienza” (e gli ultimi a poterne decidere il livello e l’esistenza sono e dovrebbero essere il medico e la competenza medica), vive e sa l’angoscia del morire, lì, più che mai e come al più tenero e indifeso dei neonati, è necessario il contenimento dell’abbraccio materno e strutturante di una donna. Non permetterlo significa condannare alla regressione psicotica più tremenda e spaventosa. Se si pensa che tale stato di cose è legato al fine medico di “curare” il morente, la cosa appare ancora più allucinante, priva di ogni senso, micidiale. Mi chiedo quanto di quelle ore o giorni in più “garantiti” al morente dall’intervento e dalla strumentazione medici siano davvero addebitabili a questo intervento e a questa strumentazione, e non siano invece il prodotto spaventoso della resistenza psicotica a cui il morente è condannato. Difatti, come mi insegna l’esperienza psicoterapeutica, lo psicotico muore con lentissima, terribile, tremenda fatica, impossibilitato come è all’abbandono e tanto più arroccato al proprio Sé quanto più questo Sé è dissociato da ogni altro contenuto che non sia la propria incontenibile angoscia. Se poi si pensa che lo stato psicotico, di cui io qui sto parlando, è prodotto dalla logica medica, le cose si mostrano ancora più violente e assurde. È ora di smetterla. Non si può condannare alla psicosi chi sta morendo! Basta!

3 Che io conosca, l’unico artista contemporaneo e vivente, che sappia dire dell’uomo d’oggi come di una nudità morta e senza abbraccio, è Gianni Bolis di Calolziocorte (Lecco), pittore tanto ricco quanto umilmente discreto e quasi del tutto inconsapevole del proprio genio. Dipinge spesso Pietà, ma altrettanto spesso il Cristo delle sue Pietà è lì, metallico e non sorretto dalla madre, senza alcun appoggio, senza neppure il vincolo della gravità che almeno lo adagi alla pietà della terra. La madre, senza braccia e quasi macchia di sfondo, pare solo la presenza di una lontananza, un accenno vago e disperante, incapace di abbraccio e di contenimento.

4 In Maria, che dopo la deposizione nella pietà sa abbracciare Gesù, convivono da un lato la sposa e la madre di Dio, dall’altro la madre (nuova Eva), la figlia, la sorella e la sposa dell’umanità (accoglie in sé, con implosiva pienezza e pregnanza, ogni umanità).

5 Si può dire che la donna e il suo abbraccio al moribondo con il seno sinistro sono la vagina (cfr. 1.4. Dal coito al parto) della eternità, il primo contatto e abbraccio dell’eternità, il primo luogo dell’eternità, il primo in-tenderla e il primo essere in-tesi da essa, il primo «sapere» di essa.

6 Vedi 1.1.4.4. È presente la possibilità della perdita e 1.2.1.2. La “marea amniotica”.

7 Sussurri e grida, film di Ingmar Bergman del 1972, Svezia, titolo originale Viskningar och rop, con Ingrid Thulin, Liv Ullmann (le due prime sorelle), Harriet Andersson (la sorella che muore), Kari Sylwan (la serva).

8 Sotto questo aspetto, dunque, morire non è più un andare o un andarsene. Venire, al contrario di andare e andarsene, presuppone che ci sia la meta e che ci sia già la relazione con essa, è già parlare dal punto di vista della meta in-tesa e della relazione con essa. Venire è poi il termine che, nel linguaggio comune, indica l’accedere all’orgasmo da parte del maschio, il suo perdersi nella donna abbandonandosi a lei.

9 O, al femminile: è anche accogliere in Sé quel misterioso straniero che è la morte, così da poterlo accudire nel suo essere bambino mai accolto, così da poterlo dare al modo e alla parola. In ciò si può intuire il prodigioso potere della donna, che sa e può perfino accudire la morte fino a ingravidarsene, vincendone il terribile aspetto e dicendone come di un bambino che vuole accoglienza e amore. Sotto questo aspetto, per la donna morire non è uscire dal mondo, ma è fare venire la morte al mondo, dare al mondo e alla parola la sua estraneità strana e straordinariamente straniera.

10 O, al femminile: è anche accogliere il seme della morte nella più profonda identità del Sé, nella ri-conoscenza del Sé che chiede e dà restituzione.

11 O, al femminile: è anche lasciarsi ingravidare dalla morte, darle corpo e vita, farla persona con cui interloquire in una lallazione nuova, in una apertura di linguaggio davvero “novissima” (uso qui il termine in tutta la pregnanza teologica che la dottrina cattolica attribuisce al termine “novissimo”).

Un commento di Tea al un mio recente post (quando i figli se ne vanno, vanno celebrate due feste) pone il problema della identità e del senso dell’essere nonno:

E quando se ne vanno? La nostra prima ragazza si è sposata nel ‘97, poi è rimasta subito in cinta e da allora ha 6 bambini, tutti voluti certamente, ma noi genitori siamo passati subito a essere nonni a tempo pieno, insomma è uscita dalla porta ed è rientrata non dalla finestra, ma sempre dalla porta con prole e marito. Anche se volessimo dirle: e vai… vai figliola … vai, macché!!! Adesso ci ha telefonato che la seconda, Ester ha la febbre e domani mattina devo andare a casa loro…”.

A quanto intuisco da questo commento e secondo quel che mi suggerisce l’esperienza clinica, mi pare che per molti essere nonni significa continuare a “fare” i genitori. Non più i genitori dei propri figli (che in larga misura continuano a restare figli), ma i genitori dei figli dei propri figli.

Adesso ci ha telefonato che la seconda, Ester ha la febbre e domani mattina devo andare a casa loro”, dice il commento. Ma, cara Tea, chi te l’ha detto che “devi” andare? Quale legge, norma, regola te lo impone? Con che diritto tua figlia ti chiama e telo chiede? Perché ti chiama? Perché te lo chiede? Perché le permetti di chiamarti, di usarti, di sovvertire i tuoi programmi, di invadere la tua vita individuale e di coppia? Perché le dai un diritto che non ha e che non è giusto abbia?

Strano paese il nostro! Manca del tutto o quasi il senso del dovere in tanti decisivi momenti e per tantissimi aspetti vitali, e là, dove non ci dovrebbe essere per niente, emerge improvviso e urgente l’imperativo categorico di un indebito “devo!”.

Cara Tea, se i figli si permettono di chiamare i nonni, usandoli “24/24” come baby sitter o come una succursale di “Emergency” e di “Medici senza frontiere” o come autisti e/o fornitori di “macchina di cortesia” o come insegnanti di doposcuola eccetera eccetera, significa che i figli non se ne sono veramente andati. Significa che sono rimasti (e che voi, consciamente o inconsciamente, li avete lasciati rimanere) figli: figli procreanti, ma sempre e inesorabilmente figli. E che voi non siete diventati nonni, ma siete rimasti (e, consciamente o inconsciamente, vi ha fatto gioco rimanere) genitori: genitori non procreanti, ma sempre e soltanto genitori.

Cominciamo dai figli. Se voi li supportate, li sostenete, li supplite, li sostituite, intervenite a ogni loro richiamo, li aiutate, quando mai diventeranno davvero autonomi? Quando mai moriranno come “figli” per nascere come uomini e donne adulti? E quando mai potranno poi diventare davvero i genitori dei loro figli? Quando mai scopriranno che quello che chiedono o esigono da voi (e che voi lasciate che vi chiedano e che lo esigano) o compete loro, e allora devono chiederlo a loro stessi ed esigerlo da loro stessi; o compete alla società e alle istituzioni, e allora devono chiederlo alla società e alle istituzioni, esigendolo da queste. Se voi intervenite, impedite loro di diventare sia adulti sia genitori sia cittadini. Credendo in buonissima fede di aiutarli, li scippate della loro umanità adulta, della loro genitorialità, della loro dimensione sociale, civile e politica. Impedite loro per esempio di solidalizzare con giovani coppie che abbiano i loro stessi problemi, di confrontarsi con loro, di crescere insieme al loro mondo, di trovare ed esigere insieme al loro mondo le risposte adeguate, creando e vivendo socialità, domanda e risposta civile e politica.

Lo so, Tea, tu mi dirai che la società li lascia soli, che le istituzioni non funzionano e non li aiutano, che le difficoltà lavorative, logistiche ed economiche della vita d’oggi sono enormi e che da soli non ce la possono fare. È vero. Ma è altrettanto vero che, se voi continuate ad aiutarli e a sostituirvi a loro senza mai svezzarli dalla dipendenza da voi e dalla generazione che li precede, il loro mondo non crescerà mai, la società imploderà sempre più, le istituzioni sociali, civili e politiche funzioneranno sempre di meno, perché nessuno vivrà la responsabilità né di esigerne il funzionamento né di garantirlo. Si creerà quel terribile circolo vizioso di neandertalizzazione della famiglia e, quindi, della società, all’interno del quale purtroppo siamo già in grande misura (confronta il mio post Famiglia d’oggi e uomo di Neandertal. Ritiro psicotico, razzismo e violenza.). Questa situazione, prima di esserne la causa, è il frutto di tutti gli interventi indebiti che la nostra generazione ha compiuto e continua a compiere, prevaricando – magari sempre in buonissima fede, magari con l’intenzione di aiutare – la generazione dei figli. Se non ci si decide a invertire la rotta, l’esito sarà la sempre più grave rottura del tessuto sociale e civile, della possibilità stessa della azione politica, con gravissimo danno per la generazione dei nipoti.

Ora veniamo a noi nonni. Vedi, Tea, essere nonno significa, a mio parere, soprattutto questo: l’acquisizione di una dimensione più lungimirante; la capacità di cogliere nell’emergenza il tutto e di indicarlo. Significa non aiutare il contingente del giorno dopo giorno, ma guardare e garantire la possibilità del futuro: non tanto quello di “tuo” nipote, ma quello di tutti i nipoti e pronipoti del mondo. Significa non sgommare con le marce corte del quotidiano in una folle rincorsa del tempo in sostituzione della genitorialità dei nostri figli, ma azionare le marce lunghe della storia, della conferma trans-generazionale, della speranza culturale e storica, della sapienza profetica, della indicazione trascendente, della preghiera aperta all’irruzione del divino nell’umano.

I nostri nipoti e pronipoti incontreranno altri nipoti e i pronipoti, si innamoreranno di loro, faranno – si spera – figli con loro, mondi con loro, città con loro. Se noi siamo nonni in modo miope, facendo i nonni in modo sbagliato e sostituendo-scippando la genitorialità dei nostri figli, noi ci illuderemo di essere stati bravi nonni, ma – bene che vada – saremo stati nonni di nipoti senza futuro, senza innamoramenti, senza città, senza mondi, senza speranze, senza utopie fecondi di terre nuove e cieli nuovi.

Arrangiati”, questa – detta con l’amore più fermo, deciso, profondo e vero dell’universo – è la risposta più autentica e bella che possiamo dare a un figlio che ci chiede di supplirlo o sostituirlo nella genitorialità. Certo, meglio ancora sarebbe che a nostro figlio o a nostra figlia non venisse neppure in mente di chiamarci come sostituti o supplenti: vorrebbe dire che davvero i nostri figli sono diventati persone adulte, genitori autonomi, padri e madri veri dei loro figli.

Se proprio vuoi, cara Tea, una cosa possiamo fare. Essere felici come coppia, vivere con gioia e fino in fondo la nostra recuperata dimensione di coppia. Ora che i figli se ne sono andati, noi possiamo ritornare a tempo pieno la coppia di innamorati che eravamo all’inizio, prima che arrivassero i figli. Non a caso, molto spesso, troppo spesso, consciamente o inconsciamente, molti di noi continuano a fare i genitori dei figli dei propri figli, proprio perché non sanno più né innamorarsi né vivere l’innamoramento; allora aiutare i figli e sostituirsi a loro è il pretesto e l’alibi per continuare a non essere coppia, e non essere mai veramente la coppia e il viversi dell’amore. Invece, mi pare, se c’è qualcosa che veramente possiamo testimoniare davanti ai nostri ex-figli e alle nuove generazioni è la possibilità dell’amore, la concreta e vissuta possibilità dell’amore. Se lo facciamo, apriamo la speranza al mondo e il mondo alla speranza; diamo ai nostri ex-figli il messaggio della possibilità della intimità nella gioia e della gioia nella intimità; testimoniamo e confermiamo quanto è bello e vero l’essere coppia.

Allora per i nostri nipoti non saremo i noiosi e pedanti supplenti del quotidiano, ma potremo incarnare ed essere la gioiosa scoperta della gratuità non rituale od obbligata e della grande festa della vita, quella che apre alla gioia della Creazione.

L’amore di coppia è bello

anche perchè lo si prende un po’ con ironia.

L’ironia è il vissuto e lo spiraglio della trascendenza,

l’esercizio nel quotidiano dell’eternità,

la sapienza del ridere,

l’ottimismo dell’amore,

l’allenamento alla gioia.

 

 

Oggi sono 36 anni di matrimonio, tutti gustati e assoporati come i mille piatti che Rosi mi dona ogni giorno, con delizia anche cromatica (sono anche belle da vedersi le sue leccornie). Ogni giorno, a pranzo e a cena, è una goduria, un portento creativo, un crescendo culinario degno di Rossini. Mi lascia ogni volta trasecolato.

Per rendere omaggio a 36 anni con la mia Rosi Alma Genetrix (non a caso “alma”  in latino significa “alimentatrice”) metto qui di seguito 36 creazioni di Rosi: 12 Primi; 12 Secondi; 12 Dolci o Dessert. Certo, sono solo una limitata antologia dell’infinito repertorio di questa mia sposa inarrivabile pure come cuoca. Se mi invidiate, siete giustificati.

12 Primi: 1. Lasagne del Re, 2. Crespelle ai funghi (o al prosciutto o agli asparagi), 3. Minestrone al farro, 4. Risottino alle fragole, 5. Pizzoccheri alla valtellinese con formaggi del Colle Gallo, 6. Melanzane alla parmigiana, 7. Ravioli di borragine con salsa di noci oppure Ravioli di zucca, 8. Gnocchi di zucca (o di patata), 9. Risotto con salamella mantovana (o risotto di zucca), 10. Tagliatelle al ragù, 11. Casoncelli alla bergamasca, 12. Torta Pasqualina o torte salate alle verdure.

 12 Secondi: 1. Ossobuco alla milanese, 2. Polenta taragna, 3. Rotolo di tacchino agli spinaci con salsa di peperoni, 4.  Stinco di maiale alla cremonese, 5. Coniglio arrosto con polenta, 6. Arrosto di vitello con patate al forno, 7.  Funghi trifolati, 8. Brasato con polenta e funghi porcini, 9. Carpaccio di pesce spada, tonno e salmone, 10. Sogliole alla mugnaia, 11. Trota al forno, 12. Saltimbocca alla romana.

 12 Dolci o Dessert: 1. Strudel alla tirolese con varianti alla Rosi, 2. Gelato alla panna con salsa calda di fragole (o gelato allo yogurt con salsa calda ai frutti di bosco), 3. Torta di mele (o di pere), 4. Marmellate varie (di pere con noci e cannella; di fichi; di arance; di pomodori verdi; di sambuco; di castagne; di prugne ecc. ecc.) tutte fatte da Rosi e ciascuna abbinata a specifico formaggio, 5. Torta al cioccolato (tipo Sacher) con varianti alla Rosi, 6. Macedonia di frutta con gelato alla panna, 7. Biscotti alla Marisa, 8. Tortelli alla crema, 9. Frittelle di mele, 10. Budini vari con varianti alla Rosi, 11. Crostate varie, 12. Tiramisù alla Rosi.

Capite perchè ho preso il diabete? Si tratta  tra l’altro di un caso  rarissimodi diabete, forse un caso unico: è un dolcissimo diabete … coniugale. E poi dicono che l’amore non uccide.

preoccuparsi di fare il bravo padre

o di fare la brava madre

troppo spesso signifca

non esserlo affatto

 

Quando i figli se ne vanno, i genitori muoiono, per rinascere come coppia. Se la loro funzione (non identità!) genitoriale finisce, significa che sono stati bravi genitori e che il loro compito è giunto al fine auspicato. Come ogni gravidanza arriva al parto, così è bello che ogni paternità e ogni maternità producano l’autonomia del figlio, il suo andare al mondo. Così il mondo diventa più bello. Il figlio che se ne va si appropria del gusto e del piacere di essere pienamente sè stesso. Allora vanno celebrate due feste: una per il parto adulto del figlio, l’altra per l’amore di coppia ritrovato.

Per fortuna

non ci sono genitori perfetti.

Se ci fossero

le nuove generazioni non potrebbero

essere migliori della precedente.

E il mondo andrebbe

inesorabilmente

all’indietro.

 

 

Dopo il mio articolo di ieri (Ad Almenno San Salvatore, qui vicino a Bergamo, “educatrice maltratta bimbo disabile, arresti domiciliari”) un amico mi fa notare quanto avessi previsto episodi tipo quello dell’educatrice di Almenno San Salvatore (Bergamo) che ha usate gravi e ripetute violenze su un bambino disabile di nove anni impossibilitato a muoversi, parlare, difendersi. In effetti, alla fine di un mio articolo di settembre (Perché si aggrediscono, picchiano, uccidono l’omosessuale, l’extracomunitario, il barbone, il diverso) concludevo:

Un’ultima annotazione, purtroppo, è necessaria. Spesso molte persone che si prendono cura come professionisti o, più spesso ancora, come volontari, del diverso, hanno nella profondità del loro Sé le stesse dinamiche di chi aggredisce, violenta o uccide il diverso, tanto che possono passare a questo tipo di azione. Come dire che alcuni pompieri sotto sotto sono piromani. Queste persone sono pericolose: sotto la sollecitudine e l’alibi del salvatore o del portatore di cura e aiuto nascondono la violenza di bisogni non risolti e di dinamiche estremamente pericolose e midiciali (mi viene in mente a mo’ di esempio il film Magdalène). Occorrerebbe essere più attenti nella selezione delle persone che hanno a che fare con il diverso e con la diversità. Occorrerebbe meglio individuare le motivazioni. Occorrerebbe soprattutto che venissero scelte persone con una adeguata ed elaborata strutturazione del Sé.

Purtroppo sono stato e resto facile profeta.

 

Riporto e poi commento qui il comunicato ANSA battuto da poco:

BERGAMO – Le telecamere a circuito chiuso della cooperativa, dove presta servizio come educatrice, l’hanno colta mentre maltrattava un bimbo di nove anni affetto da una grave malformazione genetica. Dopo la denuncia dei genitori, i carabinieri hanno installato un altro occhio elettronico nella stanza del bambino, e la telecamera ha ripreso la giovane donna mentre esercitava violenza nei confronti del piccolo paziente. Per questo, una ragazza bergamasca di 29 anni residente ad Almenno San Salvatore (Bergamo) è finita agli arresti domiciliari.

A smascherare l’educatrice sarebbe stata una telecamera lasciata inavvertitamente accesa mentre la donna si trovava da sola insieme al piccolo di nove anni, che a causa del suo handicap non è in grado di parlare, né di muoversi ed è costretto a vivere su un passeggino. Quando i genitori si sono accorti dei maltrattamenti, hanno presentato una denuncia ai militari dell’Arma. Nella stanza del piccolo è stata allora installata un’altra telecamera, che nei giorni successivi ha ripreso di nuovo la donna in atteggiamenti violenti nei confronti del giovanissimo paziente.

Il giudice per le indagini preliminari di Bergamo Giovanni Petillo ha emesso dunque un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari, che i carabinieri hanno eseguito nelle scorse ore”.

Almenno San Salvatore è qui a una manciata di chilometri da casa mia, per cui la notizia mi ha particolarmente sconvolto. So che non è corretto che la nostra reazione all’ingiustizia e alla violenza possa essere più o meno condizionata e dettata dalla vicinanza fisica, emotiva, affettiva o quant’altro. Come ricordava l’anima prodigiosa di don Primo Mazzolari, dovremmo sempre e comunque sentire il dovere e il diritto di protestare contro l’ingiustizia e la violenza, perché ogni ingiustizia e ogni violenza colpiscono e negano l’immagine del Padre che ogni uomo è o – più laicamente – la dignità umana

Ma il pensiero di quel bambino mi turba. Il mio vecchio amico spastico dalla nascita, che ogni tanto ascolto, come ben sanno i lettori di questo blog, mi ha subito telefonato e mi ha chiesto di dire quanto danno possa fare un’ingiustizia e una violenza di questo tipo su di un bambino, soprattutto se sono perpetrate da una persona che dovrebbe aprire il tuo cuore, la tua mente, la tua anima, la tua vita, la tua speranza. Mi ha detto la ferita terribile che procurano e quanti oceani e abissi bisogna poi affrontare per riuscire a elaborare ferite di queste tipo, con il rischio di naufragare a ogni pur lieve battito d’onda. Lui lo sa, perché gli è capitato di dovere subire tali ferite più volte nella vita, spesso proprio da educatori, insegnanti, medici, parenti, cioè proprio da quelle persone che più delle altre dovrebbero aprire alla vita, alla curiosità, al sapere, alla gioia e al diritto di vivere e di essere.

Mi prega di dire ai lettori di intervenire e farsi sentire il più possibile. Mi prega di gridare contro il dilettantismo ideologico e speculativo che troppo spesso informa e identifica l’azione sia di molte non meglio precisate “cooperative” sia di molti politici e amministratori che, a vario titolo e con varia motivazione, si servono di esse, spesso con spirito un po’ mafiosetto, di certo non sempre attento alle reali competenze, qualifiche e motivazioni dei cosiddetti “operatori”. Mi prega di denunciare quanto spesso dietro queste “cooperative” si nascondano logiche di mero accapparamento di posti, di bruto esercizio di potere da parte di gruppi più o meno vicini a partiti o a conventicole vicine ai partiti. Mi invita a ricordare come il vero scopo di molte di queste “cooperative” sia – più o meno dichiarato – quello di svuotare le istituzioni del loro compito, di privarle di senso, eliminando quella possibilità di garantire competenze e qualità di servizio che bene o male le istituzioni sanno comunque garantire, senz’altro più di quanto lo garantiscano molte di queste “cooperative” che facendo leva sulla difficoltà a trovare posti di lavoro assumono troppo spesso in modo sommario, sotto sotto ricattatorio, impedendo a chi ha davvero titoli e competenze di fare valere la propria voce al fine di offrire un vero servizio.

Non so che titolo e che competenza avesse questa non meglio precisata “educatrice” di 29 anni, né che titoli e che competenze avessero quelli che l’hanno selezionata e assunta e non controllata (e che forse senza la denuncia dei genitori e senza le telecamere l’avrebbero pure difesa; di certo non hanno adeguatamente verificato e controllato il suo operato), né che titoli e che competenze avessero gli amministratori o i politici che hanno permesso di lavorare a questa “cooperativa” e a questa “educatrice”.

Non so a che cosa servano gli “arresti domiciliari” ordinati dal giudice Giovanni Petillo, né che senso egli abbia o possa avere della violenza usata su un minore totalmente indifeso e totalmente impossibilitato a sottrarsi alla volenza. Per legge i “domiciliari” non vengono attribuiti (e si finisce perciò in galera) quando si verifica uno o più di questi tre punti: 1) il reato prefigurato è grave e può essere reiterato; 2) esiste il rischio di inquinamento delle prove; 3) c’è pericolo che l’indagato fugga. Se con il magistrato che ha concesso i “domiciliari” posso essere d’accordo sulla non esistenza dei punti 2) e 3), faccio invece molta fatica a pensare che non possa sussistere il punto 1). Chi usa violenza su una persona del tutto indifesa e per giunta dipendente all’interno di un rapporto tanto asimmetrico e carico di responsabilità e di valenze esistenziali, psicologiche, logiche, etiche e morali quale per sua natura è un rapporto di “educazione”, per giunta con un minore indifeso, ha in sé una tale carica di violenza che o è altamente problematico e come tale va urgentemente curato anche e soprattutto a partire dal magistrato, oppure è a elevato rischio di nuova violenza sociale, tale che non so come il magistrato possa escludere la possibilità della reiterazione della violenza. Ripeto, non capisco proprio perché il magistrato abbia concesso i “domiciliari”. Di certo la violenza non sarà ripetuta in quelle stanze o molto probabilmente non la sarà in quella “cooperativa”, ma di certo la violenza tornerà ad esprimersi da parte di chi è giunto a tanto. Che senso del reato ha il giudice Petillo? Avrebbe assegnato i “domiciliari” anche per uno stupro ripetuto su minore? Non sa che una tale violenza ha sulla psiche di un minore indifeso di nove anni lo stesso terribile peso di uno stupro ripetutu e forse molto, molto peggio?

Intanto il bimbo è lì con i propri piccoli nove anni e il proprio enorme fardello di violenza subìta. So benissimo che forse per lui poco muta se la “educatrice” è non ai “domiciliari”, bensì in una casa di cura o in carcere, ma di certo tutto muta primo per i suoi genitori, che hanno il diritto di vedere riconosciuta a pieno l’assoluta violenza subìta dal loro bambino e – in lui – da loro stessi; secondo per tutti quei bimbi che potrebbero anch’essi domani subire una tale ingiusta violenza; terzo per tutti noi che a causa di violenze siffatte ci troviamo a vivere in un mondo sempre più barbaro e vuoto, sempre più deprivato di diritto, di ricchezza, di speranza e di gioia.

Il mio vecchio amico spastico mi ha ritelefonato poco fa e mi ha detto di non badare se Almenno San Salvatore è qui vicino. Mi ha detto che di fronte all’ingiustizia e alla violenza si può e si deve comunque protestare e denunciare, perché, quando l’umanità e la giustizia, si allontanano siamo tutti ugualmente legittimati a denunciare la violenza, a protestare contro l’ingiustizia, a volere un mondo nostro e di tutti, più bello e più vero. Almenno San Salvatore non è soltanto qui vicino a Bergamo. È primo di tutto vicino all’umanità di tutti gli esseri umani e alla dignità del Padre.

non so quest’anno come saranno

 

forse rossi di peccato e melograno
o azzurri abissali di marea e d’abbraccio
o giallo sfacciato di provocante limone
o verdi d’amore giocato sul prato

 

non so come saranno quest’anno

 

forse umidi di parto teneri cucccioli
forse prodigiosi forti danzanti destrieri
forse timide tremule tremanti gazzelle
forse aquile estreme alte in ebbra vertigine

 

come saranno quest’anno non so

 

di certo io so
che sempre venti
saranno quest’anno
i tuoi anni,
infinita stupenda anima dell’anima mia

 

 

 

L’impotenza maschile viene di solito identificata e colta in modo del tutto riduttivo: come mero evento fisico, come mera impossibilità di penetrare fisicamente la femmina. Quasi sempre ci si dimentica che la disfunzione fisica è solo l’ultima espressione di un dramma molto più profondo e radicale, che nessun Viagra o farmaco e nessuna strategia comportamentale possono davvero risolvere.

In gioco, alla radice, ci sono l’impossibilità e/o l’incapacità a lasciarsi andare al femminile, la fuga difensiva di fronte al femminile vissuto o come troppo divorante o come troppo rifiutante e castrante. Si tratta di impossibilità e/o incapacità che hanno la loro radice nella profondità più inconscia del Sé; l’Io (che è la parte conscia del Sé) abitualmente dice e vive il contrario: contrariamente a quanto a fatti dice il Sé, l’Io afferma di volere e potere amare davvero la femmina, attribuendo così l’impotenza a fattori e disfunzioni fisici.

Come affermo nel mio ultimo libro La tenerezza dell’eros, un Sé troppo ferito non può senza un’efficace psicoterapia accedere a una piena e adeguata esperienza d’amore (e talora neppure la psicoterapia riesce a colmare ferite troppo devastanti). Se alle spalle – magari non ricordato, magari rimosso o negato, magari coperto dal mito di una madre idealizzata – c’è un accudimento materno o troppo divorante o troppo rifiutante e castrante (la carenza materna è sempre comunque espressione di una coppia genitoriale carente), quel maschio non riuscirà da adulto ad affidarsi al femminile, non saprà e – soprattutto – non potrà vivere la dolcissima avventura di tuffarsi nel magico e trasformante potere della femmina, affidandosi al suo abbraccio e penetrandone il mistero.

Una forma di impotenza maschile di solito ignorata del tutto o, comunque, sottovalutata (proprio a causa dell’ottica riduttiva che dice dell’impotenza come di mero evento fisico) è quella che chiamerei impotenza relazionale. È tipica di maschi, che, da un punto di vista comportamentale e funzionale, parrebbero proprio non avere problemi; anzi, spesso, sono considerati maschi molto efficienti e prestanti, in grado di esprimere una straordinaria attività sessuale. In realtà, a una attenta analisi clinica, essi rivelano una radicale impotenza a relazionarsi davvero con il femminile, così da raggiungere una vera intimità con la donna e con il suo mondo. Non a caso, di frequente, questi maschi presentano improvvise e apparentemente inspiegabili défaillances anche totali e perduranti.

Le personalità disturbate a livello del Sé (per esempio maschi con Disturbo Narcisistico di Personalità [DNP] o con Disturbo Asociale o Antisociale di Personalità [DAP]), molto di frequente coprono con una attività sessuale iperattiva e/o ossessiva e/o molto esibita e/o in apparenza molto disinibita e “trasgressiva” una radicale e massiccia paura della femmina, in particolare della femmina adulta e psicologicamente evoluta; o comunque, più o meno massicciamente, agiscono rapporti che, anche se da un punto di vista funzionale paiono adeguati, sono caratterizzati dalla freddezza relazionale, dalla distanza emotiva e affettiva, dalla assenza di autentica empatia (talora accompagnata da comportamenti sadici e/o umilianti), quasi che la donna fosse per loro soltanto un oggetto erotico, una cosa senza valore “da scopare e basta”, un pezzo di carne privo di anima e di sentimenti.

Per questo motivo, di solito, i DNP e i DAP si accoppiano con femmine molto infantili anagraficamente e/o psicologicamente, comunque con femmine da loro facilmente controllabili e/o manipolabili e/o condizionabili (dal denaro, dallo status, dal potere, dalla paura, dai sensi di colpa, dalla soggezione) e/o con tragiche storie alle spalle (per esempio storie di abusi subiti, di violenze, di abbandoni, di famiglie dissestate da malattie psichiche, da gravi dipendenze, da suicidi). In ogni caso non sanno intrattenere con la femmina relazioni veramente profonde, ricche di continuità e intimità, capaci di identificare i due partners in un Noi in continua e feconda evoluzione, a partire dal quale l’Io e e il Tu si identificano e si differenziano sempre meglio e in modo sempre più ricco e vero. Questi maschi sono perciò costretti a passare da una relazione all’altra, sempre nel segno di una radicale superficialità e impotenza relazionali.

Solo in apparenza fanno l’amore con una femmina; in realtà – usando la femmina – fanno, più o meno inconsciamente, l’amore con il proprio Sé ferito e malato, con la propria paura e con la propria impotenza. Non sentono la femmina, ma sé stessi, in una intransitiva impotenza di relazionarsi con l’alterità del femminile. Accoppiarsi con la femmina serve loro da copertura e da alibi, per non vedere il proprio Sé ferito e malato, molto spesso la propria sessualità infantile e preedipica, la propria inadeguatezza di maschi malati, talora la propria paura di una omosessualità rimossa o negata e comunque non ammessa e ancora di meno accettata (in questo caso presentano forti convinzioni e affermazioni omofobiche: l’omofobia li illude, esorcizza la loro paura di non essere ciò che sono).

Se poi la ferita del loro Sé è ancora più primordiale, tale da identificare una strutturazione di personalità con nodi dissociativi e/o paranoidi più o meno profondi e pervasivi, allora questi maschi possono presentare dinamiche relazionali particolari, che – anche qui – sotto un comportamento sessuale apparentemente “normale” nascondono una radicale impotenza a relazionarsi con la femmina, entrando davvero nel mondo femminile.

Per esempio, la presenza di nodi dissociativi li porta a una modalità relazionale fusionale, come se volessero fondersi con la donna, farsi tutt’uno con lei e in lei. Fusione non è, come taluno potrebbe credere, totale intimità o pienezza relazionale, ma, appunto, impotenza relazionale: nella fusione l’Io e il Tu non si affermano e si identificano l’uno di fronte all’altro, ma si perdono e si annullano l’uno nell’altro. Più che relazionarsi con la femmina, il maschio fusionale la invade, vi si annida con dinamiche sempre più regressive e – per lei – sempre più esproprianti e soffocanti. Più che penetrarla in quanto femmina adulta all’interno di una relazione adulta, regredisce in lei come se volesse, attraverso di lei, entrare in una madre mai avuta, in un contenimento mai davvero vissuto, in una accoglienza mai veramente ricevuta. Di solito la partner di questo maschio è di due tipi: 1) a propria volta essa presenta nodi dissociativi e tendenze fusionali, così che i due agiscono una relazione di mutua dipendenza fusionale, fino alla possibilità di una folie à deux, dalla quale non sanno né possono più uscire (Olindo Romano e Rosa Bazzi, gli assassini di Erba, possono rappresentare, all’estremo, questo tipo di coppia); 2) soprattutto all’inizio della loro relazione, essa addirittura legge e vive il comportamento e la ricerca fusionali del maschio come segno ed espressione di una positiva, intensa, passionale intimità; soltanto con il tempo si accorge della soffocante, controllante e infantile dipendenza del maschio e tende a liberarsene, spesso ottenendo risposte di insopportabile e anche pericoloso stalking.

C’è poi nel maschio (spesso dovuta alla presenza di nodi paranoidi nella strutturazione del suo Sé) quella impotenza a lasciarsi andare fino in fondo al femminile, che si esprime nella difficoltà o anche nella impossibilità a eiaculare nella femmina.

Nella eiaculazione il maschio lascia uscire il proprio seme, cioè la parte più profonda del proprio Sé, quella che, sconosciuta a lui stesso, giace nel profondo del suo inconscio e della sua anima. Lasciarla andare affidandosi al prodigioso oceano della femminilità, alle sue mille fantastiche maree è bellissima, formidabile esperienza d’amore, possibile solo con la femmina totale, meravigliosa che abita al fondo della donna amata.

Chi abbia tendenze paranoidi nei confronti della femmina e del femminile, avrà naturalmente una grande difficoltà ad amare davvero e quindi a lasciarsi veramente andare al femminile. Soffrirà così della difficoltà o della impossibilità a eiaculare nella femmina. Oppure – all’estremo opposto – eiaculerà sadicamente in essa, come se il seme venisse vissuto quale arma con cui colpire la femmina (quanto basso senso del proprio Sé e del proprio seme hanno questi maschi!), quale possibilità di un concepimento che, trattenendola come madre, sadicamente impedisca il distacco e il non controllo della femmina.

L’eiaculazione può dunque essere anche la prepotente, prevaricante e sadica affermazione del Sé del maschio, l’imposizione violenta del Sé alla femmina, o lo sfogo di un Sé tanto ferito e insopportabile da essere incontenibile. Ma tutto questo appartiene alla patologia del maschio del maschile, a una sua impotenza relazionale, di solito ben più profonda e grave di quella fisica.

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L’incapacità di lasciarsi andare al femminile non significa necessariamente che si sia impotenti con tutte le donne o che si abbia difficoltà a eiaculare con tutte le donne. È abbastanza frequente il caso di maschi che siano impotenti o abbiano difficoltà a eiaculare con la propria femmina, ma non con le altre o con altre; o viceversa riescano a essere potenti e a eiaculare senza difficoltà soltanto con la propria femmina.

Quando ci sono in gioco le dinamiche più profonde del Sé, risultano facilmente decisivi gli aspetti transferali da un lato e le dinamiche reattive dall’altro. Spesso gli aspetti transferali e le dinamiche reattive si sovrappongono e si sommano tra loro, rendendo la situazione ancora più complessa e articolata. Aspetti transferali e dinamiche reattive riguardano tuttavia livelli di discorso diversi, per cui almeno sul piano logico possono essere distinti, analizzandoli separatamente.

Partiamo dagli aspetti transferali.

Se, per esempio, la femmina con la quale sta facendo l’amore rappresenta per l’inconscio del maschio la madre cattiva, esigente, castrante, divorante, che, quando egli era piccolo, rischiava di espropriarlo della libertà e della autonomia del Sé, allora il maschio si negherà a quella femmina o con la impotenza o con la difficoltà a eiaculare. Con le altre, invece, potrebbe non avere problemi o averne molto di meno.

In generale, si può ipotizzare che le difficoltà si presentano, se e quando la storia di quel maschio abbia dovuto fare i conti con una madre inadeguata, che su quelli del figlio abbia fatto prevalere – soprattutto durante la gravidanza e l’accudimento (cioè durante la fase evolutiva che vede l’attivazione, costituzione e strutturazione del Sé dell’individuo) – i propri bisogni psicologici, lasciando il figlio nella frustrazione o del non contenimento, o della non attenzione, o del non ascolto dei bisogni e delle scelte, o del non rispetto della autonomia, o della non legittimazione del piacere, o della non conferma delle iniziative, o della non accoglienza degli oggetti proposti (ogni bambino prende in mano oggetti o li accoglie nel proprio sguardo intenzionale; la madre adeguata considera ciò come la prima battuta di una interlocuzione che dà nome, storia, continuità, senso, significato sia all’oggetto sia al bambino che lo propone). Con storie di questo tipo alle spalle è facile dunque vivere la propria femmina come oggetto transferale della madre, facendole di fatto pagare colpe non sue. Solo una psicoterapia del profondo può entrare nel merito di difficoltà di questo tipo aiutando a risolverle, spesso con risultati del tutto soddisfacenti.

Veniamo ora alle dinamiche reattive.

Mi limito a un esempio, un caso preso dall’esperienza clinica: un marito, innamorato della moglie, ma frustrato dalla di lei dipendenza dal padre e dalle sorelle, la tradisce con una femmina, con la quale tuttavia ha grosse difficoltà di eiaculazione. Che è successo? La rabbia reattiva, che lo ha spinto al tradimento, non riesce ad attingere e a smentire la profondità dell’amore per la moglie. È come se con la propria difficoltà a eiaculare nell’altra femmina questo maschio volesse affermare l’insopprimibile amore per l’unica femmina nella quale riesca davvero a lasciarsi andare.

Ricordo qui, per esempio, di come si accede alla dimensione del simbolico e, in essa, alla attivazione della coscienza simbolica, la vicenda terapeutica di Enrico, un bimbetto di 6 anni, che da un lato, con ripetuti gesti di forte e distruttiva aggressività autolesionistica, si riempiva il viso e il corpo di dolorosi e profondi graffi, dall’altro presentava altresì difficoltà relazionali a scuola con i compagni e a casa con la sorella più piccola, il che lo rendeva solo e lo chiudeva in un mondo abitato da fantasie di “scheletri” e “mostri con due teste” (“una buona e l’altra cattiva”) terribili e minacciosi che gli rendevano molto difficile il sonno e che all’inizio, a tratti, egli descriveva come presenze reali.

Enrico era figlio di una coppia altamente problematica: il padre Matteo soffriva di un grave disturbo narcisistico della personalità, che lo rendeva incapace di ogni reale relazione e di ogni vera empatia; la madre Lucia presentava una rilevante fragilità dell’Io e dell’autostima, che – nei confronti del marito – non le permetteva di accorgersi né delle carenze relazionali di Matteo né della sua mancanza di vero affetto ed empatia per lei, e – nei confronti di Enrico – la rendeva madre poco contenente, molto discontinua nella presenza, incapace di adeguata conferma della evoluzione del figlio e delle sue acquisizioni e conquiste.

Come faccio in questi casi, procedetti a un intervento in parallelo sulla madre e sul figlio (il padre, come quasi sempre capita alle personalità gravemente disturbate nel narcisismo, rifiutò l’accesso al confronto terapeutico con la moglie, teso solamente a svalutarla con relazioni extraconiugali tanto ambigue e promiscue quanto esibite; lasciò la moglie e tornò ad abitare con i vecchi genitori gratificato dal loro compatimento).

Con la madre Lucia procedetti a sedute individuali, tese da una parte al rafforzamento dell’Io e alla fondazione di un’autostima adeguata, dall’altra parte al miglioramento della relazione con Enrico, sulla scorta di quanto in parallelo si stava facendo con il bambino, così da abilitare la madre a non ostacolare e, se possibile, continuare a casa l’intervento in atto sul bambino.

 

Con Enrico difatti si procedette a una nutrita serie di sedute di psicomotricità terapeutica, che contemporaneamente lavorarono sul contenimento del bambino e sulla possibilità di esprimere ed, esprimendo, strutturare e integrare la sua aggressività e la sua distruttività.

Poco alla volta la distruttività di Enrico si trasformò in azione costruttiva: da sedute quasi totalmente caratterizzate dall’abbattimento dei mostri a due teste (i cubotti di gommapiuma sovrapposti erano per lui i mostri a due teste da abbattere e distruggere)1 e da esercizi di difficili equilibrismi e salti tra i cubotti2 passò a sedute in cui si faceva sempre più presente il bisogno di costruire con i cubotti grandi edifici e anche, più tardi, una sua casa (che rappresentava ai nostri occhi il primo accesso di Enrico alla identificazione positiva e abitabile del proprio Sé).

Contemporaneamente Enrico, che aveva del tutto smesso di parlare dei mostri a due teste come di presenze reali e che ben presto non si graffiò più e cominciò a stare più felicemente con i compagni a scuola e con la sorella a casa, si lasciò sempre più avvicinare dalla psicomotricista, che all’inizio teneva a distanza e colpiva con le stesse palline e con gli stessi cubi con cui colpiva i mostri a due teste. Più avanti si affidò alla psicomotricista, la quale mai aveva smesso di confermarlo nella sua forza e abilità, lasciandosi contenere e massaggiare da lei, cosa questa che gli permise di cominciare a strutturare e a definire le parti del suo corpo come parti di un intero. È interessante, al proposito, notare come Enrico giunse a chiedere il contatto fisico del massaggio: come la necessaria ricarica di cui aveva bisogno per continuare l’abbattimento dei mostri a due teste.

Quando il Sé corporeo di Enrico fu sufficientemente contenuto, confermato e strutturato, il bambino poté finalmente accedere alla dimensione del simbolico: durante la quattordicesima seduta, dopo la solita ma sempre più limitata azione iniziale di abbattimento dei cubotti, Enrico chiede di essere massaggiato per recuperare l’energia spesa nell’abbattimento e, quando attraverso il massaggio il suo bisogno di contenimento del Sé corporeo è appagato, Enrico per la prima volta usa l’espressione “facciamo finta di …” e propone di fare il gioco del bowling utilizzando i legnetti e le palline presenti; poco dopo, a ulteriore conferma dell’acquisizione della dimensione del simbolico, nella fase finale della seduta, Enrico accetta addirittura, per la prima volta, un piano di gioco simbolico suggerito dalla psicomotricista (la quale sfrutta abilmente il casuale ricadere sulla testa del bambino di un telo lanciato in aria da Enrico e dice: “ma qui c’è un fantasma!”) e, dopo un’esitazione (“non dire stupidate, io non sono un fantasma”), sorprendentemente si affida al progetto di gioco della psicomotricista e, con risate felici, accetta di giocare impersonando il fantasma.

 

Che cosa era avvenuto? Attraverso il progressivo consolidarsi di un Sé corporeo finalmente contenuto e confermato come insieme armonico di parti, Enrico aveva potuto accedere alla acquisizione del simbolico: ora, grazie a un Sé corporeo più solido, il bambino «sapeva»3 che non si perdeva se nel gioco si poneva in un ruolo o in un personaggio diversi da quelli che egli si sentiva di essere; «sapeva» che egli rimaneva comunque sé stesso: il ruolo poteva cambiare proprio perché l’identità del Sé non veniva perduta, anzi più il gioco del cambio del ruolo procedeva più l’identità, restando pienamente fedele a sé stessa, veniva confermata dalla e nella sua capacità di agire scegliendo e di scegliere agendo.

 

L’evoluzione terapeutica di Enrico ci insegna come solo la presenza di un Sé adeguatamente contenuto, confermato e strutturato permette sia l’affidarsi all’altra persona, sia la messa in gioco di sé stessi, in una ricerca sempre nuova e più ricca della propria identità. Lasciarsi non significa perdersi, ma significa potersi sempre più ritrovare e identificare. Rinviare ad altro rispetto a sé è, ora, potersi ritrovare in modo nuovo in sé stessi. Se un bambino di sei anni costituisce e attiva queste strutture, potrà da grande, nell’incontro con la relazione d’amore e nell’esperienza della grande notte, assaporare il gusto pieno dei gesti e del letto d’amore.

 

 

1 L’abbattimento e la distruzione dei mostri a due teste avveniva attraverso il lancio di palline o di cubi più piccoli; solo più tardi Enrico poté sentirsi in grado di abbatterli lui stesso, attraverso quel contatto corporeo diretto che all’inizio la mancanza di un Sé corporeo adeguato gli rendeva impossibile.

2 Agli occhi miei e della psicomotricista queste sue evoluzioni rappresentavano il suo difficile e acrobatico muoversi tra la instabilità a tratti quasi schizoide dei genitori e il suo bisogno di vita e di affermazione di sé, tanto che tra noi lo definimmo “l’acrobata della disperazione e della sopravvivenza”.

3 Per bene comprendere il senso di questo «sapere», vedi l’Appendice precedente e tutta la Sezione Seconda.

Il sogno, il desiderio, la volontà fanno sempre almeno un poco paura: è più facile temerli difensivamente che aprirsi alla responsabilità, al coraggio e alla bellezza di viverli (da La tenerezza dell’eros)

Mi spiace per voi, ma vado a dormire.

Di là  mi aspetta la donna più bella del mondo.

E Dio ogni giorno me la crea sempre più bella.

Quanto a voi, fate quel che vi pare.